L’arte della burocrazia nel mucchio delle smart-card. L’appannaggio siderale della formatività [seconda parte]

Sfruttando l’evidente fallimento delle vecchie burocrazie nel creare un mondo migliore, i sacerdoti della finanza, spalleggiati dai politici e media, ci stanno confezionando un pericoloso e orribile futuro: ci attendono salute e giustizia biopolitica, pillole per fare o non fare qualsiasi cosa e ingrassare i loro sudici portafogli. Un futuro di controllo, già descritto nelle più fosche ipotesi della letteratura fantascientifica: ecco il famoso grande “agente relazionale”.

«Il rapporto sociale e … governare, essendo una finzione». 

Mallarmé, Salvaguardia, maggio 1895

«Il linguaggio gli è apparso lo strumento della finzione»

Mallarmè, Nota del 1869

1. Una lunga trama teorica proietta l’analisi della realtà d’impresa di Burnham fino ai giorni nostri, nella sua «Rivoluzione Manageriale» (1941). L’oggetto della ricerca sul Capitalismo Manageriale corre sul filo di tutta la storia del Novecento, in controtendenza alle dottrine ufficiali che attribuivano alla Proprietà (Privata), in simbiosi al Controllo Pubblico dello Stato, gli elementi unificatori di tutti i mercati: un quesito posto e risolto nel ‘Capitalismo Manageriale’, in sostituzione alla ‘Proprietà-Capitalista’ dei mezzi di produzione di stampo Ottocentesco; soprattutto nelle declinazioni dei marxismi di tutto il Novecento, fino alle ultime versioni neo-post-keynesiane. L’emergere di un ‘Capitalismo di Tipo Nuovo’ (‘15-’18), non poteva non porre quesiti sulle strutture economiche e sociali che si andavano configurando nel corso dei conflitti intercapitalistici: uno tra tutti, la centralità della ‘Funzione’ (Capitalistica) nel ruolo del Manager che si contrappone, destituendola, alla mera proprietà borghese. Un passaggio basilare e decisivo, questo, che allarga l’orizzonte di indagine nei cambiamenti di prospettiva, in conflitto per la supremazia (in)tra imprese. Il testo propone una metodologia di ricerca storica sulle strutture economiche di “perenne transizione ed emergenza”, con un accento posto sugli elementi di passaggio tra una composizione economica e l’altra, come processo connaturato della storia del capitalismo in transizione, tra diverse formazioni economico-sociali. Quello che Burnham mise in evidenza fu l’emergere di un tipo di economia a conduzione funzionariale, dove nella mansione del manager veniva fusa l’accoppiata del pubblico-privato: una predizione alquanto mirata e confortata dallo sviluppo capitalistico successivo, fino ai giorni nostri. Mano a mano che la politica dei Governi si immischiava nella proprietà privata, ormai fortemente sminuzzata nell’azionariato diffuso (e ricomposto nel potere gestionario del “Patto di sindacato”), la funzione dei management USA approfondiva la sua funzione strategica di controllo, tutta interna al quadro strategico assegnato dal Capitalismo. Potremmo dire, con la tesi 104 di Debord: “La burocrazia rimasta sola proprietaria di un capitalismo di Stato si è prima di tutto assicurata il potere all’interno […] la realtà ultima della burocrazia è la continuazione del potere dell’economia, il salvataggio essenziale della società mercantile che mantiene il lavoro-merce. È la conferma dell’economia indipendente, che domina la società al punto di ricreare per i propri fini il dominio di classe che le è necessario: questo equivale a dire che la borghesia ha creato una potenza autonoma la quale, finché sussiste quella autonomia, può giungere a fare anche a meno di una borghesia. La burocrazia totalitaria non è «l’ultima classe proprietaria della storia» nel senso attribuitole da Bruno Rizzi, ma soltanto una classe dominante di sostituzione …” (La société du spectacle, 1971).

