Ugo La Pietra non si definisce artista e tanto meno architetto o designer, si dichiara un attento osservatore del mondo con la volontà di lasciare un segno che possa descrivere al meglio l’identità di un luogo. I suoi interventi non vogliono caratterizzare un ambiente in base al suo punto di vista, ma vogliono raccontare il contesto attraverso le sue specificità: Ugo La Pietra non connota lo spazio ma mette in evidenza quello che c’è già.
Nel 2015 realizza una grande mostra alla Triennale di Milano, qui poté presentare quanto realizzato sino a quel momento senza porsi il problema di una scelta espositiva che sarebbe stata eterogenea.
La Pietra afferma che quella mostra segnò notevolmente la sua carriera perché rese la sua persona incollocabile in un ambito professionale preciso. L’obiettivo fu proprio quello: la mostra si rivelò un’arma a doppio taglio, ma gli garantì nel tempo piena libertà espressiva.
A distanza di 10 anni ritroviamo Ugo La Pietra impegnato con due appuntamenti: uno presso la Galleria Astuni di Bologna, dal titolo La mia territorialità, inaugurato lo scorso 18 ottobre, e uno presso lo Spazio Premio Licini di Ascoli Piceno, dal titolo Il segno UGO LA PIETRA. Disegni 1962/2024, inaugurato il 20 giugno. L’autore conserva ancora oggi la sua ironia e la sua genialità, ma soprattutto la sua capacità di essere inafferrabile, tant’è che le due mostre confermano quanto la sua ricerca non sia ascrivibile a nessun genere artistico preciso.
Da qui il desiderio di porre al Maestro alcune domande per comprendere a pieno il suo lavoro.

Bologna. ph. Leonardo Morfini
Ivan D’Alberto: La mia territorialità è il titolo della mostra inaugurata alla Galleria Astuni di Bologna che riassume un progetto espositivo incentrato su una tematica a lei molto cara. L’aggettivo possessivo che connota il titolo di questo appuntamento indirettamente sottolinea il suo modo di concepire la territorialità. Questa sua visione contempla confini o orizzonti?
Ugo La Pietra: Ho sempre percepito il mio lavoro come un’occasione per scoprire nuovi orizzonti, non ho mai pensato a dei limiti o a dei confini. Quando nel mio lavoro affronto il tema della territorialità l’approccio è sempre di tipo teorico: la mia territorialità è una teoria non un luogo fisico. Quella alla Galleria Astuni è una mostra che raccoglie lavori che sono stati prodotti dagli anni ’60 ad oggi e si sofferma sul rapporto tra individuo e territorio. Dal mio punto di vista è possibile teorizzare qualsiasi tipo di pensiero ripartendo proprio dalle caratteristiche di un territorio: in base alle sue peculiarità è possibile realizzare un intervento artistico totalmente aderente al contesto in cui deve essere collocato. È dal territorio, infatti, che nasce un’opera d’arte, tant’è che uno dei temi caratterizzanti la mia ricerca è proprio l’arte nel sociale che evidenzia quanto sia importante osservare un luogo per concepire un’opera che descriva al meglio l’identità di una comunità o di un paesaggio. Ad esempio, se penso alla territorialità espressa nella Milano degli anni ’60 sicuramente la prima immagine che mi viene in mente non è quella del centro cittadino, ma quella delle aree periferiche. È proprio nelle periferie che l’individuo riesce a rompere lo schema rigido della città ed è nelle periferie che possiamo trovare comportamenti di libertà e di riappropriazione di una territorialità che diventa realmente nostra.

