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Sean Scully. Costruire il muro, dissolvere la distanza

Sean Scully. Costruire il muro, dissolvere la distanza

Il muro costituisce il punto di partenza: massa, limite, contenimento. Scully ne rovescia la funzione. «The wall is a barrier, but what I’m doing is dissolving it. It is metaphysical, transformative».

In To Feel, la mostra che Thaddaeus Ropac dedica a Sean Scully nella Villa Kast di Salisburgo, l’astrazione assume la forma di una relazione. La serie Wall of Light, iniziata nel 1998, nasce da una grammatica di blocchi verticali e orizzontali, simili a una muratura, e procede verso una pittura in cui materia, luce, spazio e memoria agiscono simultaneamente.

Il muro costituisce il punto di partenza: massa, limite, contenimento. Scully ne rovescia la funzione. «The wall is a barrier, but what I’m doing is dissolving it. It is metaphysical, transformative». Costruire una struttura significa anche renderne percepibile la permeabilità. I blocchi mantengono una presenza architettonica mentre il colore oltrepassa i margini, gli strati acquistano trasparenza, la luce penetra la superficie. Il muro diventa così una soglia percettiva.

In Wall of Light Burnt Yellow (2026), il giallo modifica il peso della costruzione. La superficie oscilla fra parete e sorgente luminosa. Nella pratica recente di Scully, la materialità del medium ha assunto una centralità crescente rispetto alla geometria. La tradizione pittorica spagnola del Seicento e il Post-Impressionismo francese contribuiscono alla complessità della tavolozza e alla libertà della pennellata; l’ammirazione per Édouard Vuillard emerge negli orli aperti e sfrangiati dei blocchi cromatici, in parte opachi, in parte trasparenti.

Antonia Hoerschelmann individua nei dipinti una presenza «physical, bodily»: texture superficiali e strati profondi sembrano modificarsi sotto lo sguardo. Michael Auping definisce Scully «a builder of images». Costruzione e trasformazione coincidono: la forma acquista consistenza attraverso la materia, mentre la materia ne modifica continuamente la percezione.

Wall of Light Pink Blue (2025) rende particolarmente leggibile questa dinamica. Le unità cromatiche acquistano identità attraverso prossimità, contrasto e pressione reciproca. Scully lo sintetizza: «They push each other, but at the same time make room for each other». La forma esiste nella distanza che la separa dalle altre e nello spazio che quella distanza produce. Il colore diventa quindi una misura dello spazio.

È qui che To Feel acquista il proprio significato. Il sentimento appartiene alla struttura dell’opera: emerge dalle tensioni fra prossimità e distanza, peso e leggerezza, opacità e trasparenza. L’emozione coincide con una modalità della percezione. Ritmo, scala, densità e luce coinvolgono il corpo prima ancora di produrre un significato.

L’impulso per Wall of Light risale al 1984, quando Scully, durante un soggiorno in Messico, osservò nello Yucatán gli effetti della luce sulle superfici delle antiche architetture. L’esperienza condusse, nel 1984, alla realizzazione del piccolo acquerello Wall of light 4.84 1984. Scully rimase colpito dalla capacità delle superfici di restituire una sensazione del tempo. Nel 1998 sviluppò il motivo di Wall of Light attraverso dipinti a olio di scala architettonica. Da questa esperienza prende forma una ricerca in cui la luce diventa anche memoria della materia.

La Grande Mer (2024–26), il dipinto di maggiori dimensioni della mostra, porta questa ricerca verso un registro paesaggistico e marino. Oltre tre metri di larghezza, dominato dal blu, presenta pennellate ampie e irregolari che evocano profondità scure e acqua agitata; piccoli accenti rossi emergono nelle fenditure fra i blocchi. La struttura della muratura rimane leggibile mentre l’immagine acquista una dimensione oceanica. Hoerschelmann coglie questo movimento: «the pull of the sea is like the pull of Scully’s paintings as they draw the viewer into the pictorial action».

I due acquerelli del 2026, Green Wall 4.11.26 e Wall Blue 4.13.26, introducono una scala più raccolta. Le opere su carta costituiscono per Scully un laboratorio autonomo, nel quale il linguaggio pittorico continua a evolversi. La fluidità e la trasparenza dell’acquerello producono profondità attraverso mezzi diversi dalla stratificazione dell’olio. Scully ha definito questo processo «collaborating with sunlight».

Il nucleo di To Feel sta nella relazione. Scully organizza i blocchi per rendere percepibile lo spazio fra loro, stratifica il pigmento affinché la luce attraversi la superficie, costruisce pareti capaci di aprirsi sul paesaggio. L’astrazione conserva così una tensione elementare: separare e mettere in relazione appartengono allo stesso gesto. In Scully, la distanza diventa il campo attraverso cui le forme entrano in rapporto. Il vuoto fra i blocchi acquista una funzione attiva: misura intervalli, stabilisce ritmi, permette alla composizione di respirare.

Il muro diventa allora una forma della distanza. La costruisce, la misura e ne rende possibile l’attraversamento. La pittura di Scully trasforma la separazione in una condizione della relazione. È in questa tensione che l’astrazione assume una dimensione quasi corporea: ciò che divide genera anche prossimità.

To Feel può essere letto come un’indagine sulla possibilità di rendere visibile una relazione preservando le differenze che la costituiscono. Materia e luce, peso e trasparenza, blocco e intervallo rimangono distinti e acquistano senso nella reciproca pressione. Il muro diventa il dispositivo attraverso cui la distanza acquista forma, ritmo e possibilità di attraversamento.

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