Potremmo partire da una constatazione chiara e concisa: Lunario per sonnambuli di Zaelia Bishop è più di un libro d’artista. Difficilmente si lascia rinchiudere nelle maglie di una definizione categoriale. È vero che s’inserisce in una raffinata collana dal titolo Traffici d’artista, curata da Carmelo Cipriani. È vero anche che, come un’esposizione artistica, il libro in questione ha una curatela, quella di Nicoletta Provenzano. Ma tutto ciò non basta a perimetrare le forme di una categorizzazione: nel Lunario messo in scena dall’artista romano s’installa un surplus che deborda i confini dello scritto e della rappresentazione grafica. O, per dirla meglio, è proprio nel confine che quest’opera-libro lascia baluginare la possibilità di un varco che corrode le strettoie della definizione. Già visivamente, sfogliando le poche pagine che caratterizzano l’opera, la sensorialità ci porta ad avvertire una materialità della parola che s’installa ai bordi del foglio. Ci troviamo di fronte ad una sorta di “epifania del differimento”: se il centro della pagina è colonizzato dalla lievitazione di pietre, schegge e frammenti, colte appunto in uno status inatteso di leggerezza, in un loro approssimarsi nel vuoto e svuotate della propria densità materica, ai bordi i significanti che compongono i versi dell’incedere del senso si coagulano densi e profondi, e costruiscono una poetica marginale ed ermetica della distanza, fondata sulla memoria, l’intimità esistenziale, il non rapporto.
Seppur nella sua brevità, l’esperienza di lettura che il libro offre condensa un sovraffollamento di interpretazioni e di richiami archetipici importanti. Parlarne vuol dire – rischiando di dover abbandonare altre letture – operare una scelta, seguire il tracciato offerto da un sintagma che fa da fil rouge nella ritmica del verso. Abbiamo estrapolato dalle fascinazioni dell’opera il concetto di marginalità, e provato a declinarlo in tre orizzonti di lettura.
Ai margini
ovunque
nascondimi
(Z. Bishop – Lunario per sonnambuli, Pyramidion)
La speculazione filosofica ha sempre interrogato la “perimetria” dei propri confini, e quel liminale dove la filosofia, per riconoscere se stessa, opera un distinguo da altri territori sapienziali, da spazi antifilosofici. Il pensatore che più di tutti ha adocchiato il potere riflessivo di questa bordatura è Jacques Derrida. La sua raccolta di saggi dal titolo Margini della filosofia non fa che insistere su una declinazione del confine come fulcro di elaborazione alternativa ai sistemi rigidi del pensiero occidentale, sempre teso quest’ultimo ad elaborare le proprie teorie a partire dall’antitesi di due opposti (presenza/assenza; identità/differenza; senso/non senso). Ai margini le dicotomie non solo si fanno più labili, ma la filosofia ha la possibilità d’indagare tutti quegli aspetti che sono secolarmente esclusi dal “regime” del pensiero: la scrittura ad esempio, ma anche il corpo, il femminile, il non razionale, il contingente. Derrida ci indica la traiettoria per questo rinnovamento filosofico, ma al contempo gioca con la stessa idea tipografica di margine: la verità del testo la fa trovare nei bordi e nelle note dello stesso.
Potremmo dire che Bishop abbia fatto suo il magistero derridariano. A ben vedere, se al centro della pagina dimora il silenzio pietroso del frammento, ai bordi il gesto poetico trova nel processo della scrittura la sua verità, la sua evidenza, il suo dire. Forse è più adatto esplicitare che trova la différance, per utilizzare il neologismo coniato dallo stesso filosofo francese, dal momento che il significato, il perdurare instabile del senso nella ritmica del verso, differisce, rimanda ad altri significati e altri ancora, producendo un giro spiraliforme di immagini spaziali, emotive, narrative che danno corpo alla mancanza, cioè al fatto che l’affievolimento del ricordo è sempre fumoso, disincarnato, non-tutto.
La marginalità del magico
Seduti in balcone univamo le stelle in oracoli
oppure arcipelaghi
(Z. Bishop – Lunario per sonnambuli, La capanna di felci)
Nello splendido testo critico che accompagna l’opera-libro, Provenzano così scrive:
Nel percorso in-verso, la rotta si infrange in sponde sospese di un regno indistinto ed evanescente tra la veglia e la terra onirica. Lo sguardo si estende e la mente vaga nel viaggio confinale che si addentra in un dialogo dove risuonano voci di identità concatenate o distinte, evocate nell’orbita di due mondi sfumati l’uno nell’altro.
