“L’Arte è mia. Ma non solo”. Dialogo sottovoce con Francesco Lauretta

Conosco Francesco Lauretta da lungo tempo. Una familiarità fatta di incontri gentili, di conversazioni en plein air tra le bellezze opulente di Palermo e tra i prospetti che paiono d’ematite di Firenze. Ho avuto così sempre modo di approfondire, di questo artista, la squisita sensibilità, l’esattezza intellettiva, la fiamma viola che lo accende. Condividiamo questo “esotismo composito” per dirla alla D’Annunzio: entrambi percorsi dal fervore di girovagare per la penisola, abbiamo custodito nel nostro organismo una sostanza intrisa dei blu radiosi delle acque abitate dalle sirene, cullata dai profumi delle pomelie e delle zagare. Una sicilianità che si esprime, nella pittura di Lauretta, nella vibratilità dei barbagli luminescenti, nell’impasto cromatico che è di purità gemmea. L’ho sempre pensato come un San Francesco che si pone con fede dinanzi alla sua tela in un’esecuzione pittorica o disegnativa che è tutta un fluire di linfe interiori, che è tutta una vera teologia dell’arte. Un citaredo dalla malinconia pacata ma dalle pupille ignee. Sono felice di tornare a dialogare con lui, in un’idea comune d’Arte.

Serena Ribaudo: Sosteneva Paul Klee: “L’arte è una similitudine della creazione. Essa è sempre un esempio, come il terreno è sempre un esempio cosmico. La liberazione degli elementi, il loro raggruppamento in sottoclassi composte, lo smembramento e la ricomposizione in un tutto da più parti contemporaneamente, la polifonia figurativa, il raggiungimento della quiete mediante la compensazione dei movimenti: sono tutti alti problemi formali, fondamentali per la conoscenza della forma, ma non ancora arte della cerchia superna. Nella cerchia superna, dietro la pluralità delle interpretazioni possibili, resta pur sempre un ultimo segreto –e la luce dell’intelletto miseramente impallidisce”. Se l’artista è colui il quale si abbevera al calice del soma, l’arte diviene confessione d’anima universale che spinge oltrefrontiera. Uno sbalzo puro che non è solamente un anelito di demiurgia. Al contempo essa esige di ritrovare la propria vocazione sostanziale nel meccanismo di responsabilità, nell’emergenza diagnostica del reale. Dunque l’arte è pneuma o fardello? 

Francesco Lauretta: L’arte come può essere fardello? In alcuni casi può esserlo, immagino. Ci sono stati artisti che hanno sofferto le pene dell’inferno, grazie all’arte. Ma d’altronde anche io, spesso, non prendo sonno se penso alla mia opera, e spesso vorrei aver distrutto quanto ho fatto – cosa comunque che spesso succede, m’è consentito fare. Questo credo perché ogni artista vive il suo rapporto con l’arte a suo modo: l’Arte è mia, ma non solo. Ma l’arte mi tormenta e solo in alcuni momenti mi dà respiro, è pneuma come dici – per Festival ho esposto sei Pneuma. Poi nei momenti di calma registro che l’uomo non sarebbe niente senza l’arte, altrimenti sarebbe un mostro – come registriamo in questi giorni, peraltro. Ma non so se l’arte è “similitudine della creazione” come annota il nostro Paul Klee, come credo che l’arte e la sua immagine cambi nel corso dei secoli, degli anni, o meglio cambi il rapporto di noi con quanto pensiamo di cosa sia arte o meno. Io naturalmente ho una visione molto diversa di come l’intendevo a vent’anni, o ai quaranta, e ancora adesso mi affascina pensare di come alla fine lascerò l’arte. Mi affascina l’arte recente, mi solleva domande e riflessioni che fino alcuni anni fa non sospettavo potessi avere pertanto la mia curiosità mi porta a non dare una definizione né ad essere nostalgico. Certo vi sono opere che mi hanno da sempre incuriosito e da sempre ho cercato di comprendere il perché di questa fascinazione ma credo sia legata più ad una necessità, la mia: quella di sfondare il limite di una conoscenza ormai comune e a disposizione di tutti. Siamo stati allevati bene e siamo tutti colti e preparati oggi. Gli artisti illuminati sono quelli che riescono a scavalcare la medietà diffusa. 

S. R.  Sempre Klee: “Vi aiuterò a dare uno sguardo all’officina di un pittore, dopodiché ci intenderemo meglio. Deve pur esistere un terreno comune a profani ed artisti, un terreno sul quale sia possibile un incontro, sul quale l’artista cerchi di apparirvi come qualcosa di estraneo. E vi appaia invece come un essere che al pari di voi, non richiesto del suo parere, è stato gettato in un mondo proteiforme, in cui bene o male, gli tocca raccapezzarsi”. Premettendo che ciascun artista possiede una vocazione, codici e caratteri innati, unici ed irripetibili, quanto cerchi nella tua opera visioni intermedie? Quanto conta la purezza nel processo creativo? 

