Francesco Arena

Francesco Arena Premio Pascali 2024

Un progetto impegnativo anche dal punto del budget, promosso dalla Fondazione Pascali col supporto della Regione Puglia per la XXVI Edizione del Premio Pino Pascali: assegnato quest’anno a Francesco Arena (Torre Santa Susanna, Brindisi, 1978) da una giuria formata da Giuseppe Teofilo, direttore artistico del Museo, dallo storico dell’arte Francesco Guzzetti e da Nicoletta Lambertucci, curatrice presso la Tate Modern di Londra, a cura di Bruna Roccasalva, direttrice artistica di Fondazione Furla.

Difficile resistere al fascino di un’altalena incrociata per strada. Arduo sottrarsi alla tentazione di dondolarvisi un po’, anche se non si è più bambini. Soprattutto se l’altalena è bella, ampia, con le sedute luccicanti di riverberi aurei, su cui sono incise enigmatiche scritte. Come le “30 altalene” che Francesco Arena ha disseminato, fino al 23 ottobre, in diverse postazioni di Polignano Mare, dentro il paese e in parte lungo la costa. 

Francesco Arena, come mai questa scelta di realizzare una mostra diffusa all’aperto?

In accordo con Bruna Roccasalva, mi è piaciuta l’idea di realizzare un intervento di arte pubblica che dialogasse con la città e portasse la Fondazione fuori dal museo. Tanto più che l’iniziativa si svolgeva in estate. Ci sembrava che il clima fosse favorevole in tutti i sensi. L’altalena ben si prestava a questo. L’anno scorso, in occasione di “Panorama” a Monopoli, rassegna curata da Vincenzo De Bellis, ne avevo già realizzata una, esposta in una sala del Castello. Anche quell’altalena era nata come lavoro all’aperto. Poi per problemi tecnici fu spostata all’interno. Ne ho fatto anche altre tre per dei collezionisti, che le hanno installate sia dentro che fuori. A Polignano però il rapporto con la gente che passa è diventato l’aspetto fondamentale.

Il primo movente dell’operazione è stato dunque di tipo relazionale?

Ciò che mi stava a cuore è la questione dell’opera pubblica, del monumento. Mi interessava utilizzare un materiale tipico del monumento come il bronzo, rendendolo qualcosa su cui ci si può sedere e giocare. Solitamente il bronzo del monumento è intoccabile. è qualcosa che sta in alto, su un piedestallo. Dunque io opero una sorta di ribaltamento. La questione riguarda il rapporto con lo spazio che ci circonda, con la socialità dello spazio e sul come lo si condivide. Credo che l’arte debba intervenire nello spazio pubblico non in maniera eccessivamente assertiva, ma cercando un rapporto con il contesto che ci circonda e con chi lo vive.

Quali luoghi avete individuato e con che criteri?

Abbiamo occupato un po’ tutto il territorio del Comune, ma con tipologie di posti differenti. Non solo quelli frequentati dai turisti, ma anche aree più defilate e conosciute dai polignanesi. Ad esempio vicino al vecchio ospedale, dove di fronte c’era la casa dei genitori di Pascali, e ora c’è l’Asl e un centro di accoglienza per ragazzi. O Piazza Trinità, dove i ragazzi giocano la sera. Luoghi che hanno a che fare con la collettività, tipo la stazione. Alcune altalene sono collocate in zone che seguono la costa: quella più sud è a Port’ Alga, quattro sono a Cala Paura, una all’abbazia di San Vito, sulla scogliera, in interazione con il paesaggio marino. Con un qr code si apre una mappa interattiva che offre tutte le informazioni.

L’altalena ci riporta al gioco: in questa scelta c’è anche un richiamo alla componente ludica di Pascali?

Per me Pascali era fondamentalmente uno scultore, aveva a che fare con la materia, con lo spazio. Certo le sue opere hanno anche un’intenzione ludica. Ma io sinceramente non penso che la questione della ludicità sia l’aspetto fondamentale del suo lavoro.

Sulle sedute in bronzo dorato sono incise delle frasi: che valore hanno?

Ci tenevo che ogni opera avesse diverse possibilità di interpretazione e diversi tempi: il tempo collegato alla lettura, al concepimento della frase, e al messaggio della frase incisa. Nelle prime altalene si trattava di frasi mie, o meglio personali elaborazioni di frasi di altri autori. In questa occasione, grazie alla partnership con il festival letterario “Il Libro possibile” che si tiene in questi giorni a Polignano, ho deciso di invitare 26 autori – scrittori, poeti, critici, filosofi italiani – a donare una loro frase. Solo 4 sono quelle rielaborate da me. 

I tuoi lavori nascono spesso da una dialettica con elementi autobiografici. In queste caso l’opera assume una dimensione corale: hai rinunciato ad un appiglio personale?

Avendo scelto di coinvolgere tante persone, questo è normale. Però ho sempre deciso io come scrivere la frase sull’altalena. Il modo in cui è scritta la frase suggerisce un determinato tipo di lettura Alcune ad esempio sono scritte a vortice.  In alcuni casi ho ingrandito alcune parole e rimpicciolito altre… L’oggetto ha il suo significato.

Di cosa parlano le scritte, ci puoi fare degli esempi?

Affrontano vari temi. Alcune parlano dell’amore, altre sono più politiche, qualcuna ancora riflette sulla concezione del tempo. Rimandano ad argomenti differenti, un pò come la moltitudine della gente che potrà utilizzare l’altalena. Però non voglio che vengano divulgate. Secondo me la cosa interessante è che la frase esiste solo lì, su quel supporto. Frase, altalena, oggetto, diventano un tutt’uno: la frase è parte della scultura. 

A proposito, da sempre porti avanti una riflessione post-concettuale sull’idea di scultura. Come si collegano queste altalene alla tua ricerca?

Come altre mie opere che richiedono un corpo per vivere, anche l’altalena ha bisogno di essere agita, utilizzata. Mi piace perché è un pendolo, qualcosa che si muove tra presente e futuro. In questo oggetto semplice si condensano molti miei elementi, i rapporti tra pieno e vuoto, con lo spazio, l’equilibrio.  Anche se il bronzo è pesante, il venticello riesce a far muovere le altalene. E vedere una altalena vuota che si muove è come segnare una presenza che segna un’assenza…