Un museo può essere progettato per essere attraversato anche da chi non ha intenzione di visitarlo? La nuova GAM di Torino nasce dentro questa domanda, svelata al Teatro Regio come esito del concorso internazionale per la riqualificazione della Galleria Civica d’Arte Moderna e Contemporanea. Il progetto firmato da MVRDV con Balance Architettura ed EP&S Group affronta un edificio storico senza sovrascriverlo, agendo sulle condizioni che nel tempo hanno scisso museo e città e restituendo continuità tra spazio urbano e istituzione culturale.
Progettata da Carlo Bassi e Goffredo Boschetti e inaugurata nel 1959, la GAM era già allora il primo museo italiano con una sezione dedicata all’arte contemporanea. L’intervento attuale riattiva quella ambizione mediante una trasformazione per sottrazione. Ricorre una parola durante la presentazione: togliere. Eliminare barriere, alleggerire stratificazioni, ricomporre nessi tra interno ed esterno. Il progetto si definisce tramite ciò che viene rimosso.
«Non è facile far rigenerare qualcosa che ormai esiste», osserva la direttrice Maria Chiara Bertola. La sua lettura è precisa: «sfondamento e riconnessione al tessuto. Far vivere un museo.» Dietro quella formula si concentra la scommessa dell’intero contributo — aprire ciò che è già lì, senza ampliare né aggiungere. Rigenerare implica lavorare su un organismo dinamico, che cambia mentre viene modificato. Elena Bo descrive il museo come una creatura da curare: la cura propone un carattere processuale che traduce l’istituzione in pratica di adattamento. Winy Maas lo considera una “living machine”: pareti mobili, scenari riconfigurabili, superfici che passano da assetti espositivi a installazioni aperte. La flessibilità si fa struttura.
La luce naturale assume un ruolo cruciale: i varchi e i lucernari ridisegnano la percezione degli ambienti, interrompendo la separazione tra interno e controllo ambientale. Il piano interrato si estende e muta funzione — il Deposito Vivente rende accessibile una parte della collezione, ribaltando la gerarchia tra esposizione e conservazione. L’archivio entra nel campo dell’esperienza pubblica. Bertola sintetizza l’orizzonte del progetto in un’espressione densa: «conservare ed esporre» come attrito da tenere vivo, prima ancora che come mansione da assolvere. Per oltre un secolo i musei hanno tenuto insieme questi due poli: la GAM introduce una terza dimensione, la condivisione.
Il progetto insiste sull’apertura verso la città. La cancellata scompare, sorge una piazza davanti all’ingresso storico, il complesso viene transitato da percorsi inediti. Il concetto di attraversamento sostituisce quello di accesso: il museo entra nella città quotidiana. Walter Mariotti, direttore editoriale di Domus, legge tale passaggio in termini più ampi: «l’architettura e l’arte come punti da cui partire per ripensare l’identità.» E di nuovo: «architettura e arte devono porre domande. Ripensamento dei luoghi comuni» — in entrambe le valenze. L’ossatura stessa del progetto cessa di essere contenitore neutro e evolve in dispositivo che rielabora la relazione tra chi guarda e ciò che viene guardato. In questo quadro la GAM si colloca dentro una trasformazione più ampia dell’istituzione museale contemporanea: da spazio centrato sulla collezione a infrastruttura culturale porosa e instabile. MVRDV adotta una strategia di riduzione: restituisce leggibilità all’impianto originario, rimuove elementi aggiunti con gli anni, riorganizza pieni e vuoti. L’architettura si ritira, la sottrazione produce intensificazione, il luogo liberato diventa disponibile a usi diversi. Massimo Broccio valuta l’obiettivo in termini generazionali: «immaginare il museo come funzionale ai giovani» — e l’investimento della Fondazione Compagnia di San Paolo si concretizza, nelle sue parole, come «intervento ideativo» e solo dopo edilizio. Il pubblico diviene soggetto attivo, oltre che visitatore.
Resta una tensione: apertura e conservazione convivono senza sintesi definitiva. Il museo di oggi oscilla tra permeabilità e preservazione, e il suo rapporto con la vita ordinaria si rimodella continuamente. Ciò che è in gioco è ciò che viene lasciato andare: l’idea di museo come area disgiunta dalla città. Un’istituzione che rinuncia al proprio confine misura in questa rinuncia la sua possibilità di futuro.
Le citazioni riportate sono tratte dalla presentazione pubblica del progetto al Teatro Regio di Torino, 30 giugno 2026.

