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Art Basel Miami Beach
Ascolto i fiori che parlano al cielo, Silla Guerrini per Maison laviniaturra, Bologna 2025 Ph. Tommaso Paris

Di connessioni e visioni che trovano luogo nell’arte. Intervista a Silla Guerrini.

Una artista, una curatrice, una chiacchierata particolare…

Si potrebbe dire che un progetto di mostra gemmi, come un fiore, in un certo senso. Ed accade che molto di quanto precede il vernissage, il battage da press kit, gli inviti e i successi, resti conchiuso in una dimensione privata, preziosa, s’intende, tuttavia, talvolta oscura ai più; dimensione di cui si può perder traccia se essa non viene in qualche modo ‘tessuta’ nelle memorie… e come può ramificarsi quel che è rimasto nelle profondità? Sbocciando, innalzandosi, affiorando e condividendolo. Oggi ho scelto di far qualcosa che raramente compio, portare agli occhi dei lettori domande e risposte che solitamente connettono artista e curatrice, di cui, è vero, spesso riporto echi nei testi critici, ma questa volta ho compiuto una eccezione…e lasciato che le parole ed i pensieri dell’artista Silla Guerriniprotagonista della mostra Ascolto i fiori che parlano al cielo, a mia cura, per Maison laviniaturra, storico atelier bolognese della stilista Lavinia Turra, visitabile sino al 15 luglio – giungano a voi, come un incantevole florilegio di delicata riflessione, in un momento in cui il caos regna nel nostro tempo…

Ascolto i fiori che parlano al cielo, Silla Guerrini per Maison laviniaturra, Bologna 2025
Ph. Tommaso Paris

Azzurra Immediato: Silla, la tua ricerca artistica nasce da un legame profondo con gli elementi ancestrali e con il principio creatore femminile. Quando e come hai avvertito la necessità di tradurre in Arte questa peculiare connessione tra madre terra, vita e universo, che racchiude in sé una primigenia sacralità? Esiste un momento a cui puoi far risalire questa scelta o l’intuizione originaria che ti ha portata su questo sentiero?

Silla Guerrini: Cara Azzurra, ti sono grata per queste domande, che mi offrono la preziosa opportunità di riflettere in modo consapevole sul percorso che ha plasmato la mia ricerca artistica.
L’archetipo della Dea Madre si è rivelato a me per la prima volta attraverso le parole del mio professore di latino, durante gli anni della mia adolescenza, quando frequentavo l’Istituto Magistrale a Ferrara, un ambiente in prevalenza femminile. Per me, che provenivo dal Polesine, una terra dove la religiosità cattolica si fonde con le memorie del comunismo partigiano in un sincretismo culturale profondamente radicato, quella rivelazione rappresentò un radicale mutamento di prospettiva, una vera e propria epifania. Anni dopo il mio corso di studi all’Accademia di Belle Arti seguii, sullo stesso tema, una serie di conferenze tenute, forse non a caso, presso l’Oratorio di Santa Maria della Vita, a Bologna. Come un seme che, attesa la stagione propizia, germoglia e si manifesta in tutta la sua forza vitale, questo argomento ha operato in modo sotterraneo, informando il mio approccio alla realtà e la mia visione del mondo.
Letture fondamentali, come quelle di Marija Gimbutas, di Luciana Percovich e di Ginevra Bompiani, hanno dischiuso nuovi orizzonti, innervando in modo sottile ma indelebile la mia ricerca artistica. Un’altra fonte d’ispirazione essenziale è stata la Sardegna, con il suo patrimonio archeologico e la cultura matrifocale ancora così presenti e le sue innumerevoli tradizioni ancestrali, tramandate oralmente di generazione in generazione, da donna a donna. Questa appassionata ricerca ha fatto sì che la mia arte divenisse il riflesso di quella che sento essere la mia missione esistenziale che mi porta ad avere un intenso legame con la Natura. E quale linguaggio, se non quello dell’arte, può esprimere con altrettanta forza questa connessione? Ineludibilmente, il discorso sulla vita si intreccia con quello sulla morte. Quest’ultimo, per me, si è rivelato un nodo esistenziale profondo, affrontato sin dall’età di undici anni con la dolorosa perdita di mio padre, l’uomo che ho amato più di ogni altro e che ha incarnato il simbolo del maschile nella mia vita, richiedendo una lunga e complessa elaborazione. È in questa prospettiva che maschile e femminile, nascita, vita, morte e rinascita, la natura, la ciclicità di tutte le cose nell’Universo e il sacro si collocano nella mia scena artistica, all’interno di una visione circolare del tempo. Dopo un periodo dedicato alla formazione e all’esercizio della mia professione di creative & graphic designer, che mi aveva temporaneamente allontanata da questo sentiero originario, una persona a me molto cara mi spronò in maniera così efficace da farmi dipingere tre opere in un solo giorno. La prima fu un fiore. È importante per me sottolineare che la mia attenzione al femminile non si limita a una questione di genere, ma si estende a quella parte che risiede in ogni essere umano. Anche un uomo può dare alla luce un’idea, grazie alla sua energia creativa, alla sua capacità di nutrire e curare. Nella filosofia induista, gli archetipi di Shiva e Shakti incarnano proprio questa dualità intrinseca all’essere umano: il mondo delle idee, la coscienza pura da un lato, l’energia creatrice dall’altra che è in grado di portarla nella realtà, nell’equilibrio e nell’unione degli opposti. Se riusciamo ad arrenderci al flusso dell’esistenza, ciò che deve manifestarsi troverà la sua via, così, nella mia arte, in modo naturale e necessario, tutto questo ha preso corpo e spirito.

