In occasione dell’inaugurazione della stagione espositiva estiva promossa dal Comune di Rimini e dalla Regione Emilia Romagna, i Palazzi dell’Arte ospitano due progetti distinti ma sorprendentemente convergenti. Summer Dream di Luca Giovagnoli e Sailing to Byzantium. 6 Artists from New York trasformano il complesso museale in una soglia percorribile, un luogo in cui il reale si incrina per lasciare spazio a desideri e immaginari che oscillano costantemente tra memoria e finzione. È un attraversamento che sembra promettere approdi rassicuranti ma che, in realtà, mette continuamente in discussione ogni certezza dello sguardo.
Già presentata a Venezia negli spazi di Palazzo Tito, la collettiva Sailing to Byzantium, progetto curato da Richard Milazzo,approda in un’altra città affacciata sull’Adriatico, stabilendo un dialogo ideale tra due luoghi di frontiera. Il titolo, tratto dall’omonima lirica di William Butler Yeats, richiama il viaggio verso Bisanzio come ricerca di una dimensione altra, in cui la trasformazione spirituale si intreccia con quella artistica. Le ricerche di Donald Baechler, Ross Bleckner, Peter Halley, Vik Muniz, Peter Nagy e Walter Robinson, protagonisti della scena newyorkese degli anni Ottanta, si confrontano così con la storia millenaria di Rimini, facendo emergere un paesaggio visivo in cui immagini pop e stratificazione culturale convivono senza mai trovare un equilibrio definitivo. Un equilibrio che non viene nemmeno ricercato, proprio perché il medium della stampa agisce come dispositivo di slittamento, volto a decontestualizzare immagini e linguaggi per proiettarli in nuovi orizzonti interpretativi.


installation view ai Palazzi dell’Arte di Rimini
Al piano terra del Palazzo dell’Arengo, il percorso prosegue con Summer Dream, personale di Luca Giovagnoli che riunisce oltre trenta opere realizzate negli ultimi anni, curata da Valentina Ciarallo. Se la mostra dedicata agli artisti americani invita a un viaggio simbolico verso Oriente, Giovagnoli rivolge invece lo sguardo all’interno, verso la Riviera romagnola a lui cara, trasformandola in un luogo della memoria e del desiderio. Nelle sale, figure prive di identità definita abitano scenari sospesi, attraversati da rosa irreali e azzurri lattiginosi: colori pastello che compongono una tavolozza richiamante i colori smaltati delle automobili dell’American Dream degli anni Cinquanta, del boom economico, dei motel, dei drive-in. È l’idea di un futuro luminoso che quelle carrozzerie cromate promettevano, un immaginario che arriva in Italia soprattutto attraverso il cinema americano e, successivamente, tramite Fellini, le pubblicità e le cartoline della Riviera. Una felicità promessa e continuamente rimandata, difficile da raggiungere, quella ricercata in ogni estate ma forse mai vissuta davvero, se non in una condizione psicologica che si nutre della malinconia che questa stagione lascia. I personaggi vivono un sogno che è già svanito, intraprendono conversazioni fatte di silenzi ed espressioni censurate, si abbandonano alla lentezza di un pomeriggio assolato che rallenta movimenti e pensieri, generando però una pressione sotterranea, un’inquietudine che continua ad agire sotto la superficie delle apparenze, come se ogni istante fosse sul punto di incrinarsi.
La tensione del desiderio è quella di The Great Gatsby di Fitzgerald: la fiducia ostinata che il tempo possa essere riattraversato per raggiungere quella Green light che brilla dall’altra parte della baia, un richiamo che sembra sempre a portata di mano e che, proprio nel momento in cui lo si insegue, continua ad arretrare. Più che una promessa di approdo, dimostra la necessità stessa di compiere un viaggio. Nessuno dei protagonisti arriva davvero a raggiungere il proprio sogno, perché statici nella loro irrealtà, e il desiderio continua a vivere proprio perché non si compie mai del tutto.
Accanto alle atmosfere luminose della Riviera, altri lavori lasciano emergere una componente erotica sorprendentemente priva di qualsiasi compiacimento. I baci ravvicinati e i corpi intrecciati nella penombra costruiscono una narrazione intima, in cui l’artista concede l’accesso a frammenti della propria interiorità filtrati dalla luce pomeridiana che penetra tra le fessure di una persiana. Lascia occhieggiare una quotidianità senza mai spettacolarizzarla, né occultarla: più che assistere a un’esibizione, lo spettatore ha l’impressione di essere ammesso in una dimensione umana condivisibile, dove il corpo è quasi disarmante nella sua naturalezza, in uno scioglimento pastoso di colore che punta quasi all’astrazione.
Oscillazione, ambiguità, trasfigurazione. È questo ciò che rende Summer Dream così profondamente contemporanea, una malinconia che abbandona le tradizionali tonalità cupe per assumere le sfumature dell’estate. Serena, la stagione trascorre sotto l’ombra giallognola e allungata di un ombrellone, finché la durata dello sguardo ne scalfisce la superficie, lasciando affiorare la fragilità dell’immagine che aveva costruito. Nel momento della rivelazione, le figure si irrigidiscono, i sorrisi diventano maschere circensi, e il desiderio rivela la propria inquietudine. In un’esistenza sospinta dal vento della pulsione, il viaggio evocato da Yeats e quello intrapreso da Gatsby condividono con Giovagnoli la potenza di un richiamo, canto di sirene desiderabili ma violente, abitanti di un orizzonte che custodisce nella propria irraggiungibilità l’incanto primordiale del sogno.
Luca Giovagnoli
Summer Dream
A cura di Valentina Ciarallo
Palazzi dell’Arte di Rimini
26 giugno – 13 settembre 2026
Courtesy Art Preview – Matteo Sormani

