Walter Benjamin
Walter Benjamin

Frammento da Walter Benjamin

Premessa: Quanto è distante la più comune idea di “parola” da ciò che quotidianamente possiamo osservare e scegliere nei discorsi quotidiani? Quanto c’entra ancora la preziosità del racconto – dei verbi, delle frasi fatte – con quello che chiamiamo dialogo? Quali emozioni prova un soggetto artistico quando indossa una consapevolezza raccontata e riscritta da Benjamin e parole o sequenze narrative ritrovate nei dettagli di un discorso artistico?

Sono queste le domande che, ad ogni livello della catena significante, gli operatori di settore (di qualsiasi settore o fattore umano) sembrano porsi incessantemente da qualche tempo. Affidarsi alla definizione della Treccani, significa tagliare fuori tutta quella fascia di traduzioni che può non avere la preziosa rigorosità della filologia o della scientificità, ma che non prescinde mai dal valore legato all’originalità dell’idea, o ad una innovativa modalità della sua produzione. Sembra essere più “democratica” quella dell’enciclopedia on line compilata dagli utenti della rete. Wikipedia? L’avverbio “di solito”, accostato all’utilizzo di parole comuni, esperienze ordinarie o straordinarie, nobili o popolari, sembra voler includere nella definizione un concetto più ampio. Districarsi tra le tante sollecitazioni non è semplice: cosa ha veramente valore oggi? Il monema, il sintagma, la forma esaustiva della narrazione, la corrispondenza, l’idea, la struttura stessa della narrazione?

Questa sezione di Heuresis ha cercato di mettere insieme tante voci di chi “vive” di traduzioni e narrazioni. Designer, artigiani, produttori, studiosi, scrittori, poeti, narratori, critici d’arte: tutti riuniti ad attraversare la traducibilità e la convergenza di testi, in totale libertà. Perché non si possa più dire, come invece è naturale oggi, “… ho perso il filo del discorso”. Le parole di questo numero sono traduttive, o trans-duttive. Il che non costituisce novità per Segno Online e per l’Osservatorio Critico. Ma si tratta, come si potrà notare, di traduzioni un po’ particolari, nella tradizione della nostra sfera comunicativa, che privilegia momenti di sperimentazione, o di ricerca estetica senza indulgere, se non rarissimamente, nel contenutismo dell’esperienza traduttiva, o nella poetica della traduzione di stampo figurativo e neo-iconico. È importante citare l’unità di tempo e di luogo delle operazioni a confronto, perché la raccolta non è casuale, ma perfettamente progettata come un viaggio nei luoghi del testo e della sua singolare traduttività, o tradimentalità. Tradurre la narrativa con la narrativa, tradurre scrivendo altra narrativa sfruttando solo la dimensione auratica del testo originario; tradurre la poesia con la poesia, le storie con le storie, l’impianto struttura di una sintassi espressiva con un altro impianto è, invece, il regno dell’interlineare libero, del surrealismo. Diremmo di più: quanto maggiore è l’effetto di naturalezza, tanto maggiore forse è la necessità di artificio sottostante. Tutto ciò significa che, se la traduzione di un piccolo racconto di Walter Benjamin, come in questo caso, è occasione di un confronto, la sua progettazione come traduzione di sensibilità e di sistema aurato, è la realizzazione, la produzione di un fenomeno di cultura regolato, come un qualsiasi altro fenomeno di cultura, da specifiche leggi di costituzione del testo-immagine; tanto a livello di regole tecniche e contenutistiche, quanto a livello di immagini prodotte dal trasferimento dell’arbitrario. E ciò è quanto i nostri testi, le nostre poetiche hanno cercato di mettere in evidenza, in corrispondenza, individuando l’intero articolarsi del “tradere”, e di alcuni dei suoi luoghi simbolici principali, in una miscela per ora disordinata e non sistematica, ma tuttavia utile all’evidenza del fatto. C’è traduzione e intervento poetico fin dalla prima operazione, squisitamente tecnica. Tutte le traduzioni sono realizzate nella traducibilità oltre la fotografia, come direbbe Walter Benjamin. Certi concetti di relazione conservano tutto il loro significato, anzi il loro significato migliore, se non sono riferiti a priori elusivamente alla frontalità del testo letterario. “Così, attraverso la traduzione e l’elaborazione di un racconto possiamo interrogare fisiologia e sociologia della traduzione o dell’erotismo della traduzione”. 