Potremmo osservare che proprio nel confine fra la veglia e il mondo onirico s’innerva solfurea la possibilità del magico. Cos’è la magia se non quella terra marginale dove la realtà non cessa ancora del tutto di adunare i suoi espedienti per adempiere al logificante e razionale riconoscimento del mondo e, al contempo, il sogno ancora non espande totalmente la propria potenza alterante e alchemica? Terra di mezzo, la magia interroga il divenire panico della vita, e fa che l’erranza sia intrisa sempre di una retrospettiva, di un andare avanti con lo sguardo verso ciò che è stato, di un tempo miscelato che contempli passato e presente. Non solo: dobbiamo tener presente che esiste una dimensione del magico che inerisce il modo di pensare e vivere la realtà. La dice bene Federico Campagna nel suo ottimo saggio Magia e Tecnica, quando osserva che è magico tutto ciò che si contrappone impavido al diktat della tecnica – intesa come metafisica, ossia sistema di significazione della realtà – che modella il contemporaneo. Una metafisica magica, contrapposta alla tecnica, «rinnovella il mondo», per dirla con le parole del poeta Giorgiomaria Cornelio; essa reincanta la visione tetra, oggettivistica e controllante del dominio tecnico per favorire nuovi orizzonti di istituzione di realtà. Il lavorio poetico di Bishop rifonda il reale “equipaggiandolo” di miti e simboli, e di un ermetismo misterico che non vuole la lontananza incomprensiva del lettore bensì la sua risonanza emotiva, il suo saperci fare con l’ineffabile che lo abita al di là del logicismo e del sillogismo. Con la poetica di Bishop si buca il buio della tecnica.
C’è del non-rapporto
Cos’altro c’è stato?
Più niente,
la polvere della polvere,
nebbia di calce,
pulviscolo d’ossa
(Z. Bishop – Lunario per sonnambuli, La capanna di felci)
Permettetemi di far riferimento a una querelle filosofica. Di primo acchito, il c’è del rapporto sessuale, opera di Jean-Luc Nancy, sembra porsi, già dal titolo, in netta contrapposizione con la teoria lacaniana del non c’è rapporto sessuale. Cosa vuol dire districarsi con l’impossibilità di ciò che sembra palesemente esistere nella vita dell’essere umano? Se per Lacan il godimento, irriducibile alla dialettica del desiderio, fa sì che sia impossibile un rapporto tra l’uno e l’altro; per Nancy, di tutta risposta, è proprio l’esistenza del rapporto a decretare, come afferma Recalcati, «l’impossibilità del singolare di sottrarsi al plurale del rapporto». Nancy, quindi, individua l’impossibile nell’aggiramento del rapporto e non nello stesso in quanto tale, perché, come afferma lo stesso filosofo francese, «vi sono esclusivamente rapporti, ognuno è un rapporto, ognuno nasce da un rapporto ed entra egli stesso in una quantità di rapporti e se non vi entra non esiste». Il rimando alla dialettica del rapporto nella speculazione francese s’impone se si contempla la significazione liricizzata da Bishop.
Potremmo quasi sostenere che l’artista romano scompagina le posizioni dei due autori citati, aggrumando nel testo una sorta di c’è del non rapporto. Forse è questo il fulcro aporetico che soggiace al di sotto dell’«oniromantica del remoto” messa in luce da Provenzano. La rievocazione affettiva non fa che avvolgere nostalgicamente, come un velo di Maya, la reminiscenza di un non-rapporto che non cessa di scriversi, di disvelarsi in un’ambiguità fra colloquio e soliloquio. Come dei frammenti amorosi, il dialogo diniega una prossimità ma al contempo certifica un rapporto, che è esistito ed esiste custodito nei meandri della memoria. Il non-rapporto introduce l’impossibilità «a congiungersi in unità, vive di una perpetua disgregazione, erodendosi in forme diverse e nuove». L’amore s’impasta al ricordo nebuloso dell’infanzia, bordando un vuoto che non può essere colmato se non da schegge, da una sorta di “memoriale della frammentazione”. E allora forse le parole di Bishop, liberate dal gesto poetico, non ci vogliono dire che questo: sostare ai margini significa danzare attorno all’impossibile del fare Uno. E di questa impossibilità bisogna farne irrimediabilmente qualcosa.




