ArtVerona 2026
Alabastro di Spirito. Guarda il Cielo

L’archeologia dell’inquietudine | Alabastro di Spirito al MAF di Forlimpopoli

Al MAF| Museo Archeologico di Forlimpopoli, la mostra ‘Guarda il cielo’ di Alabastro di Spirito, a cura di Azzurra Immediato, costruisce un confronto inedito tra archeologia e immaginario contemporaneo. Tra figure mutanti, corpi sospesi e tracce materiali, emerge una riflessione sulla trasformazione della materia e sulla persistenza delle forme nella storia umana.

Il MAF | Museo Archeologico di Forlimpopoli ospita la mostra Guarda il cielo di Alabastro di Spirito, a cura di Azzurra Immediato, un progetto intenzionato a costruire un confronto inedito tra reperto archeologico ed immaginario contemporaneo; mediante la presenza delle note figure mutanti dell’artista cesenate – al secolo l’Arch. Massimo Rovereti – tra corpi sospesi e tracce materiali, emerge una riflessione sulla trasformazione della materia e sulla persistenza delle forme nella storia umana.

Alabastro di Spirito, ‘Guarda il cielo’, MAF | Museo Archeologico di Forlimpopoli

Entrare in un museo archeologico significa accettare una condizione particolare dello sguardo, poiché ogni reperto custodito in una teca è il frammento di una narrazione interrotta: un oggetto sopravvissuto alla propria epoca, sottratto alla vita quotidiana e restituito ad una nuova esistenza originata da interpretazioni, ipotesi, lacune, in una dimensione, quella dell’archeologia che indaga ciò che è stato e interpreta ciò che resta. È forse da questa consapevolezza che Guarda il cielo evita accuratamente il rischio, sempre presente quando l’arte contemporanea entra in un museo storico, di trasformare il contesto in una mera architettura contestuale e scenografica, qui, difatti, accade qualcosa di più sottile . giacché le opere non interrompono il racconto archeologico ma vi si insinuano, in un certo qual modo, con provocazione e vitalità dialogica.

Alabastro di Spirito, ‘Guarda il cielo’, MAF | Museo Archeologico di Forlimpopoli

Le figure che abitano il percorso espositivo sembrano appartenere alla stessa famiglia ontologica dei reperti. Non perché ne imitino le forme o ne evochino la provenienza storica, ma perché condividono, indirettamente, una medesima condizione di esistenza che è riconoscibile nella traccia. Da una parte anfore, frammenti ceramici, mosaici, manufatti e gioielli, preziose testimonianze materiali di civiltà trascorse; dall’altra corpi assemblati, presenze ibride, volti, creature in trasformazione. Entrambi parlano della permanenza della materia oltre la fragilità delle esistenze individuali e di un riuso materico che sa di superfetazione concettuale prima che di ‘upcycling’ tanto di moda. È in questa prospettiva che il lavoro di Alabastro di Spirito assume una particolare densità simbolica, riconoscibile nella sue figure che non sono state create per raccontare storie od illustrare miti, ma come sentinelle allegoriche da decifrare, mentre paiono piuttosto emergere da una zona limbica tra memoria e immaginazione, come se fossero state riportate alla luce da uno scavo condotto non nel terreno ma nell’inconscio culturale.

Alabastro di Spirito, ‘Guarda il cielo’, MAF | Museo Archeologico di Forlimpopoli

L’impressione, attraversando le sale del museo, è che le opere non provengano dal presente ma da un futuro remoto, come fossero reperti di qualcosa che non è ancora accaduto che oseremmo definire ‘fossili dell’avvenire’ – da cui abbiamo da imparare – In tal senso il confronto con l’archeologia produce uno slittamento inatteso in quanto, se il reperto tradizionale testimonia una presenza trascorsa, le figure di Alabastro di Spirito sembrano testimoniare una metamorfosi ancora in corso mentre documentano, in modo consapevole e provocatorio al contempo, non – solo – ciò che siamo stati, ma ciò che stiamo diventando. La nozione di mutazione, centrale nella ricerca dell’artista, assume qui una valenza che supera il semplice dato biologico o fantastico; le sue creature mutanti non sono mostri né ibridi nel senso tradizionale o ‘frankesteiniano’ del termine, delineano, semmai, stati di passaggi, forme instabili che rifiutano qualsiasi identità definitiva e che fungono, per i più coraggiosi, da specchio su noi stessi. È impossibile non pensare, osservandole, alla lunga tradizione alchemica europea. Non tanto all’alchimia intesa come pratica esoterica, quanto alla sua dimensione filosofica più profonda: la convinzione che la materia possieda una possibilità di trasformazione interna. La materia intesa non come sostanza inerte, ma come organismo attraversato da tensioni, memorie, energie latenti, come hanno notato la curatrice Azzurra Immediato ed il Prof. Antonio Manzalini, che si occupa di Scienza, Coscienza e Trascendenza

L’utilizzo di materiali recuperati assume allora un significato che supera qualsiasi lettura esclusivamente ecologica. Gli oggetti impiegati nelle opere, non a caso, conservano le tracce delle loro esistenze precedenti. Frammenti industriali, residui, elementi scartati vengono sottratti alla logica del consumo per entrare in un processo di trasfigurazione, in cui non sono semplicemente riutilizzati ma quasi redenti, essenze con cui intraprendere un percorso.

