Della Resurrezione di Lazzaro molto si è discusso. Si è parlato del simbolismo del tema – la cura degli infermi, in questo caso “malati di morte” –, in cui si è rinvenuto un richiamo alla misso dei camilliani, i religiosi romani cui apparteneva la chiesa dei Crociferi, prima casa del dipinto. Secondo taluni, la postura a forma di croce del corpo di Lazzaro rimanderebbe proprio alla croce dell’ordine; un ordine dedito agli ultimi che Caravaggio non poteva non conoscere dal suo soggiorno a Roma; e non è certo un caso che gli ultimi degli ultimi – dalle mie parti si dice “gli ultimi chiodi della carrozza dei morti” – siano di nuovo al centro della tela. Caravaggio aveva intrapreso questo “ritorno alle origini” a partire dal Seppellimento di Lucia, gremito di popolani, dipinto poco tempo prima. Stavolta però gli ultimi, a differenza dei due giganti palestrati che, nel dipinto siracusano, scavavano volentieri la fossa della santa, sono piuttosto agitati. Secondo il racconto di Susinno, pare che, per trattenere i becchini assoldati per reggere il cadavere – ricordate? Un corpo era stato dissotterrato per favorire la copia dal vero del pittore – Caravaggio sguainasse il coltello minacciando i malcapitati. Io ci credo. Come avrebbe potuto altrimenti cogliere la smorfia dell’uomo sopraffatto dalla puzza, che prova a coprirsi il naso? Né l’artista doveva essere nuovo a questa sorta di soprusi. Si guardi, ad esempio, alla Crocifissione di Pietro della Cappella Cerasi. Qualcuno ha dubbi sul fatto che il volto dolente del vecchio – così distante dall’archetipo petrino: nella Crocifissione di Michelangelo Buonarroti nella Cappella paolina Pietro è al contrario una sorta di direttore dei lavori, tutto fede e determinazione al martirio – sia stato ottenuto legando il modello o privandolo a bella posta di un bene primario, dell’acqua o del vino, o tutte e due le cose insieme?


