Paolo Icaro, Per il volo di una farfalla (volano tre farfalle), 1969 - 2014. Vetro affumicato, 50 x Ø 25 cm. Courtesy: l'artista e P420, Bologna.Photo credits: Aurélien Mole

Tout Court, una collettiva a Parigi per delineare un possibile “carattere italiano”

All’Istituto Italiano di Cultura a Parigi è visitabile, ancora per pochi giorni, una mostra dal titolo Tout Court. Un aperçu de l’art contemporain italien a cura di Saverio Verini, in collaborazione con l’organo ministeriale Direzione Generale Creatività Contemporanea e realizzata grazie a prestiti di gallerie e collezionisti. Una panoramica sull’arte italiana degli ultimi decenni, dagli anni Settanta a oggi, attraverso le opere di una ristretta selezione di artisti: Adelaide Cioni, Roberto Fassone, Paolo Icaro, Emilio Isgrò, Diego Marcon, Luigi Ontani, Mattia Pajè, Carol Rama.

All’Istituto Italiano di Cultura a Parigi è in corso una mostra dal titolo Tout Court. Un aperçu de l’art contemporain italien. La collettiva è a cura di Saverio Verini, in collaborazione con l’organo ministeriale Direzione Generale Creatività Contemporanea e realizzata grazie a prestiti di gallerie e collezionisti. In breve, una panoramica sull’arte italiana degli ultimi decenni, dagli anni Settanta a oggi, attraverso le opere di una ristretta selezione di artisti, un percorso trasversale che intende, nei differenti ambienti dell’Istituzione, definire e tracciare un possibile “carattere italiano”. Dalle fastose sale interne al giardino l’iter espositivo presenta i lavori di Adelaide Cioni, Roberto Fassone, Paolo Icaro, Emilio Isgrò, Diego Marcon, Luigi Ontani, Mattia Pajè, Carol Rama e una selezione di fotografie di opere negli spazi pubblici italiani dalla piattaforma “Luoghi del Contemporaneo”.

Tout Court, uno spaccato di arte contemporanea italiana che unisce artisti di diverse generazioni dalle pratiche eterogenee, le cui opere sono accomunate da alcuni aspetti peculiari: il ricorso al piccolo formato, una postura ludica e irriverente, il richiamo a una visionarietà infantile.

A Saverio Verini, curatore della mostra, abbiamo rivolto alcune domande sul progetto riguardo l’ideazione, lo sviluppo e, non ultime, le difficoltà di realizzazione.

Amalia Di Lanno Come sono nate la collaborazione con l’Istituto Italiano di Cultura a Parigi e l’idea del progetto?

Saverio Verini Qualche mese fa sono stato invitato dal direttore dell’Istituto di Cultura di Parigi, Diego Marani, a proporre un progetto espositivo che potesse affrontare la definizione di un possibile “carattere italiano” attraverso le arti visive. Questione enorme e spinosa, anche considerando la vastità della letteratura in materia: a pensarci bene, tutti i curatori che si sono cimentati nell’allestimento del Padiglione Italia che ogni due anni apre le sue porte nell’ambito della Biennale di Venezia, hanno voluto offrire una propria lettura dell’arte nel contesto italiano. Per non parlare delle varie ricognizioni, mappature e punti della situazione tentati da altre rassegne a cadenza regolare come la Quadriennale di Roma o episodi sporadici che hanno proposto punti di vista inediti e singolari (in questo senso, tra le mostre più recenti, mi vengono in mente Italics, curata da Francesco Bonami a Palazzo Grassi nel 2008, e Ennesima, a cura di Vincenzo De Bellis alla Triennale di Milano nel 2015). L’ambiziosità del tema (alimentata dal pensiero che esattamente quarant’anni fa, nel 1981, sempre a Parigi, Germano Celant presentava al Centre Pompidou il progetto espositivo Identité Italienne. L’art en Italie depuis 1959), ma anche la qualità architettonica delle sale dell’Hôtel de Galliffet che ospita l’Istituto Italiano di Cultura – un ambiente fastoso, scintillante, ricco di preesistenze – mi hanno così spinto a una specie di ritrazione, a un rimpicciolimento: farsi piccoli rispetto allo spazio e al tema, evitare ogni confronto muscolare con l’architettura, quasi le opere fossero appoggiate, parte dell’arredo. E, partendo da là – dall’immagine di una serie di opere di formato ridotto –, pensare a lavori che richiamassero a una visionarietà infantile, ludica e irriverente, ma non priva di zone d’ombra. Sono queste le suggestioni alla base del progetto di mostra, che il direttore e tutta l’equipe dell’Istituto hanno accolto con interesse e sensibilità.

Amalia Di Lanno Una mostra coinvolgente anche nell’articolazione dei differenti ambienti.  A riguardo, come si snoda il percorso espositivo?

