Doug Aitken, Think, 2019. Courtesy Regen Projects, Santa Monica, California

Il nuovo DPCM e le discrasie del mondo dell’arte. Caro Ministro ti scrivo

In questo articolo si parla del comportamento ambiguo del MiBACT e di talune grandi esposizioni, la cui apertura e chiusura hanno fatto molto discutere.

In queste ultime settimane stavo preparando un articolo sui primi 60 gg dell’arte in Italia. Avrei voluto scrivere dei 120.000 € risparmiati dal Padiglione Italia e destinati alla ristrutturazione dell’Arsenale e della “presunta”, dunque “falsa” decisione attribuita a Milovan Farronato. Avrei voluto parlare della mia città d’origine, di Ferrara, di Sgarbi, della futura mostra di Bansky, l’ennesima, anzi la fotocopia di quella genovese non autorizzata e dell’appello lanciato dai tre ex assessori ferraresi, Alberto Ronchi, Francesco Ruvinetti e Massimo Maisto contro l’irresponsabile scialacquare di denaro pubblico. Avrei voluto parlare dell’AFAM che, dopo mesi d’incertezze e battaglie, porta a casa il rinvio di un DPR ai limiti del criminale e la riapertura della graduatoria nazionale Legge 205/17 (bis) che permetterà a quei docenti che hanno maturato tre anni accademici d’insegnamento di svolgere il proprio lavoro con un minimo di serenità. Avrei voluto incontrare artisti e galleristi e dare anticipazioni sul MIART, sulla Biennale Architettura…avrei voluto fare mille cose… ma è arrivato il Corona Virus.

Dal primo al secondo DPCM, dal 2 all’8 marzo, fino al prossimo in attesa di uscita, le cose anche nel mondo dell’arte sono cambiate radicalmente, non senza polemiche e non senza sospetti per talune situazioni alquanto contradditorie che, benché se ne dica, hanno palesemente tutelato in prima battuta interessi di natura economica anziché la salute dei cittadini.

Già il primo DPCM del 2 marzo indicava all’ART.1 b) la sospensione delle manifestazioni, degli eventi e degli spettacoli di qualsiasi natura, ivi inclusi quelli cinematografici e teatrali, svolti in ogni luogo, sia pubblico sia privato, che comporti affollamento di persone tale da non consentire il rispetto della distanza di sicurezza interpersonale di almeno un metro, per chiudersi al punto 1 dell’ART.4 con l’indicazione di una data precisa fino al 3 aprile 2020.

Il tema dell’interpretazione di una norma, si sa, piace particolarmente al popolo italiano. Da qui le prime discrasie di una comunicazione affatto chiara che ha delegato al libero arbitrio l’interruzione o no di vari eventi. Va detto che il buon senso dei singoli ha visto, sin da subito, l’adeguarsi al decreto laddove fosse palesemente impossibile garantire l’applicazione della direttiva. Ecco perché a chiudere i battenti preventivamente, sono stati primi su tutti gli organizzatori di piccoli e medi eventi, piuttosto che le grandi kermesse espositive, che hanno deliberatamente lasciato intendere all’utente finale la garanzia di un controllo su ingressi e distanze di sicurezza.

La prima bugia di un sistema malato si è compiuta il 4 marzo con l’inaugurazione di Raffaello Sanzio alle Scuderie del Quirinale. La notizia, apparsa ovunque, con una titolazione quasi raccapricciante: Roma, il coronavirus non ferma la mostra-evento su Raffaello Sanzio e seguita dalla falsa rassicurazione del rispetto della distanza di sicurezza sanitaria prevista, vede oggi, dopo il nuovo e drastico DPCM la sua chiusura fino a nuove disposizioni governative. Se inizialmente si poteva credere nell’efficienza delle Scuderie, oggi ci resta difficile non ipotizzare l’estremo tentativo di tutelare un’operazione da oltre 200 opere assicurate per un valore da record di 4 miliardi di euro. Un dribbling mal riuscito al nostro Ministro Dario Franceschini che nulla ha potuto di fronte all’evidenza di un’emergenza sanitaria in continuo aumento e che lo vede piegare la testa la mattina dell’8 marzo quando arrivano le nuove misure di contenimento dell’emergenza epidemiologica COVID-19. Nel nuovo testo, si ribadisce quanto già espresso nel primo, ma s’introduce la sospensione del servizio di apertura al pubblico dei musei e degli altri istituti e luoghi della cultura di cui all’’art. 101 del codice dei beni culturali e del paesaggio, di cui al decreto legislativo 22 gennaio 2004, n. 42 (sono quindi inclusi musei, archivi, biblioteche, aree e parchi archeologici).

