Non è un intervento che cerca la monumentalità, né un’operazione di contrasto con il contesto storico. Arcipelago botanico, il progetto site-specific di Agostino Iacurci per la piazza del Portrait Milano, sceglie piuttosto la via della relazione. Nel cuore dell’ex Seminario Arcivescovile, dove il chiostro cinquecentesco ritrova oggi una dimensione pubblica attraverso la trasformazione della corte in un giardino aperto alla città – accessibile ogni giorno dalle 5 del mattino alle 2 di notte – le otto sculture in acciaio dell’artista foggiano costruiscono un lessico visivo capace di abitare lo spazio senza alterarne gli equilibri.
Curata da Valentina Ciarallo, l’installazione si sviluppa come un sistema di presenze autonome. Otto “alberi” policromi, innestati su essenziali basi in cemento, punteggiano la piazza secondo una disposizione che evita qualsiasi effetto scenografico. Non occupano il giardino: ne condividono il ritmo. La loro disposizione invita il visitatore a percorrere lo spazio, a modificarne continuamente i punti di vista, lasciando che siano l’architettura, la vegetazione e le opere a costruire una sequenza percettiva in costante trasformazione.



La ricerca di Iacurci si è sempre misurata con la riduzione formale. Alberi, foglie, frutti e paesaggi vengono sintetizzati in immagini essenziali, prossime al linguaggio del segno, dove il colore assume un valore strutturale prima ancora che decorativo. Anche in Arcipelago botanico l’artista evita qualsiasi naturalismo. Le sue sculture non imitano la natura, ma ne evocano i processi di crescita, la capacità di occupare uno spazio, di creare relazioni e di modificare la percezione dell’ambiente.
Il confronto con il chiostro è il nodo più interessante dell’intervento. In un luogo scandito dalla rigorosa sequenza delle colonne rinascimentali, Iacurci rinuncia deliberatamente al gesto spettacolare. Le superfici colorate e i profili netti delle sculture instaurano un dialogo calibrato con il porticato, rispettandone la misura e il ritmo architettonico. La serialità delle colonne trova un contrappunto nelle verticalità degli alberi d’acciaio, mentre il vuoto della corte continua a essere il vero protagonista dello spazio.
È un rapporto costruito sulla reciprocità, non sulla competizione. L’opera contemporanea non rivendica centralità, ma si inserisce come elemento capace di rivelare nuove possibilità di lettura dell’architettura storica. La leggerezza visiva delle sculture, accentuata dalla sintesi delle forme e dalla brillantezza cromatica, produce una tensione sottile con la gravitas della pietra, senza mai trasformarsi in attrito.
Ma il dialogo si estende anche al paesaggio vegetale. La piazza del Portrait Milano recupera infatti la memoria dell’antico giardino del seminario attraverso un nuovo impianto botanico, e proprio in questa convivenza si colloca il senso più profondo del progetto. Gli alberi di acciaio convivono con quelli viventi senza pretendere di sostituirli. Appartengono a una botanica immaginaria che amplifica, anziché replicare, quella reale. È un paesaggio dove artificio e natura cessano di essere categorie contrapposte per diventare elementi di un’unica esperienza percettiva.
Da tempo Iacurci sviluppa una riflessione sul rapporto tra arte pubblica e spazio condiviso, privilegiando interventi capaci di modificare il modo in cui un luogo viene attraversato piuttosto che imporre una presenza iconica. Arcipelago botanico conferma questa direzione di ricerca. L’opera costruisce un dispositivo di osservazione che invita a rallentare il passo e a riscoprire la qualità del vuoto, della luce e delle relazioni spaziali.
In un momento in cui molti interventi nello spazio pubblico cercano l’effetto immersivo o spettacolare, il progetto per il Portrait Milano procede in direzione opposta. La forza dell’installazione risiede nella misura. Nella capacità di instaurare un dialogo con la storia senza mimetizzarsi e con il presente senza proclami. È in questo equilibrio, fragile e consapevole, che Arcipelago botanico trova la propria ragione critica: non aggiunge semplicemente un’opera a un luogo, ma suggerisce un diverso modo di abitarlo e di guardarlo.