Silla Guerrini
Ph. Marcello Tedesco


L’interesse per le prime manifestazioni artistiche della preistoria, quando l’essere umano possedeva probabilmente una visione più pura e incontaminata, mi ha spinta a voler far riemergere quei simboli, quelle geometrie in questo precisa epoca in cui tanto è andato perduto, in cui la tecnologia e una certa artificialità ci allontanano dalla consapevolezza del nostro potere interiore. È tempo di creare nuove visioni, sì, ma esse devono, a mio avviso, affondare le radici in ciò che ancestralmente ci definisce e ci appartiene. L’ideale di una civiltà in cui uomini e donne ricoprano ruoli realmente paritari, in cui il valore della vita sia al centro della società e in cui la donna ne sia riconosciuta come portatrice e protettrice – come avveniva, ad esempio, in Anatolia millenni or sono – credo possa essere la via per la pace.

Ascolto i fiori che parlano al cielo, Silla Guerrini per Maison laviniaturra, Bologna 2025
Ph. Tommaso Paris

A.I.: Nella mostra Ascolto i fiori che parlano al cielo, in corso a Bologna, presso Maison laviniaturra, atelier di moda della stilista Lavinia Turra, la peonia è divenuta simbolo potente di ciclicità, memoria e forza creatrice. In che modo questo fiore, nella sua duplice valenza di caducità e immortalità, ha trasformato il tuo gesto pittorico in un atto meditativo e rituale? In un certo senso, cosa ti sussurra la peonia?

Dipingere fiori, in fondo, è un pretesto per immergersi in una condizione di profonda attenzione al vitale. Un po’ come i ritratti di animali, stilisticamente diversissimi e ricchi di colore, che realizzavo anni fa. In un’altra vita, mi verrebbe da dire, prima che si aprisse il “portale” della pandemia. Prima che certe effimere credenze si dissolvessero, prima che alcune realtà si palesassero solo agli occhi di una parte dell’umanità. È stata per me l’occasione di una profonda trasformazione, che ho accolto con curiosità e intenzione, ma anche con un certo timore. Quando, anni or sono, ricevetti in dono per la prima volta un mazzo di peonie, ricordo la grande fascinazione che provai nel rapportarmi a una forma così perfetta e, al contempo, fugace; così sensuale e carnosa; così delicata e potente; così tenera, ma decisa. L’espressione straordinaria di quella forza latente racchiusa nel suo seme, dove risiede l’idea in potenza della vita. Praticare la pittura, per me, è sempre stato un atto meditativo. Essere in connessione con il soggetto da dipingere, portarlo a manifestazione attraverso l’alchimia dei pigmenti che si fondono per creare un colore esatto, la giusta diluizione della materia da portare nel campo della tela, la concentrazione che l’azione richiede, la sospensione del tempo: tutto ciò ha un effetto catartico in chiunque lo pratichi, fin da quando la donna e l’uomo primitivi intingevano le dita nell’ocra rossa e fissavano la loro realtà sulle pareti di una caverna. L’atto di usare le proprie mani per disegnare e, in generale, per il fare, è insito nell’essere umano e corrisponde alla volontà di lasciare un segno, svelando bisogni, desideri, sogni, fantasie, immaginazione. Una magia che permette al pensiero di materializzarsi nella realtà, trasformando la sua peculiare forma di astrazione in qualcosa di oggettivabile, tangibile, evidente. Così, dipingere peonie su quei fondi realizzati con vecchie carte, memorie del pensare e del fare umano, non è poi così diverso, per me, dal realizzare sculture di pane o dall’intrecciare fili d’erba, per costruire un labirinto unicursale, o dal plasmare l’argilla, per concretizzare forme della mente, come ho fatto per altri progetti. Tutto ciò che è intrinsecamente racchiuso nelle mie opere parla sempre della stessa cosa: del valore della vita, essenza stessa di ogni manifestazione, e della profonda connessione che lega tutti gli esseri viventi. In questo senso, anche il titolo della mostra alla Maison laviniaturra acquisisce senso a favore di una comprensione più profonda. La peonia, definita la regina dei fiori, diviene l’archetipo stesso dell’esistenza e dell’energia che in essa scorre. Ci sussurra la lezione della caducità e della rinascita, un ciclo eterno che si manifesta nella sua effimera bellezza e nella sua perenne fioritura. Sembra invitarci a contemplare la vita in tutte le sue sfumature, dalla sua fragile nascita alla sua gloriosa, seppur breve, fioritura, fino al suo ritorno alla terra, in attesa di un nuovo ciclo.