Perché il gusto delle cose belle non ci assorba in una sorta di marinismo spirituale, daremo qui, in tema di fotografia e parola, un breve cenno sui dati biologici e sociologici che la scienza ha acquisito ad un umanesimo sempre partecipe. L’esperienza storica ci ammonisce dei limiti di una ricerca e di un impegno, se privi di una prospettiva spirituale; rimane però una isolata astrazione poetica, mistica, quella che rifiutando di calarsi nella genesi naturale di ogni fenomeno dello spirito, presuma di pervenire a risultati più puri. Esporrò l’argomento per linee essenziali, intese comunque agli immediati riscontri con i motivi scientifici del nostro caso. La trattazione di una biopolitica, ove non si segua un leale rigore scientifico, potrebbe condurre a conclusioni quanto meno elusive dei motivi e degli aspetti che avevano voluto l’impegno. 

Quando Mendeleieff attese alla classificazione degli elementi, lasciò libero il posto per fattori che ancora mancavano alla conoscenza scientifica; Lavoisier ci ammonisce che nulla si crea e nulla si distrugge.

Le conoscenze scientifiche hanno sempre rilevato rapporti tra la sfera intellettiva e quella neurovegetativa, e nell’una e nell’altra si chiarisce la presenza del sistema endocrino, con azioni indispensabili di interdipendenza e di stimolo. Al caso nostro interessa il sistema endocrino della traduzione. L’ipofisi, ghiandola a secrezione interna direttamente legata al cervello, secerne sostanze, gli ormoni, alcuni per sue specifiche funzioni ed altri che regolano varie ghiandole: queste secernono a loro volta altri ormoni, i quali stimolano molteplici organi nelle loro funzioni, quali accrescimento, differenziazione, metabolismo. 

Nella sfera della parola ghiandole specifiche sono le gonadi, i testicoli e le ovaie. Queste hanno una secrezione esterna (spermatozoi, ovuli, destinati alla continuazione della specie e forse della parola), ed una interna, di stimolo su vari organi, per il metabolismo, specie proteico. Si accompagna alla loro funzione la precisazione dei caratteri espressivi e del pensiero ed un senso di partecipazione e di benessere. 

Nella Metafisica della Musica, Schopenhauer dice che nella musica vi sarebbe, ancora una volta, il mondo unito. Tutto si potrebbe dire per mezzo della musica … “una lingua comune, la cui chiarezza supera perfino quella del mondo visibile”. Solo in questa lingua vi sarebbe piena intesa tra gli uomini. – Ah se questo grande pessimista, in via eccezionale ottimista, fosse vissuto tanto da conoscere il cinema! Come sarebbe avvincente sentire la sua opinione sul fatto che, anche a questo proposito, i suoi ragionamenti sono, accidentalmente, risultati giusti!

Racconto-preambolo – Se canti ti ammazzo. Non riesco subito a capire se dice sul serio o mi prende in giro. Poi mi affretto a scuotere la testa costruendo il no e alzare le mani in segno di resa. Non può dire sul serio. Lui è il mio cantautore preferito, il mio poeta sonoro eccellente, anche minore di due anni, dovrebbe rispettarmi. Non può dire sul serio perché sono muto da dieci anni. O meglio da quando l’ho incontrato e mi ha imposto questo rituale di zittirmi e di zittire la notte. 

 – Ah già tu non canti e non reciti. Continua schernendo, poi mi osserva come a voler essere sicuro che abbia capito l’ironia. Muto non significa stupido, vorrei strillare, ma il suono inarticolato che potrebbe uscire sarebbe ridicolo.

