Biennale di Venezia 2022. Padiglione Italia. Foto Roberto Sala

Cercasi Caravaggio

Sulla Biennale scorsa… e su quella ventura.

Ricordate L’eredità dello zio Buonanima? Il film racconta di un tal Franco Favazza, impersonato dal grande Franco Franchi. Favazza, un nome una garanzia, è il nipote squattrinato di un Paperone che, passando a miglior vita, lo fa erede, coi suoi beni, di tantissimi problemi. Come diceva mio nonno, chi muore consegna l’anima a Dio, il corpo alla terra e i soldi a chi vuol litigare. Fossero solo i parenti, passi. Ma ad approfittare delle fortune dell’estinto si aggiungono i legali che hanno assistito il vecchio nel firmare il testamento. Bene, questo copione di serie zeta è l’atto estremo della passata Biennale.

La mostra non è ancora smontata che il 24 novembre, sulle pagine del “Corriere della Sera”, Vincenzo Trione suggerisce di “avviare un momento di autocritica”. “Quale futuro”, si chiede, “per questa importante istituzione culturale nata nel 1895, tra le più prestigiose a livello internazionale? La fondazione presieduta da Roberto Ciccuto è a un bivio. Restare fedele a un modello curatoriale e organizzativo ancora novecentesco, con sezioni nettamente separate: arte, cinema, architettura, teatro, danza, musica. Oppure, prendere atto che queste suddivisioni oramai risultano piuttosto anacronistiche, inadeguate a misurarsi con lo scenario artistico attuale, caratterizzato dall’abbattimento delle barriere tra le diverse pratiche”.

Già nel lontano 1966 Theodor Adorno vedeva sfrangiarsi le linee di demarcazione che, per secoli, hanno separato i vari generi. Da questa ibridazione tra discipline, “che tendono a sconfinare le une nelle altre”, dovrebbe nascere la nuova Biennale. Che – a scanso di attestarsi su posizioni retrograde – dovrebbe “affiancare alle aree tradizionali una sezione intermediale”. Ma non sarà, suggerisce malignamente sul “Foglio” del 29 novembre Francesco Bonami, che “stimolato forse dal cambio di guardia alla presidenza del museo Maxxi di Roma dove Alessandro Giuli ha preso il posto di Giovanna Melandri, Trione prova a disarcionare con un anno di anticipo Roberto Cicutto, presidente in carica dell’istituzione veneziana ponendolo davanti a un bivio virtuale, poco chiaro; forse, memore e fiducioso di una gestione molto novecentesca della cultura da parte del potere politico, autocandidando se stesso alla guida della Biennale del futuro”? “Ora”, prosegue Bonami, “a Trione sfugge qualcosa. Il fatto prima di tutto che l’arte, in tutte le sue manifestazioni, la cambiano le persone che a loro volta cambiano con i tempi, non le istituzioni culturali destinate a promuoverla. L’arte muta con le mutazioni sia degli autori che degli spettatori, non con i cambiamenti del potere e lo spoils system della politica – e ‘to spoil’ in inglese significa anche ‘rovinare’”. Certo sentir parlare di persone che cambiano chi, oltre ad aver curato una Biennale, ha fatto da padrino a quelle di Gioni e della Alemani, lascia un po’ da pensare.

E se davvero non si tratta di nomi ma di scelte epocali, perché chiamare in causa Ciccuto, ergendolo a vittima delle (presunte) trame di Trione? È vero, la politica può rovinare tutto. Ma può anche costruire. Potrebbe, ad esempio, realizzare ai Giardini un nuovo padiglione nazionale. Non, s’intende, scacciando dal corpo centrale, un tempo riservato proprio all’Italia, la mostra del curatore. Immagino un edificio costruito ex novo. Magari a seguito di una gara indetta in occasione della Biennale architettura. Così è contento anche Trione: le arti dialogano. Come hanno, a dirla tutta, sempre fatto.

L’ultima Biennale architettura non era anche, a pieno titolo, una mostra di pittura, di scultura e di design? Non sarà che gli autori, come dice giustamente Bonami, si autoregolano, senza bisogno di “sezioni intermediali”? Diamo a Cesare quel che è di Cesare. Lasciamo che la politica restituisca all’Italia il giardino perduto. E che, al contempo, approfitti dello spazio all’Arsenale per bilocare il nostro padiglione con una mostra di giovani, di maestri, o di artisti mid-career. Una mostra di contestualizzazione. Siamo o non siamo il paese ospitante? Ecco tornarmi in mente L’eredità dello zio Buonanima, il suo finale scoppiettante: quando tutto sta per volgersi in frantumi, Franco si accorge di avere in casa un quadro dello zio: un Caravaggio. Lo vende, e coi soldi ricavati finiscono le grane. Mancano i Caravaggio o chi li potrebbe (e dovrebbe) esporre, promuovere, valorizzare, come si addice a una mostra di talenti nazionali?