Ernesto Morales
Liste 30, Opening Day, Image Silke Briel, Courtesy Liste Art Fair Basel

Perché l’ultima edizione di Liste è stata la migliore degli ultimi anni

La trentesima edizione di Liste, fiera satellite di Art Basel dedicata all’arte emergente, ha segnato una decisa ripresa rispetto al passato, grazie alla nuova direzione di Nikola Dietrich

Che la fiera satellite di Art Basel, con un focus sulle proposte più fresche del mercato, necessitasse di una bella revisione era noto a tutti i malaugurati visitatori che lo scorso anno si erano ritrovati a essere pedine di un poco stimolante gioco dell’oca. Con gli occhi ancora pieni delle impeccabili sezioni di Art Basel, infatti, ci si trovava accolti in un luogo che aveva tutta l’aria di essere uno scherzo mal riuscito, con un “biscione” circolare di stand degno della fantasiosa edilizia popolare anni ’70.

I progetti e l’impegno dei galleristi – i più fortunati, all’interno del cerchio, costretti a guardarsi l’un l’altro per un’intera settimana – non erano bastati a sollevare quella che, con tutte le cautele possibili, poteva essere definita un’edizione piuttosto infelice.

Date le premesse, condite da una raccapricciante situazione internazionale non certamente funzionale agli investimenti, non ci si sarebbe potuti aspettare la ripresa che si è invece riscontrata, anche grazie all’intervento della nuova direttrice Nikola Dietrich, che ha saputo ridare vigore e coerenza a una fiera dall’indubbia importanza strategica. Liste ha infatti il difficile compito e l’auspicabile obiettivo di essere una proiezione verso l’arte del futuro, illuminando pratiche e attitudini non ancora masticate e digerite da un mercato internazionale che, inglobando, livella e smussa gli angoli.

La selezione accurata, la predilezione per esposizioni monografiche e un display più funzionale a una visita, per quanto possibile, “intima” agli stand, hanno contribuito a sostenere la struttura di questa trentesima edizione che si è rivelata essere una delle più forti degli ultimi anni. Certo, non si è giustamente riscontrato lo stesso spirito di rottura del padiglione accanto, dove gli artisti degli Swiss Art e Swiss Design Awards hanno davvero potuto giocare liberamente con spazi e idee senza dover rendere conto a un gallerista che, prima ancora di iniziare la fiera, si è ritrovato già con diverse decine di migliaia di euro in meno sul conto. Tuttavia, con la necessaria prudenza di chi l’arte deve anche e soprattutto venderla, le proposte sono state varie, all’interno di progetti studiati e soprattutto ben allestiti. È stato quasi un sollievo per gli occhi ritrovare il piacere di un bel equilibrio espositivo, con quel rigore che viene dalla forza di un’idea presentata al mercato e non pienamente suggerita dallo stesso. A partire, per esempio, dalla galleria Bombon Projects di Barcellona il cui coraggioso allestimento di sculture in metallo e terra – bilanciate con delicate assonanze da Joana Escoval (1982, Lisbona) – è stato premiato dal sostegno di Friends of Liste con uno sconto sulla quota partecipativa. La stessa armonia si è ritrovata, poi, nell’organica esposizione dell’ateniese Callirrhoë, con le opere in terracotta e ceramica di Paky Vlassopoulou (1985, Atene) che sembrano suggerire nuove narrazioni possibili a partire da frammenti isolati, come brani di significato in sospeso. Singolare e ben riuscito è stato anche l’allestimento di Clima, galleria milanese che riconferma la sua partecipazione a Liste, con gli eterei e raffinati lavori di Sacha Kanah (1981, Milano), composti da una struttura trasparente d’alga kelp, che, come organismi fluttuanti, indirizzano la ricerca verso nuove proiezioni evolutive.

Tra i migliori, anche il ben distribuito stand della newyorkese Silke Lindner con gli strumenti musicali scomposti e riadattati di Gozié Ojini (1995, Los Angeles), che, a partire da una dimensione materiale, alludono al recupero e alla rielaborazione dell’eredità sonora delle tradizioni musicali afroamericane. Se da una parte, poi, si è riconfermato di alta qualità il progetto Öktem Aykut, con sede a Istanbul, con gli intriganti lavori fotografici di Samuel Laurence Cunnane (1989, Co. Kerry, Irlanda) e gli objets trouvés rimeditati di Selim Birsel (1963, Bruxelles), anche Yeo Workshop da Singapore, alla sua prima partecipazione, ha saputo coinvolgere con la delicatezza dei messaggi d’amore tradotti da Aki Hassan (1995, Singapore) in pitture e sculture in cui emergono i sentimenti ambivalenti e a tratti contrastanti che contraddistinguono ogni relazione umana. 

In linea con la tendenza degli ultimi anni, poi, grande spazio è stato riservato alla pittura, iniziando dalla galleria di Bucarest, Suprainfinit – vincitrice del FEAGA Innovation and Creativity Award – che ha presentato i lavori di Miruna Radovici (1995, Bucarest), in cui umano e animale si uniscono nella sottile inquietudine di un’esistenza in bilico, procedendo poi con le complessità strutturali che dissezionano attitudini e convenzioni di Evangeline Turner (1996, Londra) da a. SQUIRE, per arrivare allo sguardo lucido e tagliente su dettagli prosastici della quotidianità dei dipinti della giovane Anna Clegg (1998, Londra) per i quali il gallerista della berlinese Schiefe Zähne ha iniziato a parlare di lista d’attesa. 

Installation view, Evangeline Turner, a.SQUIRE, Liste Art Fair Basel, 2025. Courtesy l’artista e a.SQUIRE, Londra. Ph. Jack Elliot Edwards

Parallelo all’esposizione, un programma di talk e workshop giornalieri ha contribuito a sostenere il dibattito critico, rendendo ancora più coinvolgente una fiera che già di per sé è riuscita nel difficile compito di sorprendere lo sguardo pur senza scioccarlo, suggerendo un tipo di approccio al mercato in cui è l’arte che, con cautela, si avvicina al cliente e non il collezionismo a plasmare proposte già note che si ripetono servilmente simili a loro stesse.

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