Strutturazioni tissurali, 1966

La città scorre ai miei piedi, 2020
La territorialità, così come l’appartenenza a un territorio preciso, sono tematiche estremamente attuali. In base alla sua esperienza di uomo e artista come commenta alcuni fatti di cronaca che hanno condizionato o che continuano a condizionare la nostra quotidianità?
Gli ultimi dieci anni hanno dimostrato quanto quella “libertà” conquistata con fatica nel corso degli anni ’60 sia solo un’idea che può essere rimessa in discussione in qualsiasi momento. Una pandemia, una guerra, un fatto di cronaca può modificare notevolmente il corso della storia e la quotidianità di ogni singolo individuo. La pandemia così come le tante crisi internazionali hanno fortemente condizionato la mia libertà e la mia abitudine nel muovermi e nel girare liberamente per il mondo. Ancora una volta però è il territorio così come il paesaggio, a ridefinire teoricamente la mia idea di territorialità, e ciò ha permesso il superamento di tali difficoltà. Il paesaggio è stato capace di placare, in questo momento storico, le complicanze derivanti dalla mia condizione di uomo di una certa età. Il paesaggio è diventato luogo d’indagine per individuare possibili vie d’uscita. Ho compreso, attraverso l’esperienza, che il confine è un limite mentale: la propria casa, il proprio giardino, il proprio quartiere sono esempi di paesaggio dalle infinite possibilità di evasione e non sono una trappola come spesso è stato fatto intendere. Sono giunto a questa consapevolezza attraverso la fotografia che si è rivelata un ottimo strumento di conoscenza e disvelamento di un luogo: osservare la stessa immagine a distanza di tempo permette di individuare dettagli e aspetti che in una prima analisi non avevo colto. A volte un paesaggio offre rivelazioni epifaniche nascoste e quando emergono possono produrre molteplici soluzioni di evasione.
Molti dei suoi interventi urbani si concretizzano con azioni contaminanti che modificano notevolmente la natura di un luogo. Quanto l’arte può contribuire all’elevazione di un ambiente e quanto il contesto può, invece, migliorare un’opera se non addirittura cambiarla di significato?
Negli anni ’90 ho realizzato opere che avevano come focus il tema della cancellazione dei territori. Eliminare dettagli e ragionare su luoghi che diventano non più identificabili mi ha permesso di agire in piena libertà. Ad esempio le periferie cittadine, anche se solo in apparenza appaiono tutte uguali o poco connotate, possono rivelarsi ambienti neutri dove intervenire dando la percezione di essere in qualsiasi altro luogo. Partendo dal presupposto che l’opera d’arte, a mio avviso, non può fare nulla (non impreziosisce, non muta o trasforma l’ambiente, ma eventualmente può enfatizzare o sottolineare le specificità di un contesto evidenziando le sue peculiarità e la sua natura), sicuramente l’intervento di un artista può esaltare un luogo dando a coloro che lo abitano qualcosa di assolutamente riconoscibile. Non sono come alcuni miei colleghi che con una scultura o un elemento di design vogliono lasciare un segno del proprio passaggio, ma preferisco lasciare un intervento che possa essere percepito come qualcosa che è lì presente da sempre. Non devo essere io a dare un’identità ad un posto attraverso la mia visione, io non ragiono su tali parametri, preferisco che sia la comunità a considerare da subito il mio intervento parte del paesaggio. Questo spiega anche il motivo per cui molti dei miei lavori sono stati realizzati in collaborazione con artigiani che operavano direttamente sul posto dove doveva essere collocata la mia opera. E tutte le volte che è capitato ho preteso che il nome dell’artigiano venisse citato affianco al mio nome.