Oggi, il fenomeno dei Governi tecnici si è verificato in vari paesi europei ed è stato più violento dopo l’esplosione della crisi del 2008. In particolare la stessa espressione “Governo tecnico” rappresenterebbe un «ossimoro», in quanto ogni governo, nell’attimo in cui ottiene la fiducia del Parlamento sul proprio programma, diventa per ciò stesso un governo politico; d’altra parte, ogni governo “politico” è al contempo tecnico, in quanto non può non avere al suo interno una componente tecnica, come confermerebbe la titolarità in capo all’Esecutivo dell’«indirizzo politico e amministrativo». I Governi tecnici costituiscono un’anomalia democratica, per le loro caratteristiche costitutive e programmatiche, ed è questa stessa eccezione che si inserisce nell’orizzonte della burocratizzazione generalizzata della comunicazione e della tecnoeconomia. Tuttavia i Governi tecnici nascono al di fuori del tradizionale circuito elettorale Parlamento – Governo e su iniziativa decisiva del Capo dello Stato, tanto da essere definiti «presidenziali nella genesi, parlamentari nella legittimazione e funzionaristici al comando». Sono, inoltre, composti interamente, o in prevalenza, da burocrati, i quali non provengono dalla politica e dai partiti, e fra questi risalta il Presidente del Consiglio che simbolicamente diffonde e tende ad enumerare la diffusione del funzionarismo. L’investitura parlamentare è politicamente obbligata, in quanto i partiti non sono in grado di costituire un governo politico e non vogliono andare ad elezioni anticipate, per motivi di convenienza, ed è condizionata dalla volontà manifestata dal Presidente della Repubblica. Il programma del Governo, oltre a fondarsi sugli obiettivi indicati dal Capo dello Stato, è nella sostanza in gran parte vincolato da imperativi esterni, provenienti da organismi sovranazionali e dettati da esigenze economico-finanziarie considerate come oggettive e ineludibili: va da sé che il regno dell’oggettività si trasforma nella dimensione della socialità peritica. Di conseguenza il Governo tecnico incide anche sui rapporti fra i poteri, determinando la centralità dell’esecutivo supportato dal Presidente della Repubblica, a scapito del Parlamento, che è «relegato ad un ruolo di mero controllore di decisioni prese altrove», ovvero all’interno del Governo, con la netta prevalenza del Presidente del Consiglio sui ministri, che non hanno la forza politica che deriva dall’essere rappresentanti dei partiti della maggioranza.

2. Ricordava Guy Debord, in un articolo del 1971: “Un’epoca che possiede tutti i mezzi tecnici necessari per la completa trasformazione delle condizioni di vita sulla terra è anche quella che – grazie a quello stesso sviluppo tecnico e scientifico separato – ha la possibilità di conoscere e di prevedere, con certezza matematica, proprio dove (e da quale data) l’aumento automatico delle forze produttive alienate della classe sociale ci sta portando: sia nel senso più generale che in quello più banale del termine” (1971). Si vive in una società in cui si ha l’obbligo di essere costantemente connessi al flusso mediale della comunicazione. Gli individui, i governi contemporanei, la prassi tecnopolitica tendono a mostrare sempre più la vita privata in Rete, perché sono consapevoli che rispetto ai media odierni non si può avere un atteggiamento passivo, come quello tenuto davanti allo schermo televisivo. Perciò, l’individuo deve imparare a costruire e a gestire la sua identità in questo spazio pubblico online senza confini, nel quale si trova ad essere continuamente esposto, cercando di controllare la propria presenza e di usufruire delle nuove possibilità che questi media forniscono ogni giorno. Il risultato è che essi si percepiscono alla stregua di ciò che postano online, e non come il frutto di una rete di relazioni sociali, mentre invece governi e gruppi manageriali e burocratici sono in grado di fare i loro comodi. È importante chiedersi se il termine «social», usato per questo tipo di media, corrisponda all’etimologia, ovvero se effettivamente il suo massiccio utilizzo determini realmente un incremento del tasso di socialità, o invece rappresenta, al pari della politica, un tasso di tecnoeconomicità. Dato il livello di dipendenza che Internet e i social media creano, con la loro possibilità di accedere ad un dialogo con il computer a scapito del dialogo umano, essi sostanziano la nuova burocrazia. Più le connessioni tra le persone aumentano, tanto più i legami politici si indeboliscono. I media, purtroppo, creano l’illusione di sentirsi parte di una grande comunità sociale, che sta partecipando a un determinato evento nello stesso momento, anche se tutti sono isolati nei loro spazi, mentre la «periticità dell’emergenza continuata» diffonde l’idea che l’eventualità del presidenzialismo, del comando e del tecnicismo ha bisogno di prevaricare o soccorrere lo stato di eccezione.