Silla Guerrini, Il fiore della vita, courtesy

A.I.: Il dialogo tra la tua arte e la visione stilistico-sartoriale di Lavinia Turra appare come una vera trasmutazione alchemica, in cui il fiore da te dipinto sulle tele diventa per traslazione su tessuto, trama da indossare. Come si è sviluppata questa sinergia? Qual è stata la scintilla che ha unito le vostre due poetiche in un racconto unico?

I petali, nella loro intrinseca delicatezza, sono come veli, l’abito di un cuore pulsante, la protezione della parte più intima del fiore. Essi rappresentano lo stratagemma che la natura adotta per esprimere codici comunicativi precisi e, a ben guardare, proprietà specifiche. L’iperico e l’elicriso, ad esempio, con il loro colore giallo, rivelano una stretta connessione con il sole, manifestando virtù curative per la pelle e benèfici effetti rispetto a un certo calore. La lavanda, con il suo straordinario profumo e il suo colore viola, evoca una sensazione calmante e rilassante, proprio come le sue proprietà terapeutiche. Un sistema di segni assimilabile a quello che, attraverso un colore, uno stile o una forma, si esprime attraverso la scelta di un abito piuttosto che un altro. È stato del tutto naturale per me e Lavinia, nel momento in cui ci siamo trovate a progettare la mostra, concepire un legame preciso tra le sue e le mie creazioni. L’immagine di uno dei miei dipinti è così diventata il motivo che, stampato su un tessuto di seta, e traslato dalla creatività e dall’esperienza stilistica di Lavinia, si è materializzato in una serie limitata di kimono, espressione di originalità, eleganza e raffinatezza. Credo fermamente nella sinergia che può scaturire dall’incontro tra arte, manufatto e mondo dell’impresa. Come sosteneva Bruno Munari, “L’arte non è bella, è utile”. E in questa utilità, in questa capacità di generare valore e bellezza, risiede la vera forza di una collaborazione come la nostra.

Ascolto i fiori che parlano al cielo, Silla Guerrini per Maison laviniaturra, Bologna 2025
Ph. Tommaso Paris

A.I.: La tua ricerca si spinge anche oltre… Con OSA, difatti, esplori l’incontro tra arte e impresa, tra creazione e mondo produttivo. In che modo questo progetto rappresenta un’estensione della tua visione? Qual è il messaggio che OSA desidera seminare nella coscienza collettiva?

