Art Basel Paris
Veduta parziale della mostra Nulla Due Volte, Galleria Enrico Astuni, 2025. Courtesy Galleria Enrico Astuni Ph. Manuel Montesano

“Ci sei – perciò devi passare”. Nulla due volte: il tempo come condizione e tensione nella collettiva della Galleria Astuni

La Galleria Astuni di Bologna per il suo Astuni Public Program racconta l’ultracontemporano con una collettiva a cura di Annalisa Biggi e Isabella Falbo.

“Ci sei — perciò devi passare. Passerai — e qui sta la bellezza.”

È come un’epigrafe, certo, ma reca con sé anche la forza d’un varco. Una sorta di silente imperativo che non chiede ma asserisce un tipo di presenza tale da comportare un attraversamento. Nulla dura, nulla si ripete, nulla si salva identico a sé. È questa la spinta poetica che dà corso a Nulla due volte, mostra collettiva alla Galleria Astuni di Bologna, curata da Annalisa Biggi e Isabella Falbo. Non un tema, non una dichiarazione, quanto un gesto ch’avanza: prendere la parola della poetessa Wisława Szymborska e spalancarla, farne paesaggio percettivo, atmosfera invisibile, architettura esperienziale. Sei artisti – Adele Dipasquale, Antonio Fiorentino, Daniele Di Girolamo, Martina Biolo, Martin Romeo e Thomas Berra – abitano il tempo e il peculiare spazio della Astuni, non come sfondo ma come materia, come soggetto e tensione. La curatela non assume il ruolo di impalcatura al diramarsi delle ricerche in collettive, traducendosi, invero, in tessuto vivido, trama che non collega meramente differenti identità quanto, piuttosto, capace di intrecciare una tessitura di invisibili eppur percepibili fili ontologici. Non ordina, lascia risuonare, poiché tutto vibra.

Nulla due volte è una mostra che rifiuta l’idea che le opere siano ‘oggetti da esposizione’, poiché esse simigliano a presenze, divengono conseguenze, si fanno tracce tangibili ed essenziali. Appaiono, in realtà, come frammenti di un corpo collettivo che respira, che si contrae e si espande in ogni angolo della grande sala Astuni, in cui il visitatore è chiamato a corrispondere con le intenzioni veicolate dagli artisti. Il tempo non è qui da intendersi come sfondo d’azione, semmai è da comprendere quale elemento voce, sostanza, peso, ombra, possibilità, in una sorta di limbo concettuale in cui la coralità di media scelta si dissolve: video, pittura, installazione, ceramica, scultura, intelligenza artificiale, tutto è al servizio di una narrazione più profonda in cui emerge anche il modo in cui le cose si trasformano, giocoforza, nel campo della vita umana. In che maniera ciò che accade lascia un segno? Quanto tempo ha una forma? E quanto una forma può farci percepire e sentire il tempo, il medesimo che non possiamo misurare, ma solo vivere? Ogni opera, dunque, ogni ricerca, è, in mostra, un dispositivo di percezione, così come ogni artista si definisce anche è un costruttore di soglie da ‘oltre_passare’.

Così, Thomas Berra non dipinge nature, ma fenomeni. I suoi giardini notturni, i suoi cieli vegetali, non appartengono alla realtà ma alla psiche. Sono tracce mnestiche di luoghi che non esistono più, o forse non sono mai esistiti. Piante che diventano pensieri, foglie che sono desiderata lontani eppur vicini, stelle che sono assenze. La pittura diventa rito, diventa fessura, diventa rifugio, ma non per fuggire, quanto per ritrovarsi; e, in tal ritrovamento si inscrive anche la delicatezza radicale di Martina Biolo, che raccoglie frammenti del quotidiano e li trasforma in reliquie di cura. I suoi calchi ceramici, riposti in scatole di polistirolo come giocattoli sacri, sono esattamente ciò che ci sfugge ogni giorno: una tazza, un biscotto, un gesto familiare di antica memoria collettiva e spesso infantile, un’attenzione, una cristallizzazione, restituita al tempo dell’arte; ogni oggetti diventa specchio, la fragilità è la loro forza, nel loro silenzio si ascolta la voce delle cose che nessuno guarda sospeso in un niveo limbo di memorie della psiche.

La voce, si diceva… quella che si perde, che si rompe, o che, peggio, non si possiede. Adele Dipasquale la porta in scena sottraendola. In Lose Voice Toolkit la parola scompare per lasciare spazio a piccoli protagonisti, mascherati, liberi e stranianti, che abitano uno spazio-tempo onirico. È una grammatica del gesto, una sintassi dell’immaginazione. La voce non è suono, è tensione. I bambini si muovono in una coreografia che evoca mentre il linguaggio si disfa, si sposta, si gioca. E proprio in quel gioco nasce un nuovo modo di stare nel mondo: non per spiegare, ma per essere, nell’illusoria grande scatola da mise en abyme allestitiva, in cui altri mondi convergono in una immaginifica trasformazione.

Alla soglia dell’opposto, d’improvviso, par rapportarci Daniele Di Girolamo in una sorta di ‘quasi-nulla’ perturbante e lirico al tempo stesso. Sabbia, carta, metallo, trasparenze, suoni impercettibili. Ogni sua opera è un respiro che si trattiene, un pensiero che sta per svanire. Il tempo si fa pelle, vibrazione, eco. Nulla è dato. Tutto è suggerito. Le sue installazioni chiedono silenzio dialogico, che trasporta lontano trascendendo dall’hic et nunc, in una straniante disapparizione in cui il percepire diventa dimensione. Opere che obbligano ad ascoltare ciò che di solito ignoriamo: l’intervallo, il non-detto, il battito prima della parola. È una poetica del limen, in cui l’arte non mostra in modo sfacciato, prepara semmai a comprendere la forza dell’esistenza d’attesa.

