In «Bilancia» due figure nude ridefiniscono il concetto di equilibrio oscillando su un’altalena primordiale, dove la linea si fa graffio ironico e leggero, trasformando la rigidità del segno zodiacale in un gioco d’infanzia sospeso nel vuoto della pagina. Poco oltre, la tavola di «Ariete» mostra un corpo efebico che sorregge sulle spalle un animale dalla testa fiera e dalle piccole corna arricciate, unendo la fragilità statuaria a un’eleganza fieramente arcaica. Nei «Pesci» una figura femminile danza di spalle muovendo i panneggi vaporosi di una gonna d’epoca, mentre le braccia si spalancano in un gesto simmetrico per reggere due pesci sospesi come astri catturati nel mezzo di una coreografia teatrale. Infine, nell’illustrazione «Comincia l’almanacco» un gesto intimo e antico inaugura la serie: una figura pettina con cura la lunga chioma di una sua gemella seduta, con i capelli che si espandono sul foglio come fili di vento, introducendo alla narrazione mitica dello zodiaco.
C’è un gioco sapiente tra intelletto e favola in queste carte giovanili di Toti Scialoja. L’esposizione alla Pinacoteca provinciale di Salerno si muove lungo questo crinale invisibile, offrendo una preziosa opportunità per leggere gli esordi di un autore che ha saputo fondere la sensibilità del poeta alla ricerca incessante della materia pittorica.
Salerno ha accolto il duplice appuntamento dedicato a una delle figure più affascinanti e poliedriche del panorama artistico del Novecento. L’evento ha visto la presentazione del volume «Toti Scialoja. Catalogo generale dei dipinti e delle sculture 1940-1998», curato da Giuseppe Appella ed edito da Silvana Editoriale. In contemporanea l’apertura dell’esposizione «Toti Scialoja. Linee del tempo», la cui chiusura è prevista per il 25 giugno.
Il progetto, nato dalla collaborazione tra il Laboratorio Archivio di Storia dell’Arte «Filiberto Menna» e il Dipartimento di Scienze del Patrimonio Culturale dell’Università di Salerno, si avvale del lavoro curatoriale di Gianpaolo Cacciottolo insieme agli studenti della Laurea Magistrale in Storia e Critica d’Arte.
In mostra spiccano i fogli realizzati tra il 1938 e il 1939 per «Beltempo. Almanacco delle Lettere e delle Arti», la raffinata pubblicazione della celebre Galleria della Cometa. Tra queste carte si inserisce la serie dedicata ai segni dello zodiaco, dove le opere rivelano un tratto mobile, capace di far dialogare le suggestioni postimpressioniste francesi con le asprezze dell’espressionismo nordico, senza perdere il contatto con l’ambiente della Scuola Romana e con le ricerche di compagni di strada quali Mario Mafai e Carlo Levi. Nello specifico delle composizioni grafiche, come l’illustrazione che apre l’almanacco o le tavole dedicate ai Pesci, all’Ariete e alla Bilancia, si avverte una tensione narrativa fresca e controllatissima, dove l’essenzialità del segno dialoga costantemente con lo spazio vuoto del supporto.
A fare da contrappunto a questa stagione giovanile interamente giocata sulla precisione della linea, interviene un’opera del 1986, conservata nella collezione della Fondazione Filiberto e Bianca Menna. In questa tempera su carta, le tonalità cupe del nero e del rosso scuro si sovrappongono a campiture grigie e bianche in una danza drammatica di grandi pennellate. Qui il disegno scompare per lasciare spazio all’irruenza del gesto, una grafia cromatica densa che non descrive più il mondo, ma lo evoca attraverso il ritmo e l’accumulo della materia. È l’approdo di una ricerca lunghissima, che dopo aver attraversato le grandi rassegne internazionali e aver dialogato con l’espressionismo astratto d’oltreoceano, ritrova nella fisicità della pittura l’unico strumento capace di misurarsi con l’enigma della temporalità. Arricchiscono e completano questa riflessione una serie di cataloghi e volumi d’epoca provenienti dalla Biblioteca della Fondazione Menna, preziosi documenti che restituiscono la densità teorica di un artista che ha fatto della sperimentazione l’unica costante.