“Dove l’arte arriva, qualcosa di nuovo accade”: questa è la mia profonda convinzione, e in ‘OSA, nuove visioni tra arte e impresa’, il progetto che ho ideato, essa trova la sua più compiuta manifestazione. Nel 2022, ho avuto l’incarico di curare una mostra per un’impresa in Romagna, in occasione del suo cinquantesimo anniversario. Oltre a conferire coerenza a un vasto archivio di immagini storiche, a esporre oggetti personali appartenuti al fondatore, scomparso pochi anni prima, e a valorizzare un cimelio storico, ho realizzato un’installazione site-specific con una linea di prodotti dell’azienda. Si è generato in questo modo uno spostamento semantico dal valore funzionale degli oggetti a quello estetico, un significativo e intrigante fenomeno che mi ha profondamente ispirata. Ho compreso allora ciò che da tempo maturava in me: la ferma convinzione che, quando arte e impresa hanno il coraggio di incontrarsi, si genera una virtuosa contaminazione. Questa sinergia è capace di produrre benefìci non solo per entrambi i settori, ma soprattutto per le persone che li animano e vi agiscono. Un illustre precursore di questi concetti fu Adriano Olivetti, il quale, già negli anni Cinquanta, asseriva che l’industria non dovesse essere solo un luogo di produzione, ma un centro di cultura e di progresso sociale, dove la bellezza e l’etica si fondessero con l’efficienza produttiva. La sua visione, che poneva l’uomo e la sua dignità al centro del processo industriale, fa parte dei concetti che guidano la mission di OSA. Ho dedicato molti anni alla comunicazione, immergendomi nelle dinamiche del marketing e ricercando forme sempre nuove per veicolare un prodotto o un servizio. Conosco bene le sfide che ogni azienda deve affrontare per essere competitiva. Sento che ci troviamo in una sorta di vicolo cieco, dove il mercato è saturo, le persone sono assuefatte e diventa sempre più arduo proporre qualcosa di veramente innovativo. Per questo, credo che l’arte può offrire un importante contributo all’energia di un’azienda e, al contempo, gli artisti hanno l’opportunità di confrontarsi con argomenti e dinamiche trasversali che si rivelano stimolanti per la loro ricerca. L’arte, infatti, non è solo espressione estetica, ma anche un potente strumento di innovazione e di visione, capace di aprire nuove prospettive e di generare valore inaspettato.

Ascolto i fiori che parlano al cielo, Silla Guerrini per Maison laviniaturra, Bologna 2025
Ph. Tommaso Paris

A.I.: Molte tue opere sembrano varchi attraverso cui il pubblico può accedere a uno spazio sacro e meditativo, dissolvendo il confine tra osservatore e opera. Quale dialogo interiore speri possa nascere nello spettatore che si lascia attraversare dalla tua arte, anche mediante la realizzazione di momenti di Arte relazionale?

Alla fine degli anni novanta frequentai un ciclo di incontri in Accademia, tenuti da Mili Romano e da Roberto Daolio, allora docenti di Antropologia Culturale, incentrati sull’arte pubblica e sul suo valore sociale e territoriale. Lì, probabilmente, fu gettato un altro importante seme di quella che sarebbe diventata una delle mie principali aree di indagine: l’arte relazionale. In quell’occasione, un concetto in particolare mi colpì profondamente: l’idea che la realizzazione di un’opera d’arte pubblica sia il frutto di una collaborazione sinergica tra diverse professionalità. Una condivisione di competenze, un ambito partecipato all’interno del quale ognuno concorre grazie alle proprie peculiarità. Non uno solo, ma tutti insieme contribuiscono a una crescita collettiva. Nei Tarocchi, la carta del Giudizio rappresenta la chiamata; oggi, con il senno di poi, posso dire che in quel momento è come se quella carta fosse apparsa nel mio cielo. Fu così che, insieme a un gruppo di artisti e ‘persone altre’, fondai gli ‘inUTILI, movimento d’arte e di pensiero’, un esperimento sociale che utilizzava l’arte come veicolo espressivo anche per chi non proveniva da un percorso artistico tradizionale. Il manifesto del gruppo, da me redatto e sottoscritto da tutti i membri, poneva al centro, anche se con approccio ironico, l’interesse per la natura e per il valore dell’essere umano. Una frase che mi ha profondamente colpita, leggendo L’altra metà di Dio di Ginevra Bompiani, recita: “Quello che mi auguro è che le donne, aiutate dagli uomini, riprendano la terra in mano e la riportino alla vita”. In queste poche parole è racchiuso il nucleo di ciò in cui credo. Il potere femminile, in armonica concordanza con quello maschile, può operare concretamente per il pianeta e per il bene comune. Riprendere la terra in mano significa ristabilire quella connessione fondamentale che, negli ultimi secoli, a partire dalla rivoluzione industriale, si è progressivamente smarrita. Non si tratta solo di osservare la natura e le sue ciclicità, ma di riscoprire quel potere intrinseco che risiede in ogni donna e in ogni uomo. Esiste una leggenda induista che narra di Brahma il quale, osservando la dissoluzione dell’essere umano e l’uso improprio che faceva del proprio potere divino, decise di nasconderlo nel luogo più inaccessibile. Valutò recessi remoti, come il fondo dell’oceano o la cima di una altissima montagna, ma alla fine scelse di celarlo dove l’uomo non avrebbe mai pensato di cercarlo: dentro sé stesso. La mia ricerca artistica si muove in questa direzione: intende riportare, oggi, simboli e archetipi che da sempre ci parlano di significati profondi legati al senso della nostra esistenza e che, spero, possano innescare piccoli o grandi risvegli. Come affermava Carl Gustav Jung, “Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia”.

