Yayoi Kusama è morta a 97 anni. Con la sua scomparsa si chiude una delle vicende più singolari e riconoscibili dell’arte contemporanea internazionale, sviluppata nell’arco di oltre settant’anni e capace di attraversare pittura, scultura, performance, installazione, cinema, moda, letteratura e poesia.
Nata a Matsumoto, in Giappone, nel 1929, Kusama si trasferì a New York nel 1958, entrando in contatto con l’ambiente dell’avanguardia americana e sperimentando linguaggi e forme che avrebbero anticipato alcuni degli sviluppi della Pop Art, del Minimalismo e della performance. Negli anni Sessanta soggiornò inoltre a più riprese nei Paesi Bassi, dove presentò il proprio lavoro e mantenne rapporti con artisti legati al movimento Nul. Dopo sedici anni negli Stati Uniti, tornò definitivamente in Giappone negli anni Settanta, continuando a sviluppare una ricerca sempre più personale e riconoscibile.
I suoi pois, le zucche, le superfici ricoperte di pattern e soprattutto gli ambienti specchianti degli Infinity Mirror Rooms sono diventati immagini emblematiche della cultura visiva contemporanea. In queste opere i confini tra individuo, spazio circostante e infinito sembrano dissolversi, trasformando l’esperienza dello spettatore in una dimensione percettiva e immersiva. È proprio con gli Infinity Mirror Rooms, in particolare, che Kusama ha raggiunto una notorietà globale nel nuovo millennio, diventando una delle artiste più conosciute al mondo.
«L’arte di Kusama parla a persone di tutto il mondo e trascende generazioni, culture e confini nazionali», ha dichiarato Rein Wolfs, direttore dello Stedelijk Museum Amsterdam. «Nel suo lavoro, la distinzione tra se stessi e il mondo circostante scompare: si diventa parte di qualcosa di più grande di sé». Per Wolfs, al centro della ricerca dell’artista rimane «una potente idea di connessione» ancora profondamente significativa.
Il tributo dello Stedelijk assume un significato particolare anche perché il museo di Amsterdam si appresta a presentare una grande retrospettiva dedicata all’artista. La mostra, inizialmente concepita in collaborazione con Kusama e con il suo studio, diventa ora un omaggio postumo alla sua vita e al suo lavoro. La curatrice Leontine Coelewij ha ricordato il privilegio di aver lavorato direttamente con l’artista, sottolineando come la sua capacità di continuare a produrre nuove opere fino alla tarda età testimoniasse «la sua straordinaria forza artistica». Una forza che le ha permesso di trasformare esperienze personali in un linguaggio visivo inconfondibile, sviluppato senza mai perderne intensità e convinzione.
Anche David Zwirner, che ha rappresentato Kusama per quindici anni, ha ricordato la dimensione internazionale raggiunta dalla sua opera. L’ultima visita dell’artista a New York, città nella quale aveva vissuto per molti anni, risale al 2013, in occasione dell’apertura della prima di una lunga serie di mostre presso le gallerie Zwirner. Fin dall’inizio, quelle esposizioni furono caratterizzate da lunghe file di visitatori, in attesa anche per un’ora della possibilità di entrare e sperimentare direttamente le sue opere.
Zwirner ha definito un privilegio della propria vita professionale aver potuto rappresentare l’arte di Kusama e ha sottolineato come il suo messaggio di amore e pace abbia raggiunto milioni di persone in tutto il mondo. «Al momento della sua scomparsa», ha osservato, «Kusama era, senza dubbio, l’artista vivente più famosa al mondo».
Il gallerista ha ricordato anche la retrospettiva recentemente visitata al Museum Ludwig di Colonia, nella quale erano riunite oltre 300 opere, dai disegni dell’infanzia fino alla produzione più recente. Una mostra diventata la più visitata nella storia del museo e che, secondo Zwirner, confermava ancora una volta la straordinaria capacità dell’artista di parlare a un pubblico vastissimo.
L’influenza di Kusama non si limita infatti alla sua immediata riconoscibilità. La sua ricerca ha attraversato e influenzato la storia del Minimalismo, della Pop Art e della performance, mentre le grandi installazioni immersive hanno contribuito in modo decisivo alla nascita di quella che oggi viene definita experiential art. La dimensione spettacolare delle sue opere non ha cancellato, tuttavia, la radicalità di una ricerca nata dall’ossessione per la ripetizione, la moltiplicazione e la perdita dei confini individuali.
Kusama ha continuato a dipingere fino a poco prima della morte, mantenendo fino alla fine una pratica artistica quotidiana e una convinzione che aveva accompagnato tutta la sua vita: che l’amore possa contribuire a salvare il mondo.
La retrospettiva dello Stedelijk Museum, preparata quando Kusama era ancora in vita, acquista così un significato ulteriore. Non sarà soltanto il racconto di una carriera eccezionale, ma anche l’occasione per misurare la persistenza di un’immaginazione che, attraverso il punto, lo specchio, la ripetizione e l’infinito, ha trasformato una ricerca profondamente personale in un’esperienza condivisa da milioni di persone.