Saverio Verini Tout Court è divisa in due parti: gli ambienti espositivi all’interno dell’Hôtel de Galliffet, e il giardino all’esterno. La Sala dei Marmi, ambiente fastoso e riccamente decorato, vede la presenza di quattro opere di formato contenuto di altrettanti artisti già attivi negli anni Sessanta e Settanta come Paolo Icaro, Emilio Isgrò, Luigi Ontani e Carol Rama. Allestite sopra delle consolle in marmo, unici punti d’appoggio della stanza, e moltiplicate come in un gioco caleidoscopico dalle superfici specchianti che rivestono le pareti dello spazio, le opere esprimono una molteplicità di interessi e ricerche: vitalità e tensione verticale nella scultura di Paolo Icaro; forza concettuale e “ribellione” nel libro cancellato di Emilio Isgrò; capacità di mutare identità e di incorporare un simbolo della cultura italiana come Cristoforo Colombo nella foto cartolina di Luigi Ontani; ironia dissacrante e liberatoria nella scarpa-feticcio di Carol Rama. Rimanendo nelle sale interne dell’Istituto, in particolare nella Galleria, lo spazio si presenta quasi svuotato, con due soli video ai poli opposti della stanza, Ludwig di Diego Marcon e Ball don’t lie di Roberto Fassone. Entrambe le opere, in maniera diversa, hanno a che fare con una dimensione ludica e infantile, suggerendo una spensieratezza camuffata, capace di sconfinare nel tragicomico; una lettura del mondo intuitiva e lirica, in cui scoperta, ironia e senso tragico trovano un’inaspettata coesistenza. La Sala Quadrata accoglie i “dipinti cuciti” di Adelaide Cioni, collage di tessuti di diversi colori applicati su tela, a formare delle immagini quasi elementari, eppure archetipiche: un immaginario di temperatura mediterranea,in cui si fondono ricordi d’infanzia e senso del gioco. E poi ci sono i ragni di Mattia Pajè, disseminati nei diversi ambienti espositivi: decine di ragni in scala reale realizzati in argento, presenza discreta eppure capace di brillare, trait d’union tra le diverse sale della mostra e, al tempo stesso, elemento di rottura dell’ordine che le caratterizza.

In giardino è presente il secondo tempo di Tout Court, con l’allestimento di dieci fotografie che riproducono opere d’arte realizzate negli ultimi decenni all’aperto – nello spazio pubblico – in Italia. Le immagini – provenienti dalla piattaforma Luoghi del Contemporaneo, ideata dalla Direzione Generale Creatività Contemporanea del Ministero della Cultura – si presentano come grandi “cartoline” da un viaggio in Italia compiuto attraverso il filtro di opere d’arte a stretto contatto con il paesaggio urbano, la campagna, il mare, tra grandi città e luoghi eccentrici. Le opere selezionate (da Alberto Burri a Maurizio Cattelan, passando per Alexander Calder) intendono ricomporre un panorama sfaccettato, un’Italia in miniatura che, simbolicamente, ha permesso di portare a Parigi delle opere intrasportabili – ulteriore “gioco impossibile” proposto dalla mostra.

Amalia Di Lanno Il filo conduttore della mostra richiama una visionarietà infantile, un gioco di senso e significati simbolici che accomunano gli artisti presenti. Quanta importanza riveste oggi l’aspetto ludico e irriverente nell’Opera?

Saverio Verini In generale, credo che la componente ludica sia un impulso fondamentale (e forse sottovalutato) alla creazione. L’esplorazione di spazi, materiali e concetti rappresenta a mio avviso una spinta decisiva per gli artisti; e trovo che il senso di scoperta e lo stupore che ne possono derivare abbiano qualcosa di meravigliosamente infantile, capace di tenere insieme spensieratezza, ironia, disobbedienza e tensione emotiva. È un atteggiamento che trova delle corrispondenze anche in alcuni riferimenti imprescindibili della cultura italiana: penso al Pinocchio di Carlo Collodi, alla poetica del fanciullino di Giovanni Pascoli o a Cosimo Piovasco di Rondò, protagonista de Il barone rampante di Italo Calvino. Seguendo questa traiettoria, la mostra unisce artisti di diverse generazioni e dalle pratiche eterogenee, talvolta veri e propri profili eccentrici, difficili da classificare, le cui opere in mostra sono accomunate da alcuni aspetti peculiari. Il titolo, Tout Court (“in breve”) allude al formato e anche all’essenzialità dell’allestimento, un percorso che vuol essere un assaggio dell’attitudine “infantile” di cui parlavamo poco fa.

Amalia Di Lanno Infine. Quali sono, per un curatore, gli aspetti più interessanti, difficoltà comprese, nel coordinamento e relazione di un numero importante di artisti, Istituzioni e soggetti coinvolti in un progetto espositivo?

Saverio Verini Nonostante una certa ansia fisiologica, nei progetti espositivi che ho l’opportunità di curare cerco sempre di mantenere un approccio gioioso e positivo: credo che il contatto con gli artisti e le loro opere sia una fonte inesauribile di scoperta e crescita – un modo per imparare a sentire le cose del mondo. Agli inevitabili sforzi organizzativi cerco sempre di far corrispondere il piacere che può scaturire dal rapporto umano con artisti, prestatori, allestitori, fotografi, grafici, uffici stampa, galleristi e tutti gli altri operatori. Credo sia la parte più bella e arricchente.

Tout Court. Un aperçu de l’art contemporain italien

Adelaide Cioni, Roberto Fassone, Paolo Icaro, Emilio Isgrò, Diego Marcon, Luigi Ontani, Mattia Pajè, Carol Rama e una selezione di fotografie di opere negli spazi pubblici italiani dalla piattaforma “Luoghi del Contemporaneo”
Mostra a cura di Saverio Verini 

in collaborazione con Direzione Generale Creatività Contemporanea
visitabile fino al 30 settembre 2021

La mostra è accompagnata da un catalogo, con testi di Diego Marani, Direttore dell’Istituto di Cultura di Parigi, Saverio Verini, curatore del progetto, e Giuseppe Garrera, musicologo, storico dell’arte e collezionista, prestatore delle opere di Emilio Isgrò e Luigi Ontani.