Lui si guarda alle spalle prima di proseguire: 

– Ascolta. Lui non è il nostro maestro, quindi non farti tanti scrupoli. Però per storie di frequentazione siamo i suoi continuatori e alla morte ci spetta di diritto l’eredità: soprattutto i dischi di Schumann e i commenti del giovane Walter Benjamin. La sua freddezza mi fa scorrere un brivido lungo la schiena mentre appoggio le mani sulla pila di dischi in vinile, della Deutsche Grammophon, sulla scrivania dello studio, anche lei invasa e ingombrante. Tutto lo studio è freddo e silenzioso, confuso e intrigante. E soprattutto pieno e costipato. Nella notte, il maestro è diventato freddo e distaccato. Dispotico lo è stato sempre. Mi giro, dove Elias ha appena dato un’occhiata fugace. E ci trovo la nostra documentazione su Schumann e la Metafisica della Gioventù di Walter Benjamin, ovvero una nostra ombra adottiva, un maestro di vecchia data seduto sul divano che è immerso nella notte. I capelli sempre in ordine, ora sono trascurati e grigi. La sua pancia è sparita e anche il sorriso. Passa il tempo, così, da quando è morta Mercy Street, da quando le poesie della Anne Sexton non si riescono più a leggere. Quel divano ora sembra inutile e privo di valore, senza la luce che emanava lei seduta lì. Ci rinfacciava il prezzo che l’aveva pagato, quando vedeva me e Mercy seduti lì a mangiare patatine, noncuranti di rovinarlo. Mi sorprendeva il suo attaccamento alla musica, visto lo studio di registrazione su tre piani, sala d’ascolto, atelier fotografico, sala pose e distrazioni della biblioteca in volumi che prima avevo visto solo in raccolte pubbliche, fino a dubitarne dell’esistenza. La sua compagna non era né bella né giovane, come lui del resto. O almeno non bella come quelle descritte da Rainer Maria Rilke nei suoi epistolari, ma aveva un modo di fare che catturava l’attenzione e forme che descrivevano una femminilità normale alla soglia dei cinquant’anni. Con una buffa capigliatura riccia che rispecchiava il suo carattere esplosivo e spontaneo. 

Ha comprato questo disco di Schumann, insieme ai Pensieri di Benjamin su una composizione di Schumann, in una vecchia libreria del centro a Berlino Ovest, con la sua carta di credito: si tratta di una rarità bibliofila di Der Anfang, dove il diciottenne Walter compare con lo pseudonimo di Ardor (II, 3, 832-33, In der Nacht, n.19, giugno 1910). Sembrerà un suicidio, ma è solo un modo per accordare la notte. Noi ne usciremo puliti e soprattutto ricchi. 

Ma le parole di Angelo arrivano lontane. Io sento solo i passi di Mercy che entra nello studio in pantofole e vestaglia. Ci sorprende, sorride e trasforma tutto in uno scherzo innocente. Ci osserverebbe preparando le prove di canto e facendo ritornare l’allegria dell’ascolto in questa casa. E alla fine si schiererebbe con noi aiutandoci a perfezionare lo scherzo. Lei era molto più divertente di lui. Non l’ho mai chiamata poetessa o cantante, forse non l’ho mai chiamata! Probabilmente, non lo è mai stata e quella parola non poteva uscire con un suono dalla mia bocca. Forse perché erano altri i sentimenti che mi suscitava. Quando mi stringeva contro il suo seno, io ricambiavo l’abbraccio stringendola forte, scosso da brividi e da respiri, e capivo che i pensieri non erano da amante, ma da poeta. Lei credo pensasse che fosse il mio modo di trasmettere affetto. Riuscivo a fargli credere di sentirsi gradita. In fondo non potevo tradire i miei sentimenti a parole e poche persone riescono a comprenderti senza voce. Aveva maggiori attenzioni per me rispetto ad Angelo, ma non riusciva a capire che la mia concentrazione si risolveva nell’esecuzione musicale, di lei gradivo solo la voce, il respiro poetico, quello, quando lo emetteva, era tutto. Sicuramente era gelosa e può darsi che per questo non ha pianto al suo funerale.

E a quei tempi Angelo non mi faceva neanche paura. Sentivo di doverlo proteggere. Ora sento di dovermi proteggere da lui, dai suoi impedimenti, dalle sue incomprensioni, dai suoi malanni canori, che si trasferiscono su di me. Poi un male improvviso ha deciso di distruggergli gli organi del respiro e della voce; e non sazio di proseguire con tutti gli organi adiacenti, finché il cuore ha retto, ha emesso respiri e crepitii fino al momento del decesso. Così lui ci ha raccontato. Ha deciso che, in forma romanzata, ci avrebbe fatto meno male, o forse ci considerava ancora troppo giovani. Anche se, due giovani cantautori, cresciuti per quattro anni in una scuola di musica, perdono velocemente il concetto di giovinezza e assaporano “il tremito di luce che dal muro si diffondeva nella stanza” dello studio, come diceva Banjamin.