Abbiamo preso come spunto l’eclatante caso della mostra di Raffaello ma in tale situazione ambigua ci si erano messi in tanti. Sul sito del Maxxi, ad esempio, fino a l’altro ieri si leggeva: Roma, Maxxi aperto, si rispettano le distanze e così per molte altre istituzioni facenti capo al MiBACT e non solo.   

Non sono mai stata ipocondriaca né incline al panico, ma il senso civico l’ho sempre avuto e anche la capacità di leggere fra le righe. È evidente che la situazione va affrontata con responsabilità in qualsiasi settore si lavori. Anche e soprattutto in quello dell’arte e della cultura. Caro Ministro, era veramente necessario generare questa confusione quando ce n’è già così tanta in giro? Veramente volete farci credere che vi siete accorti solo 4 giorni dopo che non potevate garantire la distanza di sicurezza sanitaria richiesta nel DPCM? Davvero ci credete tutti miopi e creduloni? Per il rispetto soprattutto di quegli operatori dell’arte che agiscono nei territori di provincia, organizzando e promuovendo mostre, spesso a proprie spese, senza poter contare su un solo quattrino pubblico, potreste avere quel minimo di rispetto verso chi alimenta quotidianamente il sistema dell’arte? Non con le grandi mostre, non con i grandi flussi di denaro, ma con lo studio e la ricerca e cercare di dare un unico, solo e chiaro messaggio?

Lo sappiamo che a certi livelli nell’arte ci sono in gioco i miliardi, quelli veri. Ma valgono anche gli altri! Sebbene mai più della pubblica salute. È mia personale opinione che lasciare libera interpretazione del nuovo DPCM ai singoli sia un atto sciagurato. Nessuno, soprattutto le piccole realtà, ha i mezzi e gli strumenti per garantire quanto si richiede. Caro Ministro… smettetela di rincorrere il bene economico. Smettetela di prenderci in giro. Se ci chiedete responsabilità Lei, Voi, siete i primi a doverla mostrare. Il messaggio deve essere forte, chiaro e univoco. STOP a tutte le manifestazioni vuol dire STOP. 

Che ci piaccia o no, fino al 3 aprile ci metteremo tutti in pausa. Ne soffrirà l’economia ma ne guadagnerà la salute, forse anche quella psicologica che spesso ci spinge più a passeggiate di presenza anziché motivate da un vero interesse culturale. Riflettere sul senso sfrenato del I have to be there male non farà.

Maria Letizia Paiato

Storico, critico dell’arte e pubblicista iscritta all’Ordine dei Giornalisti d’Abruzzo, insegna Storia dell’Arte presso l’Accademia di Belle Arti di Macerata. È Dottore di Ricerca (Ph.D) in Storia dell’Arte Contemporanea e Specializzata in Storia dell’Arte e Arti Minori all’Università degli Studi di Padova. È ricercatore nel campo dell’illustrazione di Primo ‘900 con all’attivo diversi contributi saggistici sull’argomento fra i quali, nel 2016 con Sala editori, L’Illustrazione Umoristica fra Otto e Novecento a Modena. Satira, immagini e ricerche, con un’introduzione di Paola Pallottino. Parallelamente è impegnata nel campo della comunicazione come co-owner della RPpress e si occupa di temi legati all’Etica della Comunicazione, del giornalismo della critica d’arte. Dal 2015 è Capo Redattore dell’edizione cartacea di Rivista Segno e dal 2019 Direttore Responsabile di Segnonline per il quale stabilisce le mansioni dei collaboratori e impartisce le direttive per il lavoro redazionale. Mail letizia@rivistasegno.eu