Alabastro di Spirito, ‘Guarda il cielo’, MAF | Museo Archeologico di Forlimpopoli

Una parola antica, forse fuori moda, ma necessaria. Per gli alchimisti la redenzione della materia non coincideva con la sua negazione, al contrario, rappresentava il compimento delle sue possibilità nascoste. Il piombo non veniva distrutto per diventare oro: l’oro era già presente come potenzialità segreta all’interno del piombo stesso. Le opere di Alabastro di Spirito sembrano muoversi proprio entro questa stessa tensione, all’interno della quale ogni figura appare come il risultato provvisorio di una trasformazione che potrebbe continuare oltre i limiti dell’opera stessa. Nulla appare concluso così come nulla appare definitivamente stabilizzato. Anche la pittura partecipa a questo processo: i volti, i corpi, le apparizioni che emergono dalle grandi tele non si offrono mai completamente allo sguardo mentre rimangono sospesi in una intercapedine di ambiguità che impedisce qualsiasi riconoscimento immediato. evocando condizioni esistenziali. Al contrario, ciò che emerge con forza è una forma di inquietudine che non coincide con l’angoscia ma rimanda ad una consapevolezza di trovarsi costantemente in uno stato di trasformazione, definibile una vera inquietudine antropologica prima ancora che psicologica.

Alabastro di Spirito, ‘Guarda il cielo’, MAF | Museo Archeologico di Forlimpopoli

Da questo punto di vista il titolo della mostra rivela tutta la propria complessità, ‘Guarda il cielo‘ non appare è soltanto un invito né una formula consolatoria, giacché il cielo sembra assumere il valore di un orientamento simbolico, una nuova e necessaria direzione dello sguardo. Le antiche civiltà osservavano il cielo per comprendere il proprio posto nel cosmo, oggi, invece, siamo immersi nella superficie continua degli schermi e delle immagini digitali e quello spazio verticale sembra progressivamente essersi contratto definendo le nostre identità. Le figure di Alabastro di Spirito, spesso protese verso l’alto, sembrano allora ricordare una necessità dimenticata: quella di immaginare ancora. Ed è forse proprio qui che il dialogo con il MAF raggiunge il suo punto più alto, laddove archeologia ed arte contemporanea condividono una medesima domanda: cosa sopravvive al tempo?

Non i corpi. Non le civiltà. Neppure le ideologie probabilmente. Sopravvivono le forme, si, sopravvivono le immagini e quei nuclei simbolici che continuano a migrare da un’epoca all’altra modificando il proprio aspetto senza perdere la capacità di parlare all’essere umano.

Alabastro di Spirito, ‘Guarda il cielo’, MAF | Museo Archeologico di Forlimpopoli

Tra le anfore, i mosaici, le murature antiche e queste enigmatiche creature contemporanee, Guarda il cielo costruisce così una riflessione che riguarda il nostro presente molto più di quanto possa apparire. Un presente attraversato da trasformazioni profonde, da identità in continua ridefinizione e da una crescente difficoltà nel riconoscere il significato di quanto ci circonda, mentre le essenze dei Mutanti sembrano suggerire quanto la materia ricordi ciò che gli esseri umani dimenticano. E che forse ogni civiltà, prima o poi, lascia dietro di sé: visioni prima che reperti, oggetti.

L’archeologia dell’inquietudine comincia esattamente da qui.

Alabastro di Spirito, ‘Guarda il cielo’, MAF | Museo Archeologico di Forlimpopoli

ALABASTRO DI SPIRITO
GUARDA IL CIELO
A cura di Azzurra Immediato
Dal 12 giugno al 5 luglio 2026
MAF | Museo Archeologico Forlimpopoli
Piazza A. Fratti

Orari di apertura
Lunedì e martedì: chiuso
Mercoledì: 9.30 – 12.30
Giovedì: 20.00 – 23.00
Venerdì: 9.30 – 12.30
Sabato e domenica: 9.30 – 12.30 e 16.30 – 19.30

L’ingresso alla mostra è consentito negli orari di apertura del museo.
Con il patrocinio del Comune di Forlimpopoli (FC) e dell’Assessorato alla Cultura e al Turismo

Roberto Sala

Editore, graphic designer e fotografo d’arte, dal 2012 è docente di Metodi e tecniche dell'arte-terapia presso l'Accademia di Brera nel corso di laurea specialistica di Teorie e pratiche della terapeutica artistica. Direttore della casa editrice Sala Editori specializzata in pubblicazioni d’arte e architettura, affianca alla professione di editore quella di grafico, seguendo in tempi recenti l’immagine coordinata delle più importanti manifestazioni culturali della città di Pescara fra le quali si segnalano: Funambolika e Pescara Jazz. Dal 1992 al 2019 è Art Director della Rivista Segno per la quale dal 1976 ha ricoperto diversi ruoli e incarichi. Dal 2019 è Direttore Editoriale di Segnonline. Dal febbraio 2024 è Direttore Editoriale delle riviste Segno e Segno.es per le quali traccia la linea politica e di sviluppo. roberto@segnonline.it

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