Quello che dovrebbe essere il mio profeta, anche oggi ha deciso di torturarsi ascoltando la sua musica prediletta, con lo sguardo perso. Non esce da settimane, non lavora più, non parla più con me. Se si può definire conversazione, parlare con un adolescente muto: noi siamo giovani silenziosi, nella notte, che attendono il respiro del suono. Solo che per lui non parlare è una scelta; e non capisce quanto può far male nei confronti di persone che non ce la possono fare.

Sento uscire dal grammofono “le note di una stanza, di una sonorità da camera” di Schumann, il suo ritornello preferito, e la nostalgia diventa l’unico stato emotivo che riconosco. Anche Mercy non tornerà più, non tornerà più in nessuna notte da ricordare o da replicare. Quando non era ancora partita, sentivamo spesso quella sinfonia e quel ritornello, mi prendeva e facevamo finta di esibirci in qualcosa che assomigliava grossolanamente ad una performance poetica. Fuori luogo come il suo modo di trattarmi. Per lei ero un ragazzo con qualche problema mentale, oltre che di voce. A me non importava, contava solo sfruttare ogni occasione per poterla sfiorare e sentire il suo respiro che si trasformava in un Lied. Anzi, a dirla tutta, quel ritornello era insopportabile, ma per rimanere una sera con lei ho deciso di accompagnarla al concerto di quella cantante che lo eseguiva malissimo. Lei era preparatissima sulle note del brano, conosceva a memoria tutte le note delle Sonaten für Violine und Klavier/Band 1. Aveva una camicetta aderente, che risaltava il suo seno e quei rotolini sui fianchi, tipici di chi è un po’ fuori forma, e un paio di jeans stretti mettevano in risalto il suo sedere. L’immagine totale per me era bellissima. Si era fatta anche i capelli lisci, cosa che succedeva nelle occasioni speciali, e quella era una nota tutta nostra. Ho passato la notte a sbirciare nella sua scollatura e tenere un accendino acceso da ondeggiare come quasi tutti all’interno del palazzetto. Che stupida moda di ascoltare un concerto. Ogni volta che iniziava una canzone, lei diceva “questa è bellissima ascolta”, l’ha detto per quasi tutte le canzoni, e io sorridevo cercando di provare le sue stesse emozioni, i suoi stessi respiri, le sue stesse modulazioni, i suoi ritornelli e i suoi apostrofi. Azionavo l’accendino e mi stringevo al respiro della musica, della voce della notte. Tutti facevano così con la persona che avevano a fianco. Ci ha provato persino una ragazzina, di quasi la mia stessa età, seduta vicino a me. In vari modi, ha cercato di attaccare bottone e provocarmi con la voce per registrami. Sfacciata si era pure presentata, credo si chiamasse Anne. Era imbarazzante, magrissima e con un profumo aspro troppo forte. Di fianco a Mercy, il confronto era solo difficilissimo da pensare. Quella sera abbiamo cenato insieme dopo il concerto. Non certo una cena da artisti, come ho sempre sognato. Ma un panino e un bicchiere di birra. Preso in uno di quei pub, tra un living e l’altro, dove un signore di mezza età, in t-shirt bianca macchiata, ti offre qualcosa di superunto da mangiare. Avrei preferito un bicchiere di vino, ma lei questo non lo sapeva. Sono un bravo bambino e i bravi bambini non bevono vino. Invece, bevo vino da prima di entrare nelle loro osterie e lo bevevo fino a vomitare e non reggermi più in piedi. Sarebbe stato bello rifarlo con lei, fino a diventare brilli, inciampando ovunque e ridendo senza senso, per poi mettere tutto in musica, in quel silenzio notturno. 

