Polichiniello: il filosofico, in più! – (I part.)

Un nuovo modo di pensare, che è anche un nuovo happening, nel quale la “flessione del simbolo” e l’esperienza del cibo illuminano il destino della maschera, che sopravvive da lontano come l’ironia ritrovata dei suoi gesti e dei suoi discorsi. La maschera come strumento di sopravvivenza del riconoscimento, nel corso di una performance e di un’opera che si espone ai pericoli dell’incuria e della caduta nel contemporaneo.

Nostalgia della Maschera: La categoria di filosofo-artista, incarnata e sognata da Polichiniello (detto anche Tanatiello, a causa di un piccolo racconto di F. Kafka) e non da lui solo, categoria dapprima ipotetica e forse utopica (esistono ai nostri giorni tali filosofi? non è necessario che ce ne siano un giorno?), non si inserisce nel contesto di una filosofia assimilabile e strettamente ripetibile, capace cioè di creare una Storia. Eppure dalla Grecia proviene questa Storia e dalla stessa Neapolis proviene Tanatiello, principe di un racconto di alcune metamorfosi e varie creazioni.

Tanatiello, strano connubio di scrittore kafkiano e filosofo pre-tarquiniano – lavoro che svolge per oltre trent’anni sul finire del secolo scorso – è conosciuto, soprattutto per la sua adesione al napoletanismo dissidente e per aver anticipato, nei suoi romanzi, gli effetti allucinatori d’una certa atmosfera post-lettrista che prorompe, qua e là, nel suo stile narrativo carico di “post-simbolismo invisibile”.

Lo ricordo qui, però, per un suo breve racconto, dal titolo Tanino Tanato Tanatiello. Autobiografia post-patafisica, a torto poco conosciuta perché vera e propria invenzione di genio, nel quale si svolge un’esilarante vicenda tragicomica. Ci interessa perché, tralaltro, viene analizzato in essa uno dei tanti percorsi, per così dire, sotterranei che ancora oggi esistono nella grande città senza confine, nella quale sopravvive il passato e, con esso brandelli della storia di ogni metropoli. Ma, per capirlo, seguiamo Tanatiello o Polichiniello.

Il problema che egli affronta è antichissimo – certamente ancora irrisolto – e da esso dipende gran parte dei comportamenti dell’artista-concettuale, ne determina la non libertà nei riguardi del potere – qualsiasi sia il suo segno – fino al punto di spingerlo ad accettare ogni compromesso, anche quelli più indecorosi; si tratta, lo avrete capito, della fame, della fame di sapere, la necessità irrefrenabile di riempire lo stomaco e contemporaneamente la testa almeno una volta al giorno.

Il Signor Tanatiello, protagonista del racconto di Angelo Shlomo Tirreno, è un professore associato di mezz’età alle prese, come tutti del resto, con il suddetto problema. Senonchè la faccenda nel suo caso è più complicata, perché è solo al mondo ed è stato costretto a rinunciare ai servigi dello chef Concettino piantati sopra due flosce guance di maiale, che gli veniva ogni giorno a cucinare e a rimettere a posto – si fa per dire(!) – l’unica stanza del suo appartamento; motivo della decisione il maledetto vizio del vecchio di rubargli in casa, svaligiandolo come il mal capitato in un bosco.

E così, mandato via il famelico, scorbutico e malfidato maggiordomo, il problema della fame gli si ri-presenta in tutta la sua drammaticità conoscitiva.

La solitudine rende triste, l’ora del pranzo e della cena, anche perché mangiare è come il protrarsi dell’ultimo atto del seminario monografico sulla Scienza della Logica di Hegel, un complicato procedimento rituale che prevede tramite il web, l’acquisto del cibo, le contrattazioni con i negozianti, la preparazione, la cottura, il commento ragionato e, dopo, il lavaggio delle stoviglie, il rimetterle a posto, nonché la contrattazione degli approfondimenti bibliografici, etc …