La città scorre ai miei piedi, 2018

Campo tissurato, 1966
Tra le sue azioni più note, oggi fruibili attraverso documenti video, c’è Abitare è essere ovunque a casa propria del 1979-80. In questo caso il corpo umano, o meglio quello dell’artista, diventa lo strumento di misura per una progettazione dei luoghi ma anche per definire una relazione equilibrata tra individuo e spazio. All’epoca della sua azione nella città di Milano davvero era possibile abitare e sentirsi ovunque a casa propria?
Abitare è essere ovunque a casa propria denuncia un aspetto tipico della città di Milano che fino agli anni ’90 non aveva luoghi o spazi dove vivere esperienze condivise. A differenza di altre città italiane Milano non aveva locali, ristoranti e luoghi di aggregazione. Nel tempo, anche grazie alla presenza massiccia degli studenti che giungono nel capoluogo lombardo per studiare, c’è stato un repentino cambiamento della natura urbana della città. Questa trasformazione così rapida ha portato a una ridefinizione del rapporto tra pubblico e privato: oggi l’individuo vive la propria quotidianità fuori dalle mura domestiche. Le persone non vivono più in casa, fanno colazione al bar, pranzano e cenano al ristorante, gran parte della giornata si svolge fuori dalle mura domestiche e la città stessa è diventata una “casa condivisa” insieme a tantissime altre persone. Per tale motivo l’esempio lombardo esprime pienamente questo concetto dell’abitare dappertutto e sentirsi ovunque a casa propria.
Nella sua produzione artistica si contemplano anche interventi di “arredo urbano”, penso ad esempio alla Panchina/dissuasore, al Tavolino/dissuasore o alla Panchina recinto. Se nella Panchina e Tavolino dissuasore si evince quasi una volontà nel negare la reale funzione di questi elementi di arredo (la socializzazione) nella Panchina recinto è come se, invece, il momento della condivisione voglia essere protetto da elementi di disturbo che giungono dall’esterno. In un momento storico in cui la socialità è messa a dura prova dalla presenza degli smartphone il suo è un invito a tornare a parlarsi e a guardarsi negli occhi?
Ho sempre usato la panchina come elemento creativo perché rappresenta sia un luogo di riposo che un osservatorio naturale e virtuale. La panchina offre al viandante un’opportunità, gli offre la possibilità di essere parte di un paesaggio, ma anche di monitorare quanto accade in un determinato contesto. Una panchina permette di estraniarsi totalmente dall’ambiente circostante, magari attraverso la lettura di un libro, o farti sentire totalmente parte di un luogo: l’individuo diventa così un elemento variabile del paesaggio. Se nella Panchina o nel Tavolino dissuasore l’obiettivo era quello di evitare l’interferenza dell’uomo nell’ambiente circostante nella Panchina recinto c’è, invece, il desiderio di offrire un’occasione.

La città scorre ai miei piedi, 2022

Bologna. ph. Leonardo Morfini
In mostra da Astuni, così come ad Ascoli Piceno, anche opere più recenti come una serie di acrilici su tela realizzati tra il 2018 al 2025, i disegni dei Gazebi, che descrivono l’unione tra architettura e natura e i prototipi di casette Architettura/Natura del 2015, in cui il tema “dell’abitare urbano” dialoga con l’importanza del “verde pubblico”. Attraverso quest’ultima produzione come è cambiata e si è trasformato nel tempo il suo rapporto con l’ambiente esterno?
Proprio i Gazebi rappresentano l’evoluzione di quanto espresso precedentemente sulle Panchine. I Gazebi sono nati, o meglio hanno trovato una loro ridefinizione con l’esplosione della pandemia. Queste architetture suppliscono alla mancanza dei parchi urbani. Diventano luoghi protetti che offrono la percezione di essere all’aperto, in un ambiente naturale, dove poter affrontare i temi più disparati. Sono luoghi di confronto, luoghi di ascolto e di condivisione. I Gazebi oggi rappresentano una valida alternativa all’esperienza di vita all’aperto, li troviamo sui terrazzi, in piccoli cortili, nei giardini interni dei palazzi. Diventano luoghi di decompressione in cui poter respirare aria pulita, sentire l’odore delle rose, ascoltare il canto del merlo, fare della buona musica, coltivare le arti. Sono microstrutture in grado di alludere a nuovi spazi collettivi, generando luoghi in cui sviluppare l’arte e le culture, ricevere e produrre informazione, sviluppare rituali collettivi finalizzati allo spettacolo e pratiche di scambi sociali attraverso il gioco e il divertimento. Luoghi capaci di fornire al cittadino almeno un “rimedio” all’incapacità o impossibilità di ripensare le nostre città; spazi attrezzati in cui compiere rituali individuali e per piccoli gruppi, proprio come un tempo, nei giardini all’italiana.
Nelle sue Strutturazioni tissurali (1966 – 1967) è evidente la presenza del “segno randomico”. Quanto è importante per lei la casualità nella progettazione artistica?
Ho sempre pensato che il manifesto del mio operato possa essere ricondotto ai lavori grafici con le texture. Strutture rigide, espressione e metafora di un sistema sociale rigoroso rotto dal gesto segnico nato sul finire degli anni ’60. Le Strutturazioni tissurali rappresentano proprio un’azione critica nei confronti di una rigidità sociale in modo da rompere gli equilibri e giungere ad una semplificazione del sistema. Ho sempre voluto vivere la vita trasgredendo il sistema, ma ho scoperto con il tempo, che questo ruolo diventa poi difficile da raccontare.

