Una performance finita male

“La luce del mondo si è spenta. L’impero romano è stato decapitato. La distruzione di una sola città ha distrutto il mondo”. Così Girolamo nelle sue Epistole quando, tra il 24 e il 27 agosto del 410, Roma venne saccheggiata dai goti di Alarico.

Ieri l’altro la storia – che, come scriveva Marx, “si ripete sempre due volte: la prima come tragedia, la seconda come farsa” – si è esibita in una replica dell’antico copione: il sacro colle è stato violato in diretta tv da buffoni in corna di bufalo e pelliccia di montone, alquanto simili a barbari invasori. Perché proprio adesso? Quali condizioni hanno reso possibile un atto così estremo?

Indubbiamente la parte del leone spetta ai messaggi di Trump, al suo mancato riconoscimento, condito di incitazioni alla rivolta, dell’avversario democratico. Oso tuttavia credere che vi sia dell’altro. Chi conosce anche solo sommariamente la situazione degli Usa sa che il paese è diviso: tra Nord e Sud, coste e entroterra, aree rurali e grandi centri urbani. Ma soprattutto tra ignoranti e stanfordiani, poveri e ricchi, che la crisi economica seguita all’epidemia di Covid ha reso ancora più distanti. Trump, nonostante la sua retorica aggressiva, anzi proprio in ragione di essa, incarnava il “sogno americano”, l’idea che – magari partecipando a un talent – anche il più disgraziato, dotato di intraprendenza e faccia tosta, potesse diventare milionario e …presidente. Se ce l’ha fatta lui, potevano riuscirci tutti. Parimenti la sua sconfitta è la sconfitta di tanti. Una sconfitta simbolica, prima ancora che reale.

E come intendere la sfilata per le sale del congresso, il vandalismo, le pose sullo sfondo di quadri e sculture se non come una performance, ahimè finita male, una carnevalata che replicasse il disagio, lo straniamento dei suoi artefici almeno quanto un cesso d’oro – Cattelan voleva montarlo alla Casa Bianca: Capitol Hill è un po’ la stessa cosa – specchia un’élite insensibile e appagata? La finzione, insinuandosi in modo sempre più ostinato e pervasivo nel nostro quotidiano, ha finito per dissolvere il senso del reale. Indoviniamo, per puro caso, la risposta di un quiz e ne godiamo come se il premio in denaro e gli applausi scroscianti fossero per noi. Poco importa che lo spettacolo avvenga in uno studio televisivo o in un tempio della legge. È sufficiente si tratti di un luogo molto in vista: un luogo, intendo, capace di conferire valore artistico alla nostra esibizione. Il contenuto non conta, conta solo il (museo) contenitore. Ciascuno può produrre ciò che vuole, perfino autoprodursi: un pizzico di scandalo, e la fama è assicurata.

In un contesto così desolato – penso ai bambini che un tempo sognavano di diventare Michelangelo, oggi concorrenti di Italia’s got talent o dei Soliti Ignoti – come meravigliarci che quattro scalmanati giochino a travestirsi da sudisti, o da indiani congiurati. Altro che “arte politica” – lo ho sentito di recente in una diretta Facebook – “da esercitare nel privato”! Mi sono chiesto più volte il perché della rarità di testimonianze artistiche concrete (le performance non sono state registrate) in periodi di crisi come l’alto medioevo: le “azioni” dei trumpiani “non eletti” recano forse, nella loro effimera irruenza, una risposta convincente.