Pulichiniello sceglie, allora di girare per bettole, cercando di decifrare dai segnali esteriori la sostanza interna di cibo e libri: annusando l’aria densa, il corpo tipografico, i caratteri, la scrittura, gli aromi, i vapori di brodo e i fiumi di olio sfritto, scrutando la fisionomia e i comportamenti di avventori e camerieri, assistenti di Istituto, ricercatori, altri Prof. Associati, ordinari, filosofi di professione, critici d’arte. Consultando avidamente menù e liste del giorno e, in una vera e propria ricerca comparata, operando raffronti e deducendo dagli odori i sapori e sperimentando questi ultimi; soppesando sezioni di interi tomi, aforismi, dossografie, istogrammi, statistiche, configurazioni, schemi; cercando di capire d’un vino dove finisce il vino e dove inizia l’acqua aggiunta, valutando prezzi e verificando le conseguenze di tutto ciò sul suo tubo digerente, sull’acidità del suo stomaco e della sua digestione e sull’assimilazione del suo cervello, sulla quantizzazione di zuccheri e di mentalismi e la pesantezza post-pranzo, che diviene catalessi quando s’è mangiato e pensato molto male. Comincia così per Pulichiniello, un lento pellegrinaggio tra brodi pieni di grasso e umori politici privi di qualsiasi filosofia della Polis, ermeneutiche e pragmatismi stipati, bicchieri che conservano ancora lo stampo delle bocche che hanno conosciuto, carni rinsecchite e biblioteche come trattorie mangerecce, nelle quali è rimasto, cementato dal tempo, il giallo delle uova consumate.

“Erano anni che non entravo nella sede della trattoria del sapere, dopo tanto tempo poco era cambiato. Al posto di comodi divani sono state messe sedie e fioriere.
Ricordo che mi davo appuntamento con una professoressa di matematica napoletana, che insegnava a Milano e che avevo conosciuto sulla costiera amalfitana, era una bella ragazza molto gentile e buona. Mi aspettava paziente e mi raccontava tante cose. Eravamo diventati amici e tutti i nostri programmi erano un cinema o un tavolino di un caffè dove mangiavamo tanti pasticcini e provavamo a discutere della validità della semiotica testuale del cinema rispetto ad altre semiotiche dell’arte poco efficaci. Qualche volta ci vedevamo in una sala della Darsena Milanese, che esiste ancora. La città era meno tumultuosa, più umana e tutti avevamo tempo di incontrarci per passare qualche ora insieme, fuori dalle tano-trattorie dei Quartieri Spagnoli. Adesso fra una corsa e l’altra, gli amici e i colleghi sull’avidità della filosofia del linguaggio li vedi solo a pranzo, poi c’è sempre il filmetto sullo smartphone portato dai canali degli youtuber che blocca ogni conversazione.
Ritornando nella grande sala dei piatti arricchiti dagli chef, non hai neppure la voglia e il tempo di guardare tutti quelli che mangiano. I tavolini e i buffet intorno sono gremiti di individui adepti di diete preconfezionate, che parlano anche ad alta voce e trattano tanti argomenti di sana alimentazione e della disciplina del discorso. Le liste e i menù sono poco consultati, le pagine delle guide gourmet pochissimo: ognuno indugia prima di trovare quello che cerca, un po’ perché è poco il tempo disponibile per trovare la pietanza che si cerca e un po’ perché le indicazioni non sono chiare, i dialoghi sul cibo confusi, e allo stesso tavolo si trovano differenti appetizer. Personalmente, per portare a termine la mia ricerca sul piatto di spaghetti con le vongole, ho dovuto assaggiare diverse paste e fagioli: nessuno si dava da fare per occupare meno spazio e la mia selezione critica veniva richiesta dai molti che ne erano sprovvisti.
Quelli che mangiano sono immersi nei loro problemi e neppure li notano. Ti giungono, come dicevo, le loro voci: una ragazza parlava alla nonna cercando denaro per l’acquisto di abbigliamento e ostriche; un militare ad un amico per dirgli che era arrivato, un giovane alla compagna chiedendo appuntamenti ad altre cene; una donna sussurra parole d’amore ad una “zuppiera” di spaghetti. Ho alzato il capo per vedere chi era e sono rimasto deluso dalla qualità della pasta. Poi ha tagliato quel mezzo silenzio una voce concitata che, strillando inviava parolacce ed insulti, ha continuato a fare altre farse e ad usare lo stesso linguaggio. Mi ha incuriosito e l’ho guardato, aveva una cinquantina d’anni, una capigliatura da attore ed un volto da spostato. In mano un mucchio di fette di pane che gridavano vendetta: evidentemente aveva voglia di affondarle nel sugo degli spaghetti. Per fortuna, dopo vani tentativi di agganciare qualcuno, se n’è andato imprecando contro la società gastronomica che produceva tutta quella roba da ingurgitare. Da un altro lato un signore, imprecando contro le factory del cibo, parlava con un personaggio importante della multinazionale gastronomica e usava frasi come: “mi scusi se mi sono permesso di disturbarla, potrebbe ricevermi domani? Sono amico del Dottore in Scienze Gastronomiche sempre per quella faccenda della dieta filosofica”.