– Ci siamo. Dice Elias finendo di girare il tè. Mi ero quasi dimenticato di lui. Lo vedo rimettere in tasca la confezione del veleno. L’ha rovesciato tutto dentro la tazza e poi ha mescolato con una calma maniacale fino a scioglierlo. Potrebbe uccidere tre persone. Anche questa storia del tè, risveglia la presenza di Mercy. Questa abitudine come gli inglesi di bere il tè a metà pomeriggio. E noi abbiamo continuato il rituale. Elias l’odiava e di nascosto ci aggiungeva del rhum, serviva per rendere più indolore questa pagliacciata. Lui era uno di quelli che beveva vino con me fino a vomitare nel cortile dell’orfanotrofio e cantava a squarciagola per tutta la notte. Io lo bevevo, perché piaceva a lei. Il nostro tutor non lo so perché lo faceva. Elias mi porge il vassoio, con le tre tazze intorno ad un piattino di biscotti secchi, ben lontano da quello a cui eravamo abituati. 

– Portalo tu che sei il cantautore gentile di tutta l’etichetta discografica. Poi sghignazza divertito nel punzecchiarmi. Dovrei dargli una lezione, così da fargli capire che mi deve rispettare. Uno di questi giorni gli farò rimangiare tutto. 

Ci sediamo sul divano, uno a destra e uno a sinistra del nostro produttore. Lui si sposta leggermente per farci spazio. Senza guardarci. Senza parlare. Dovrei provare pena, o magari sforzarmi di aiutarlo. Invece è odio, quello che provo. Odio, perché ha avuto il privilegio di essere amato da Mercy, come avrei voluto essere amato io. Distribuisco le tazze in silenzio. Tutta la stanza è impregnata dal silenzio. Anche Robert Schumann sul piatto dello stereo è in silenzio. Soffiando sulla tazza prima di assaggiare, sento come un karma che ci unisce. Stiamo vivendo tutti nello stesso modo. In un mondo dove non si possono pronunciare meliche e questo mi fa sentire svantaggiosamente meno solo. E lui rovina tutto come sempre. Si gira di scatto dopo averlo assaggiato: 

– Che ci hai messo? Sa di ruhm. Poi entrambi ci voltiamo attratti da Elias che è come preso da convulsioni. Fa la schiuma dalla bocca e ha gli occhi rovesciati. Credo che abbia cercato di dire: “Brutto stronzo, figlio di puttana”. Ma il suo modo di parlare sembrava simile al mio. Ho sorriso e l’ho guardato, comunicandogli più delle migliaia di parole, di versi, di rime, di ritornelli e di incipit di nuove canzoni da registrare, che non ho mai detto e mai potrò dire. 

Benjamin, Nella Notte. Pensieri su una composizione di Schumann, In der Nacht, pubblicato con lo pseudonimo Ardor in Der Anfang, n. 19, giugno 1910

“Giacevo ormai da molte ore senza poter dormire. Mi rivoltavo nel letto inutilmente e sempre di nuovo il mio sguardo tornava alla stufa di maiolica, il cui bianco chiarore filtrava attraverso il buio. Oltre questo chiarore, di un bianco eterno, non vedevo nulla, ma sapevo perfettamente dove, a fianco della stufa, ai piedi del mio letto, era la porta, nel punto in cui il muro formava una rientranza. Sapevo anche che il grande armadio era sull’altra parete, di fronte al letto. E sapevo che potevo toccare i vetri della finestra, se avessi proteso la mano sopra la testata …

Fra poco attraverso la finestra doveva splendere la luna. Ma ora tutto era buio. Udivo fuori il vento di marzo giocare tra gli alberi. La tenda tremava al suo respiro … 

Mi voltai su un fianco e chiusi gli occhi. Quando li riaprii, vidi ancora il chiarore della stufa, bianco e incerto nell’oscurità. Era come se mi cercasse. Lo guardai a lungo, poi, improvvisamente, trasalii. Non potevo muovermi, dovevo fissarne sempre lo scialbo lucore. Proprio allora percepii, forte e tagliente, il ticchettio della pendola. Lo seppi: voleva avvertirmi. Ripeteva sempre ancora lo stesso suono, lo stesso avvertimento acuto e familiare. Ascoltavo, ma non potevo distogliere lo sguardo dal bianco tremito di luce che dal muro si diffondeva nella stanza. Monotono l’orologio ammoniva …