F. L. Sono cresciuto in una selva di serpi. Probabilmente fossi nato in America o in Germania non farei le cose che faccio oggi ed è possibile che se vedessi una mia opera non la comprenderei, o storcerei il naso. Cresciuto tra le serpi perché tutti tenevano ben nascoste le proprie idee e era quasi impossibile avere un confronto diretto e sincero con gli artisti, votati a forme meschine chiamati “meccanismi” che avevano l’ambizione, direi bellica, di annientare l’altro da sé. Negli ultimi anni, anche grazie all’amicizia di Luigi, e la Scuola di Santa Rosa, la mia postura è cambiata. Non riesco a tacere delle mie curiosità e invoco sempre un confronto con tutti, giovani o meno giovani artisti, ma non solo. Io sono spurio, non ho proprio idea di cosa possa essere puro nel mio lavoro, e in me stesso. Mi piace inoltre pensare il lavoro di altri artisti, e francamente riesco a vederlo, e interpretarlo, meglio di quanto possa fare con il mio. 

S. R. Ho avuto il piacere di seguire da vicino la tua opera e la tua produzione degli ultimi anni. La solitudine è stata per te quasi una sorta di strumento di redenzione e di pulizia, ne hai fatto un nutriente dell’anima. José Saramago, da te amato, scriveva che “la solitudine non è vivere da soli, la solitudine è il non essere capaci di fare compagnia a qualcuno o a qualcosa che sta dentro di noi , la solitudine non è un albero in mezzo a una pianura dove ci sia solo lui, è la distanza tra la linfa profonda e la corteccia, tra la foglia e la radice”. Quanto di questo terribile momento storico hai trasmutato? 

F. L. Questo momento, un momento in divenire e sconcertante per le piaghe intraprese nel mondo, è stato oggettivamente, per me, straordinario semplicemente perché ha coinciso con una crescita personale e vedute che nel tempo avevo progettato ma ancora non raggiunto. Anche per questo motivo vorrei cancellare quanto fatto fin qui e dare inizio a un percorso rinovellato che sento maturo e possibile. La solitudine riesco a gestirla anche tra migliaia di persone, anche nell’intimità con amici, le persone care, i miei gatti. Non ho mai sofferto questa graziosa dimensione che, beninteso, alimento quotidianamente in una pagina, un semplice foglio dove registro l’attraversamento. Poi mi basta allungare una mano per trovarne un’altra, aprire bocca per ricevere una risposta o tenere a bada l’abitacolo che culla e conforta questa ninnananna. 

S. R.  Per Rimbaud i fiori –di sogno- squillano, illuminano, scoppiano. Ho sempre creduto profondamente nella dilatazione sinestetica, nel grande capolavoro romantico cui tende per sua natura intrinseca un’ame universelle. Nei miei personali universi visionari e d’evasione Bach mi rinvia a Caravaggio, Mozart a Raffaello. Non si tratta di semplici estensioni ma di vere e proprie associazioni. Nell’urgenza della tua poiesis, da quali abbandoni sinestetici ti lasci rapire? Quali letture, quali ascolti hanno alimentato la tua ispirazione?

F. L. Adesso sono Lucrecia Dalt. Poco fa ero Nela Sinephro. E oggi sono stato pure Dasa Drndic, come Antoine Volodine e Daniil Trifonov. Sono rapito, come dici, o meglio impossessato, da questi amici. Quando esco di casa, ovunque sia la mia casa, scopro che non vado mai a fare una semplice passeggiata, mi ritrovo sempre nelle librerie, o in negozi, quelli che resistono, di dischi. Oppure dentro ai bar dove possa godere di cose dolci che siano davvero speciali. 

S. R. Quali sono i prossimi progetti di vita e d’arte di Francesco Lauretta? 

F. L. Non smetto mai di lavorare. Se smetto mi annoio, e muoio. E comunque adesso lavoro su Le bagnanti, Riti, Mattanze per una grande mostra alla Fondazione Menegaz. Ma anche per un progetto per Artissima, e uno per un’altra Fondazione. Naturalmente poi lavoro sui progetti collettivi che presto spiegheremo – con Luigi & C. – Inoltre sto lavorando per formare e chiudere un romanzo che sarà pubblicato entro l’anno, sempre che i tempi non ci seppelliscano.