Traffichi, cose lecite, illecite, da un filo all’altro si può dire tutto tanto nessuno ti sente, ognuno pensa alla propria dieta e tutti si rilassano nell’accettazione della propria cura dimagrante”.

Abbandoniamo Polichiniello al suo girovagare milanese e ricordiamo che non soltanto chi è solo o s’è trovato a star solo per un certo periodo della sua vita, conosce questo percorso tra le bettole del Tanatiello napoletano. Come dicevo, possiamo definirlo come una delle tante strutture, delle tante reti che si intrecciano in parte alla luce e in parte nei sotterranei, per così dire, della grande città partenopea; luoghi dove, nonostante tutto, si ripristinano, in parte, alcuni scambi simbolici tra le persone e si finisce per partecipare al teatro di Polichiniello, contrariamente a quanto accade nei percorsi ufficiali dove l’anonimato è obbligatorio e indispensabile.

Intendo dire, insomma, che se, per fare un esempio concreto, provate ad andare per due volte di seguito in una bettola di Napoli – non ristorante o trattoria – ma proprio la bettola, la cantina che ha tutta una sua patina diversa, uno strato di grasso per dirla con Polichiniello – i tavoli sono unti, le stoviglie, i bicchieri, le bottiglie, l’aria e anche la faccia del cantiniere è unta di storia –  vi renderete conto di trovarvi in uno strano regno di mezzo del sapere di Polichiniello: un luogo, un palcoscenico naturale, che non sembra seguire le regole della metropoli, perché vi si respira una strana aria ontologica, come dicevo, e per questo ci sembra fuori dal tempo. O, per dir meglio, sentiamo la sua provenienza dal passato, la sua appartenenza ad una città pre-industriale, dove i criteri della polichinellicità e della cognitività del moderno non sono ancora del tutto chiari e sopravvivono, tra il nero dei muri e la tinta scarlatto-scambiata dei vini colati sulle botti e sul pavimento, antiche mescolanze di pensieri e memorie iperdietetiche.

Non ci si meraviglia se, allora, tra quelle mura di fuliggine, la luce falsa dei tubi al neon, delle architetture di perenne restauro, degli interventi di mantenimento sulle cavità tufacee, appaiono i protagonisti di un’umanità che sembra isolata, un po’ fatta a vino, un po’ stordita dalle memorie e un po’ nauseata dai cibi troppo grassi che dimenticano il pensiero.

Quella che appare un’umanità di mezzo, non è mica un medium, è più di uno strumento, che se ne sta lì a resistere, sotto i colpi del progresso, ma è come non se ne accorgesse e non ce ne facesse accorgere del tutto. Lì, proprio grazie alla penombra – quella luce mediana, che la macchina fotografica non riesce a cogliere – sembra che la grande comunità sia lontana. Se ci entrate vi accorgete che state comunque fingendo con voi stessi e Pulcinella sta naturalmente recitando sul suo palcoscenico naturale. E, certamente, reagite al cibo che non sempre è dei migliori se non c’è la presenza del filosofo Tanatiello. Ma quando ne uscite, non sapete bene decidervi. Tra il senso del grasso sapiente e il vino pesante della dimenticanza, siete anche voi nel medium oltre il messaggio. S’è trattato di fingere di tornare indietro nel tempo, indietro nel ventre della Napoli sapiente, per toccare le catacombe della memoria. Poi non ci pensate più e v’immergete nella folla dei procacciatori di diete, coi vostri pensieri di liberazione.

Polichiniello: il filosofico, in più! – (I part.)

Il Cammino di un filosofo-poeta: Di Tanatiello tanto si è detto, letto, scritto che affrontare ancora la sua figura di chiaro guitto sembra quasi ripetitivo. Certo questo «scrigno» è stato aperto ed esaminato nel suo contenuto un po’ da tutte le generazioni che si sono succedute dall’immagine di Tarquinia in poi, ma Tanatiello e quanti come lui seppero trovare l’universo nel performer. Nella sua anima si trovano esempi di un’esistenza ricca di interiorità, una interiorità che non è vuoto idealismo, ma capacità di nutrire l’umanità di sentimenti e valori, beni sempre più rari in quest’epoca.