Tessere il sole con le mani [di fortuna resta intriso chi si adorna di Elicriso]
Arte relazionale di Silla Guerrini nell’ambito di Ascolto i fiori che parlano al cielo, Maison laviniaturra, Bologna 2025, Ph. Lara Malavasi

L’arte relazionale, in questo contesto, assume un ruolo ben preciso. Anni fa, a un’edizione della Biennale di Venezia, rimasi profondamente colpita dal video di “Legarsi alla montagna” di Maria Lai, la grande artista sarda che ha meritatamente raggiunto visibilità internazionale. Quando il sindaco di Ulassai, in provincia di Nuoro, le chiese di realizzare un monumento ai caduti, lei rispose che non voleva creare qualcosa per i morti, ma voleva farlo per i vivi. Ciò che realizzò, nel 1981, fu una sorta di atto psicomagico collettivo, direbbe Alejandro Jodorowsky, invitando la popolazione di quel piccolo e isolato territorio dell’Ogliastra, con tutte le sue resistenze, le sue credenze limitanti e le faide in atto, a vivere un momento di simbolica e importante collaborazione. Un momento di festa che fu in grado di coinvolgere gli abitanti del paese per  legare le case dell’intero paese tra loro e alla inquietante montagna che lo sovrasta.
“L’arte perché sia tale deve fare qualcosa per l’altro. Deve saper donare qualcosa”, ha detto Maria. L’arte relazionale è proprio questo: creare situazioni in cui le persone hanno la possibilità di vivere esperienze illuminanti, piccoli semi che, se l’Universo vorrà, daranno grandi frutti nel tempo e nello spazio. A mio parere, non è necessario compiere grandi gesti che coinvolgano le masse, quanto piuttosto agire nel piccolo per raggiungere, per semina, per contaminazione altri individui. Questo permette a ogni singolo, nella sua piccola esistenza, di compiere qualcosa che può avere risonanza e riverbero macroscopico. Come i cerchi nell’acqua di un lago che, quando vi si lancia un sasso, si espandono in maniera esponenziale. Dal caos all’ordine della creazione. Perché ogni essere umano possiede tutte le potenzialità per generare esperienze di valore per sé stesso, per chi lo circonda, per la Terra e per l’Universo. Secondo la fisica quantistica è in grado, se ne ha la volontà, di modificare la realtà e come dice Don Miguel Ruiz, “Tutto è fatto di luce e lo spazio tra le cose non è vuoto”.

Campo d’azione per Arte relazionale, Silla Guerrini

Ciò che è emerso non chiede una chiusa editoriale, piuttosto lascia spazio a nuove riflessioni, ad una moltitudine di inviti, come visitare la mostra nell’atelier di moda Maison laviniaturra e conoscere la storia del Made in Italy contemporaneo portato avanti da Lavinia Turra e sua figlia Cecilia Torsello, approcciarsi ad uno sguardo verso il sé e l’altro da sé secondo le prospettive indicate da Silla Guerrini, OSAre nel mondo imprenditoriale secondo un approccio dettato dall’arte e non da altre rigide griglie…

Probabilmente è tempo che ognuno di noi tenti di rifiorire, ancora e ancora.

Azzurra Immediato

Azzurra Immediato, storica dell’arte, curatrice e critica, riveste il ruolo di Senior Art Curator per Arteprima Progetti. Collabora già con riviste quali ArtsLife, Photolux Magazine, Il Denaro, Ottica Contemporanea, Rivista Segno, ed alcuni quotidiani. Incentra la propria ricerca su progetti artistici multidisciplinari, con una particolare attenzione alla fotografia, alla videoarte ed alle arti performative, oltre alla pittura e alla scultura, è, inoltre, tra primi i firmatari del Manifesto Art Thinking, assegnando alla cultura ruolo fondamentale. Dal 2018 collabora con il Photolux Festival e, inoltre, nel 2020 ha intrapreso una collaborazione con lo Studio Jaumann, unendo il mondo dell’Arte con quello della Giurisprudenza e della Intellectual Property.

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