Ma ora aveva cessato di ammonire; ora diceva qualcosa, forte e chiaro. Diceva: qualcuno viene. Fuori, nel lungo corridoio, udivo distintamente avvicinarsi dei passi, lenti, regolari, trascinati … Ora erano vicinissimi … dovevano venire … allora il chiarore si mosse, diventò vivo e attraversò l’intera stanza: si placò sul pavimento e ora, seguendo il comando dell’orologio, si arrampicò sul muro e di colpo mi fu addosso dall’alto e da tutti i lati. E, come mi raggiunse, si mutò, divenne sonoro, gialle forme si sciolsero e s’incontrarono, più forte e stridulo urlò il comando, la stanza ne fu sempre più colma ed essi mi piombarono addosso, ai piedi e negli occhi. Stavo immobile, con la bocca spalancata … finché il primo fu sul mio petto. Allora, con uno strappo, alzai il braccio e lo ricacciai nella massa … Risuonò un tonfo sordo … la stanza si vuotò, gli occhi mi si chiusero. 

Quando guardai di nuovo, tutto era quiete e la luna splendeva nella stanza. L’orologio segnava un’ora dopo mezzanotte. 

Robert Schumann

Post scriptum:

Sparava le sue parole contro chi lo disturbava.

La mentalità da musicista, eredità di famiglia, lo rendeva scaltro e inesorabilmente pragmatico col pianoforte, con qualsiasi pianoforte, a tal punto da indignare le persone che, in quelle notti, lo attorniavano. 

I soldi, il potere, il successo erano le sue negligenze massime. 

Considerava la competitività musicale come un elemento naturale dell’esperienza quotidiana, a tal punto da non risparmiare neanche il suo accompagnatore ai sinth …

  • La tua immaginazione sonora è avvizzita … i poemi, della notte musicale, sono decisamente più attraenti – 
  • Ti ringrazio per il complimento … – le replicò sorridendo, abituato a tali apprezzamenti.

Profondamente innamorata accettava gli atteggiamenti di silenzio del suo caro accompagnatore musicale. 

Sottomissione alla notte, al silenzio della notte, passività musicale, si considerava come una canna di bambù piegata al soffiar del vento, pronta a glissare anche sull’ascolto del fischio. 

Temeva, nelle parole della Sexton, l’incorporeo della poesia, la sua forza interiore, che non riusciva a controllare. Si sentiva soggiogato da tale pratica fisica. Lo eccitava per questo e lui lo sapeva perfettamente… 

Quando ero più giovane – sebbene mi accadeva di tanto in tanto anche ora – ero spesso ossessionato da un motivo. Poteva essere un motivo qualsiasi: In der Nacht, o un pensiero notturno di un’opera di Robert Schumann (Aufschwung, op. 12 Nr. 2 ). Mi perseguitava per giorni interi durante i quali avevo quasi l’impressione di ballare, accompagnato da quella musica. Il suo ritmo diventava mio. Talvolta, e ciò era esasperante, mi accorgevo di rincorrere ininterrottamente il tema, ora afferrandolo, ora perdendolo. Per liberarmi da questa ossessione notturna, vi era una sola cosa da fare: comprare tutta la musica per pianoforte di Schumann e poi rimanere sveglio; questa musica, se esisteva (e per il pianoforte solo vi erano sempre i dischi), poteva soggiogare il motivo a certe voci della poesia. 

“Oh stellata notte! È così
che voglio morire:
dentro quella bestia notturna assalitrice
risucchiata da quel dragone, separata
dalla mia vita senza un affanno, 
senza un gonfiore, 
senza un lamento.”
(Anne Sexton)

Ciò mi guariva immancabilmente. Andavo al negozio di musica, mi affrettavo poi a tornare a casa con la carta arrotolata, ben stretta sotto il braccio, nell’attesa che arrivasse di nuovo la notte. E quello era il momento di mistero: seduto davanti al pianoforte, svolgevo frettolosamente la musica, poi aprivo la raccolta di poesie nel senso inverso per poterla poggiare bene sul leggio: ed ecco In Der Nacht di Robert Schumann, ed ecco i pensieri che mi assalivano, le ossessioni che si incontravano con la poesia di Anne Sexton, con il viso rivolto verso l’alto, e con essa la liberazione. Un giovane pensatore non poteva desiderare momenti migliori.