“Vedi Napoli e poi muori”, questo potrebbe essere l’ideale anello di congiunzione tra Tanatiello e Napoli. Un adagio certo, ma mai detto fu più azzeccato e forse al fondo stesso cela molto di più. Sollevandosi anche solo per un attimo dall’angusto fattualismo che vuole Tanatiello a Napoli dal 1833 al ’37 in compagnia dell’amico Polichiniello, nell’estremo soggiorno partenopeo del mascherato, è forse possibile cogliere qualche aspetto recondito, che seppur casuale, sembra giustificare la chiusura poetica di Tanatiello proprio a Napoli.

Per uno strano capriccio del destino, il lungo cammino artistico del poeta alla ricerca erudita e sognante del sentimento, dell’interiorità, sembra svolgersi lungo un arco ideale che dall’estasi dell’Infinito lo conduce al realismo de La Ginestra e de Il Tramonto della Luna: un cammino (performatico) che dialoga con il paradiso abitato dai diavoli. È qui che la realtà, sino nel “paradiso terrestre” (Napoli secondo Giacomo Leopardi) si vive e ancor più si muore da soli, abbandonati nell’ultim’ora anche dalla speranza, tutta terrena, di un domani migliore.

L’opera di Tanatiello, a questo punto, sembra avere come confini ideali il colle e il Vesuvio, alla fine della summa a-teologica, l’afflato poetico si svolge in un lento e crudele declino dalle speranzose illusioni alla concreta realtà. Lo sterminator vesevo, che per la sua possanza ricorda al Tanatiello l’amato colle, che s’erge poderoso e infrange le speranze che la Maschera un tempo lasciò libere di salire all’Infinito. È necessario perciò passare in rassegna l’attività performatica di Tanatiello, partendo da L’Infinito e giungendo al fiore del deserto. In tal modo si può cogliere una continuità di temi e di immagini, che si sviluppano tutti all’insegna di un sentimento di speranza contro ogni speranza che anima la maschera e sembra contraddire gli schemi pessimistici entro i quali solitamente vengono inquadrati l’opera e il pensiero di Tanatiello.

Ne L’Infinito, così come nella Ginestra, un colle appare, dal quale spingere la fantasia filosofica, l’illusione al di là di una vista che la natura avversa ha voluto dura. Permane nel performare una speranza di felicità che, se ancora non è presente, forse apparirà a Tanatiello nel prosieguo del “cammin di sua vita”. Stessa sognante mestizia appare nel canto Alla Luna. Di fronte a quella pallida compagna il performer prova la dolcezza del ricordo, il ricordo dei momenti della sua vita che, se furono dolorosi nel loro primo manifestarsi, ora acquistano un valore perché vagliati dal filtro della memoria.

Avanti nel tempo, testimoni di questo dolce naufragar dell’anima, sono le Vaghe Stelle dell’Orsa, che nelle ricordanze offrono a Tanatiello la possibilità di considerare il suo passato di maschera, la sua prima giovinezza, i primi timori d’infelicità, ma anche la grande speranza di un giovane guitto dolente, ma vivo nei suoi entusiasmi e nelle sue aspirazioni. Certo già in queste “Ricordanze” Tanatiello più maturo deve ammettere che la sua speranza appartiene al passato: “o speranze, speranze, ameni inganni della mia prima età” di Maschera. Eppure proprio qui, quando sembrerebbe finito l’effetto (antidolorifico) delle illusioni, s’avverte che esse hanno ancora parte attiva nell’animo del performer, mescolate con una speranza ben celata e inesaurita di donare felicità in avvenire, ai suoi “Teneri sensi … e cari moti del cor”.

Nel “Canto Notturno di un Pulcinella Errante …” la domanda: “ ove tende questo vagar mio breve?” ci pone di fronte non più al ricordo, ma al dolente quesito di di una maschera che è stanca di aspettare e che comincia a cadere preda della sfiducia. Questa maschera ora teme che quell’avvenire triste e solitario, di cui tante volte, armato di illusioni, aveva scacciato lo spettro, ora, possa essere invece l’unica prospettiva di vita. 

Tanatiello performer-cantore della Speranza.

E’ questo tesoro che consente al deforme-angelico Pulcinella di liberarsi della materia corrotta che l’avvolge e di librarsi a volo da quei colli di Posillipo che tante volte l’accolsero solitario o di specchiarsi in quella pallida luna e in quelle scintillanti stelle che seppero donargli solo il loro freddo, distante abbraccio.

Pulcinella inguaribile ottimista, ginestra solitaria, anche nell’ultim’ora sparge la sua fragranza intorno, aggrappato all’arida schiena della natura beffarda.