All’interno della società industriale avanzata, enorme peso assume la sfera dell’economico, la quale è in grado di asservire a sé tanto l’uomo quanto la natura, grazie all’apparato di cui oggi dispone e dei progressi scientifici raggiunti. Le tecnologie hanno, infatti, permesso un aumento esponenziale della produttività di merci e beni di consumo, nonché il miglioramento delle condizioni di vita della quasi totalità dei cittadini delle società industrializzate. A fronte di tali miglioramenti, tuttavia, si assiste a diversi fenomeni, spie delle gravi contraddizioni che definiscono la realtà attuale. Benché il livello di benessere sociale sia estremamente elevato rispetto al passato, infatti, persistono ragguardevoli differenze nelle condizioni di vita di esponenti di una medesima società, per cui ad una immensa ricchezza del sistema non corrisponde il reale benessere dei singoli cittadini. Se la distribuzione dei beni è ineguale all’interno della società capitalistica, poi, è aberrante il trattamento riservato da quest’ultima ai paesi meno progrediti: essi sono attaccati con scopi imperialistici e resi succubi alle grandi potenze, tanto dal punto di vista finanziario quanto da quello amministrativo. Sembra, quindi, che la tecnologia non sia oggi ancora indirizzata al fine dell’emancipazione umana dal bisogno, ma che anzi essa perpetui quelle strutture sociali che trovano interesse nel mantenimento della lotta per l’esistenza, dunque nella sopravvivenza della miseria, dell’indigenza e della sofferenza.

3. L’identità artistica oggi è controversa e divisa; la stessa terminologia sistemica che la definisce rimanda a diverse letture della pratica artistica in rapporto al sistema dell’arte e dell’industria culturale, a visioni contrapposte del soggetto creativo e di quello burocratico, consapevoli del fatto che all’interno della stessa classe creativa vi sono molte buone energie disponibili e non tutti i giochi sono fatti nel senso dell’omologazione e del nuovo assetto funzionaristico. La responsabilità amministrativa e la responsabilità contabile del creativo si collocano nell’ambito del più ampio genus della responsabilità patrimoniale dei pubblici  funzionarismi e dei soggetti legati all’Ente pubblico, apparentemente liberal, da un rapporto di servizio funzionariale: essa include anche il profilo attinente alla responsabilità civile degli agenti pubblici verso i terzi che, tuttavia, si ripercuote automaticamente sulla responsabilità burocratica nell’ottica del danno indiretto. La terminologia utilizzata in dottrina per indicare tale responsabilità è piuttosto varia: alcuni parlano di attribuzione funzionariale, altri di responsabilità fiscale, ma la definizione più accreditata e storicamente consolidata risulta essere quella di incombenza patrimoniale dell’autoaffermazione burocratica. La presa di posizione è amara e polemica insieme; s’è invertito il rapporto burocrazia-industria culturale o burocrazia e mondo dell’espressione e della comunicazione, è avvenuta una normalizzazione del messaggio, la burocrazia non appare più quell’ente turbolento, inquietante e assimilatore che dovrebbe essere, di contro alla ricerca ed all’offerta politica della dimensione creativa: forse il mondo di Duchamp non ha cambiato il mondo dell’arte, perché il ready-made ha cambiato il Vangelo della relazionalità artistica e, quindi, ha inserito l’arte concettuale in quello che Max Weber ha sostenuto dal 1917 al 1919, in due conferenze dal titolo Die Geistige Arbeit als Beruf, ovvero la gabbia d’acciaio del nuovo macchinismo creativo: la politica funzionariale, che prevede la celebrazione di un capo, la scelta di una bandierocrazia, di una colorocrazia, di un’innocrazia.

