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Francesca Tulli, discreta ed elegante

Lo scorso sabato ci ha lasciati Francesca Tulli, pittrice e scultrice romana. Paolo Balmas, amico di una vita, la ricorda così

Ho saputo della scomparsa di Francesca Tulli quasi subito. Ci ha chiamato Stefano, il marito, da Milano e  con la voce spezzata ci ha confermato ciò che lei stessa, qualche giorno prima aveva cercato di dire e non dire, ma che io e mia moglie Amalia, avevamo già capito. Questa volta non sarebbe più riapparsa sorridendo nei luoghi di relax dove avevamo preso l’abitudine d’incontrarci, al caffè centrale di San Felice Circeo o sulle spiagge del lungomare  attiguo dove non si può negare siano approdati davvero gli eroi che tutti conosciamo sin dai tempi della scuola. 

Non avremmo più parlato di qualunque cosa ci incuriosisse, o ci meravigliasse tra le tante che oramai ti cadono addosso da qualunque parte senza che ci si debba troppo preoccupare della fonte. Cose tra le quali l’arte c’era sempre e comunque, anche quando non la nominavamo affatto. 

L’arte era sempre nel vivere stesso di Francesca, che sin da quando ci eravamo conosciuti, mi aveva fatto capire come lei da pittrice preferisse, spiarla piuttosto che aggredirla frontalmente, esplorarla piuttosto che farla esplodere, magari schiudendo una soglia, mutando una prospettiva, scrutando troppo da vicino un oggetto, rimarcando un’ombra o sviluppando una omologia formale. Negli ultimi decenni ai suoi strumenti non sovrapposti, ma desunti, non dimostrati ma mostrati, si era aggiunto l’apporto della scultura, discreta ed elegante come lei, composta e mai banale come la sua conversazione. Misurata come un esercizio che diventa un inno senza confondere l’individuo con la folla, il responsabile del proprio agire con il coro pronto a dissolversi nel nulla. Una scultura di cui potrebbe aver bisogno l’architettura come il paesaggio. Un invito alla misura giocato nei luoghi dove è in agguato la dismisura e l’arroganza.