Antonio Fiorentino risponde con una pratica ancora più radicale: lascia che il mondo agisca. Le sue cianotipie marine, le sue concrezioni sabbiose, sono fenomenologie apparse, emerse. Il tempo geologico, la luce solare, il moto delle acque non sono soltanto metafore ma si trasformano in co-autori delle opere. L’artista diventa mediatore, dimensione d’ascolto per processi che eccedono l’umano. Ogni opera è come se fosse un negativo od un fossile del presente, una prova che la bellezza può nascere senza intenzione, che la forma può accadere senza controllo. Guardare le sue superfici è come decifrare un linguaggio arcaico: non immediatamente comprensibile, traducibile ma teso verso qualcosa di profondo, di condiviso.

E proprio nel cuore di ciò che non si nomina interviene Martin Romeo, con le sue installazioni pulsanti, respiranti, senzienti. Atmosphere e Anthropic Cloud assumono il ruolo attoriale di veri apparati viventi. Sculture che reagiscono ai dati ambientali, al tasso di CO₂, ai passaggi aerei, alle variazioni atmosferiche. Le opere, tuttavia, non hanno il carattere meramente scientifico di strumenti, assumono informazioni e le restituiscono come fossero organismi: si gonfiano, si accendono, si contraggono, collassano; sono nuvole, neon, polmoni. Sono geografie affettive che rispondono al trauma climatico come denuncia incarnata in una sorprendente visione estetizzante cui ormai lo sguardo del nostro tempo è abituato. L’intelligenza artificiale per l’artista non è un effetto, ma struttura che dà trama di coscienza, un sentire di cui il pubblico diventa parte, pelle, pressione, battito.

Nulla, tuttavia, e per l’appunto, in questa mostra è isolato. Tutto è relazione, eco, risposta. Le curatrici hanno costruito una vera costellazione terrestre – sembra un ossimoro, ne sono consapevole – . Le opere si lasciano attraversare per percezione, sensazione e pensiero ed il senso non è nella somma, ma nella vibrazione tra i lavori, nei vuoti, nei silenzi. Il visitatore si muove in un paesaggio sensibile, nel quale ogni parte del tutto è una stanza interiore. E si torna all’esterno metropolitano da Nulla due volte con una diversa densità percettiva, come se qualcosa fosse successo, anche se non lo si può immediatamente definire. È l’effetto di un tempo vissuto nella sua essenza, non già e non solo come durata, ma come trasformazione.

L’arte, in questo contesto, non è strumento di comunicazione, è semmai condizione, non contenuto ma possibilità. Ogni poetica ed ogni ricerca sono soglia di passaggio per il pubblico che, se davvero si concede all’attraversamento, si scopre diverso da ciò che era prima di entrare. È questo che accade quando si accetta che nulla si ripete, che ogni incontro è irripetibile, mentre ogni gesto, ogni forma, ogni sguardo, se è vero, non accadrà mai più nello stesso modo.

E allora sì, “ci sei – perciò devi passare”. Non puoi restare, non puoi trattenere. Ma puoi esserci. Puoi attraversare, permettere che qualcosa ti oltrepassi. Ed è questa, forse, la forma più profonda della bellezza: quella che non si possiede, ma si lascia accadere. Come insegnano l’arte, il tempo, l’intera vita.

Veduta parziale della mostra Nulla Due Volte, Galleria Enrico Astuni, 2025. Courtesy Galleria Enrico Astuni Ph. Manuel Montesano

Veduta parziale della mostra Nulla Due Volte, Galleria Enrico Astuni, 2025. 
Courtesy Galleria Enrico Astuni. Ph. Manuel Montesano

ASTUNIpublicPROGRAM presenta Nulla Due Volte
THOMAS BERRA | MARTINA BIOLO | DANIELE DI GIROLAMO | ADELE DIPASQUALE
ANTONIO FIORENTINO | MARTIN ROMEO
A cura di Annalisa Biggi, Isabella Falbo
26 giugno – 27 settembre 2025
www.galleriaastuni.net

Azzurra Immediato

Storica dell’arte, curatrice, progettista culturale ed art editor - Rivista Segno, Photolux Magazine, ArtsLife, Il Denaro, Ottica Contemporanea, stayinart - Firmataria del Manifesto Art Thinking, siede nel board di IAR, International Artist Residency e in Da.a per il progetto OLTRE/ legato alla fotografia e al territorio. Indaga progetti multidisciplinari di curatela e non solo. È stata consulente per Jaumann, unendo Arte, Giurisprudenza ed Intellectual Property. Dirige la Sezione Fotografia della kermesse VinArte. Collabora da anni con il Photolux e altre realtà simili. È docente di Storia del Costume e della Moda in IAAD Bologna e Ultime tendenze nelle Arti visive per ACCADEMIA ITALIANA, di Storia della Moda all’Istituto di Moda Burgo Bologna, di Sociologia della Moda presso l’Accademia Cappiello di Firenze e di Storia del Cinema e del Video in Accademia del Lusso a Milano. Collabora con Futuridea, occupandosi di curatela e progettazione culturale. Dal 2020 in DOT-Net|Sartoria Digitale si è occupata di marketing, brand identity e comunicazione aziendale.

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