«Nelle equazioni umane, contrariamente alle equazioni algebriche, vi sono elementi morali che sconvolgono tutti i calcoli: la disumanità del capitalismo industriale dell’Ottocento» consiste, per Ruskin, proprio nel non tenere conto di questi “elementi morali”. Alla base vi è un errore che si è tramandato dal Rinascimento: la credenza che scienza e arte siano la stessa cosa, che il progresso dell’una sia necessariamente il perfezionamento dell’altra. Dunque l’economia politica trascura gli aspetti morali dell’azione umana, distinguendo tra critica estetica e critica sociale, riducendo l’uomo ad un astratto uomo economico. La tesaurizzazione compromette lo svolgersi armonioso del processo economico, mentre la vera ricchezza dovrebbe essere la disponibilità di lavoro da scambiare con altro lavoro. Celebre critico della borghesia, nella critica d’arte come nella critica della società, John Ruskin teorizza la sua aspirazione, non priva di una vena di nostalgia, a una società fondata sulla cooperazione e sulla giustizia; quella società che attirerà l’attenzione di Tolstoj e poi di Gandhi, ma che non riuscirà a sfuggire alla burocratizzazione operaia. Ecco, dunque, un primo nesso fondamentale tra cose che non sempre vengono messe in relazione. Se Morris instaura una connaturata corrispondenza tra condizioni socio-economiche e arte, come si afferma oggi la digressione verso la burocratizzazione (economica)? La burocratizzazione dell’umanizzazione è in stretta relazione con l’equità (sociale), nel senso che non si dà l’una senza l’altra; e le due naturalmente lavorano in sinergia con la cattiva sostenibilità (ecologica).Tornando, quindi, all’Ottocento, nel ragionamento di Morris sul declassamento dell’architettura e degli oggetti d’uso (oltre che del paesaggio; vedi: E. P. Thompson, William Morris. Romantic to Revolutionary, PM Press, Londra, 2011), s’innesta un concetto chiave, tratto anch’esso da Ruskin: “il piacere nel lavoro”, joyin labour. Come afferma Morris, l’industria riduce l’operaio a macchina o, peggio, a integrazione della macchina. E non si tratta qui tanto del fatto che gli operai «siano malnutriti, ma del fatto che non provano alcun piacere nel lavoro con il quale essi guadagnano il pane, e perciò considerano il benessere come il solo modo per ottenere piacere». Tale  accumulazione del piacere si trasforma in «accumulazione dell’amministrato» e nell’esasperazione fiscale. Se l’intero sistema industriale, basato sulla“fatica meccanica”, trasforma la fatica meccanica in accumulo di ripetizione e di atti consueti, vi sarebbe più “lavoro  apparentemente intelligente”e“immaginativo” (o creativo), cosa che eliminerebbe l’abbrutimento etico-estetico che minaccia tutti. E qui è aperta contesa! I capitalisti cui Morris rivolge i suoi rimproveri, non gli perdonano di essere uno di loro e ciononostante di attaccarli (non dimentichiamo che Morris aveva ereditato una ricca miniera di rame). E lo martellano con le contestazioni di sempre: come abbina Morris il suo socialismo con l’essere, di fatto, un capitalista? Perché non applica i rapporti di produzione socialisti alla sua impresa? Perché non restituisce i suoi denari ai poveri? La risposta di Morris suona più o meno così: «anche se dessi tutto quello che ho, «quale benessere avrei fatto?» I poveri resterebbero altrettanto poveri, i ricchi, forse, un poco più ricchi perché il mio denaro andrebbe a finire nelle loro mani. Inoltre – e questo è il punto più interessante – quand’anche abbandonassi la mia condizione di proprietario per entrare a far parte effettivamente della classe lavoratrice, non otterrei nulla, dato che “non siamo che piccoli metameri nell’immensa catena di questa sistemazione terribile che è la competizione commerciale; e solo l’eliminazione della catena ci emanciperà”». E qui è presente in nuce uno dei principi su cui fa perno l’ambiguità formalista: il cambiamento verso una situazione sostenibile non può risolversi in un moto individuale, che s’infrangerebbe nel nulla, ma deve per forza di cose avvenire su scala globale. Precisa <l’Altro Ribelle>: certe pratiche individuali verso la sostenibilità possono avere un indubbio valore come «compito di modificazione del sé (e dunque dell’immaginario), ma sarebbe un’illusione credere che il solo agire a livello individuale o di piccolo gruppo consenta di modificare le irremovibili leggi che regolano l’economia capitalista». Ancora un’altra critica, che non si risparmia a Morris  e ad altri socialisti sui generis, punta il dito sul fatto che gli oggetti della sua ditta sono di altissima qualità ma – proprio in quanto non-industriali – anche molto costosi: «Come può parlare di arte per il popolo, quando i prodotti della Morris Firm sono manufatti di gran costo?». Tale critica è in effetti insidiosa, perché mette Morris et similia in una posizione inconciliabile, nella quale lo si è sempre trattenuto: anche per questo risulta un semplice illuso. Tuttavia, è utile considerare che la Borghesia Colta e Progressista cerca, quanto meno negli intenti, di realizzare prodotti «commerciali», cioè meno salati «di quanto comunemente non si creda», visto che – argomenta – la decorazione (che nell’Ottocento è ingrediente necessario della bellezza) è più una questione di gusto che non di lusso. In secondo luogo, è ancor più utile osservare che la produzione morrisiana risulta molto costosa, quindi per ricchi, in contrapposizione a una larga produzione industriale di bassa qualità. Il che significa che la maniera di Morris et similia è, di fatto, insostenibile in quanto situato all’interno di un sistema industriale – reputato dallo stesso Morris e dai teorici della  critica alla funzionarizzazione – altrettanto insostenibile. Allo stesso modo, come già precisato, tentare di perseguire una tattica della critica burocratica occasionalmente o parzialmente, quindi in contrapposizione a un ben visibile sistema (industriale) basato sulla crescita, sarebbe un fallimento: un’operazione, essa stessa, incredibile e subdolamente deburocratizzata.

Altro punto fondamentale – tanto in Morris quanto nella Critica al fiscale – è poi il concetto di autonomia. Come ricorda il post-situazionismo mediale, autónomos è ciò “che dà a se stesso le proprie legittimità”. Pertanto, replicando a chi afferma che la  critica del burocratico è un progetto (utopico) che vuole riportarci nel Medioevo, il  post-situazionismo mediale replica che la  critica al burocratico è sì una critica della Modernità, ma una critica moderna della Modernità. Che significa? La Modernità ha tradito se stessa, perché il suo progetto è quello dell’Illuminismo,che avrebbe dovuto emancipare l’uomo dalla trascendenza, dalla rivelazione, dalla tradizione, ma alla fine, ha dato luogo alla società forse più eteronoma e formalista della storia, una forma dell’amministrato che si basa sul machinismo indeterminato: una società dominata dai mercati finanziari – dalla “mano invisibile” del mercato – e dalle leggi della tecno-burocrazia mascherata da tecnoscienza. Almeno in Morris et similia, che avvertono già l’oppressione dei mercati finanziari e della tecno-scienza, libertà è prima di tutto emancipazione dall’industria capitalistica, spesso fuorviata «in odio» nei confronti del congegno macchinico. Afferma Morris: «Io non dico che dobbiamo tornare al sistema del Medioevo [e su questo punto potremmo soffermarci abbondantemente!] ma che i proletari dovranno possedere collettivamente i mezzi di produzione». E  si spinge addirittura  molto più in avanti, dove nessuno si aspetterebbe mai di trovarlo. Alla domanda «l’accesso dall’artigianato al macchinismo è buono o cattivo?», risponde nel 1888: «è malvagio staticamente e dabbene dinamicamente»; vale a dire: è cattivo se l’uomo è assoggettato alla macchina e diviene quindi ciò che serve per svolgere quel che la macchina non può fare, ed è buono se l’uomo usa lo strumento secondo i propri ritmi e se ne serve per amplificare la sua capacità realizzativa. Per altri versi questa risposta andrebbe data anche ai sostenitori del «medium è il messaggio» di M. McLuhan.  Alla domanda “chi indirizzerà le macchine indispensabili alla produzione?”, Morris risponde – ancora una volta – in sintonia con le proposte della critica al funzionarismo: «O se ne impossesseranno dei volontari,che lavoreranno temporaneamente in un “paese nero”, rigorosamente localizzato per lasciare il resto del paese libero dal caos e dalla spazzatura; oppure si dissolveranno le industrie in piccoli settori su un territorio così vasto che gli ostacoli saranno poco minacciosi».

Nel frattempo, i soggetti sociali della nostra attualità s’erano cacciati in un circolo vizioso: per accrescere la sempre più grande produzione delle merci, resa possibile dallo sviluppo dell’industria, avevano creato un complicato sistema commerciale, ch’era denominato il mercato del mondo. Questo mercato, in continua espansione, li costringeva a produrre merci su merci, a prescindere dalla loro effettiva utilità. Di logica, si colmavano di un’immensa mole di lavoro al solo scopo di far perdurare il disgraziato sistema! E ciò anche a discapito del tempo libero, indice di benessere su cui insiste la critica al funzionarismo. Così, scartata la prima opzione, in considerazione del fatto che l’ecosistema è ben più cagionevole di quanto non lo fosse al tempo di Morris et similia, appare chiaro come la seconda prospettiva si risolva nella riduzione di scala delle strutture produttive: due punti essenziali della critica al funzionarismo. La cosiddetta «controrivoluzione in opposizione alla macchina» è, dunque, più correttamente, una forte risposta contro il processo industriale. Del resto, la«campagna contro la macchina»è smentita dalle condizioni di sviluppo attuali oppure guardando i risultati si è trasformata in una campagna apologetica, da parte dell’arte al funzionarismo produttivo. Morris et similia anticipano il fulcro della critica alla società attuale da parte della critica  al formalmente amministrato, ovvero, come afferma  il post-situazionismo mediale, la perversa tautologia della “funzionalità per la  funzionalità” e dell’imposizione post-moderna di dover vedere solo i binomi forma-funzione o forma-finzione, o anche la forma è uguale alla funzione o la forma è uguale alla finzione. L’arte è tanto finta quanto vera ed è tanto utile quanto è inutile, ciò che porta fuori l’arte dal potere amministrato è l’obiettivo della conoscenza e del sapere educativo. Se l’arte riuscisse a superare la produzione edonistica, e collegarsi alla poesia esplicativa di Esiodo o alla gnomica di Solone, la sua forma pedagogica potrebbe spostarsi fuori dal contesto funzionaristico. L’architettura è una forma di verità abitabile e funzionale, ma deve essere anche una forma di piacevolezza sociale collettivamente vivibile. La produzione dell’amministrato e del burocratichese è, dunque, produzione della falsa coscienza per gli stessi designers della fuffa: non è irrilevante per una analisi dei rapporti di classe nella società attuale. In effetti certi strati sociali, generalmente definiti medi, costituiscono una posta importante della strategia della classe dominante. I designocrati appartengono a tale categoria, né realmente capitalistica, né realmente anticapitalistica, che pesa parecchio sulla bilancia delle forze sociali che si fronteggiano. La produzione delle “culture del progetto funzionariale” realizza così la falsa coscienza per tutta la società: in quanto adattamento del sistema di produzione, riproduce le norme del suo meccanismo; in quanto concezione di prodotti, propone queste norme, e le impone al consumo; in quanto ideologia, diffonde modelli sociali e valori aderenti al sistema attuale.

Il termine Kulturindustrie, usato per la prima volta da Adorno, sta a designare l’utilizzazione sistematica e programmatica dei beni culturali a dei fini puramente consumistici. I mass-media elaborano in maniera industriale gli elementi culturali, secondo precise norme di rendimento, di standardizzazione dei gusti e di divisione del lavoro, come qualsiasi altra industria farebbe per altri beni di consumo. L’industria culturale riflette così gli stessi rapporti e gli stessi antagonismi del mondo industrializzato delle società attuali ma con una differenza di fondo: complice dell’ideologia dominante, questa ha come ruolo specifico quello di rendere inoffensivi i conflitti che si determinano nella società, in modo particolare quelli che potrebbero sfociare in fermenti culturali difficilmente controllabili. Assistiamo così da una parte all’inserimento progressivo dell’arte nella sfera culturale dell’industria e dall’altra al burocraticismo industriale nella pratica artistica.

Nell’epoca precedente, le persone erano totalmente inconsapevoli del ruolo che i media hanno rivestito nelle società; oggi la situazione è diversa: sebbene il ruolo svolto dai media nella società iper-moderna sia chiaro, resta parzialmente sconosciuto il loro vero potere. Sul piano fisico la realtà è pervasa dallo loro presenza e l’essere umano vive in ambienti sempre più mediatizzati e burocratizzati. La conoscenza della realtà sociale avviene attraverso l’immagine fornita dai media, i quali da una parte collaborano al processo di modificazione socio-culturale e dall’altra diffondono processi di disposizione burocratica.