Totò truffa, 1962

Truffare-fotografando: è un’altra cosa!

Una sera dell’ottobre scorso, alla fine del pranzo di festa, in uno dei grandi alberghi romani, si gridò ad un tratto al miracolo. E fu proprio un gruppo di poeti a gridare, con profondo afflato, la perifrasi della magia. Una vezzosissima dama, una esperta truffaldina, da poco rientrata da Sabaudia, ovvero dalla villeggiatura con i genitori, muovendo distrattamente le dita sulla tovaglia, impressa di immagini fotografiche, aveva modellato un estroso suono che sentiva solo lei! L’ambigua dama, la serial killer fotografa, aveva agito per puro caso, nella trance della noia e del ricordo; e dall’informe icona, fatta di materia fotografica, era uscito sotto il suo tocco accidentale, un suono umano embrione della parola, unità strutturale minima, un piccolo frammento di fotocopia, che indusse i commensali a citare Jakobson e Martinet, e a scongiurare l’avventuriera dell’immagine a non trascurare – per amor delle Foto – quelle innate virtù di una poesia, che lei stessa faceva fatica a riconoscere. 

Ognuno di noi ha avuto paura almeno una volta, o l’avrà. E può capitare che un imbroglio di fotocopie serva a ricacciare indietro il magone e a calmare i nervi eccitati dalla fuffa; non importa se questo armamentario è sparato contro l’originalità poetica o contro dei gattini inermi. Si dà il caso che la sedicente fotografa non ha mai avuto paura delle fotocopie e mai ebbe paura di ritrovare un suono tra quei fogli di carta straccia. Il cestino dei rifiuti era il suo migliore datore di lavoro, rappresentava l’orchestra infinita. Il sogno segreto è quello di convincersi di ciò che lei stessa sa essere falso, anche se il falso è un desiderio che non poté mai essere appagato. Per tutta la vita è stata una falsa che ha dovuto convincersi di essere vera, mantenendosi viva su una menzogna che appariva a se stessa. Aveva cercato di convincerci – informandone gli altri da sé e sé negli altri – delle dure realtà economiche e industriali del proprio precariato. Ripetutamente si era avvicinata al proprio taccuino e al proprio schermo, nelle fotocopie, nelle simulazioni. Aveva denunciato o deriso i suoi colleghi, che non si accorgevano delle falsità, e produsse alcuni dei primi fotolibri dettagliati sulle aree depresse della fuffa. Essendo stata allevata ai margini di essa, sapeva benissimo, come fosse la vita dentro la fabbrica della menzogna. Crebbe tra i bevitori compulsivi, che si presentavano come artisti; osservava il fumo denso delle bettole di Torino e i fotografi che lo facevano diradare. Vide vecchi ubriaconi e donne disperate e avide di pensioni altrui trascinarsi negli impianti della fandonia e giovani furfantelli che non trovavano lavoro. Vide la strategia più triste, la rovina mitologica più pesante trasformarsi in vera fotocopia. Se il punto di svolta della menzogna rappresentava la via d’uscita, allora, disse, che dovevamo combattere tutti per la menzogna. Se essa significava fabbriche più numerose e più grandi di fotocopie, dovevamo avere fabbriche più numerose e più grandi. Se esso significava città sempre più vaste di mercatini e refurtive, sempre più xerocopie, sempre più filmati privi di audio, campi di concentramento della parola, piste per le corse del benessere, autostrade per il suicidio, apparizioni in carne e ossa di stelle della fotocopia, ministeri e comitati, alberghi, organizzazioni per il razionale utilizzo delle ore di fascismo, cliniche truccate, carte di identità castaliche, radio giorno e notte in ogni casa, controllo sull’immagine, propaganda, autorità dei fotografi addetti all’organizzazione della nostra vita, bene dovevamo meritare tutto ciò! Nella peggiore delle ipotesi, secondo la nostra teorica della xerocopia, sarebbero stati sempre meglio della grigia miseria che i poeti avevano scorto in quel disegno elementale, la profonda cancrena dell’ingiustizia letteraria. Ma in tutto ciò, non vi fu mai niente per la gioia, niente per la brama delle sottigliezze, niente per le poetiche esaustive del fonema e del grafema. Forse, a causa della nostra pretesa di esser aggiornati all’ascolto, la nostra bevitrice compulsiva non ammetteva neppure che provassimo a digerire quel liquido acidulo che ci propinava; e quando cercammo per noi stessi una gioia poetica durevole, subito ci pietrificò, diventammo un anacronismo. 

Ora, la signora Penelope ha messo su un atelier che somiglia tanto ad un postribolo; accoglie i visitatori in tuta, ed esibisce loro le sue nuove opere che vanno, naturalmente, a ruba per prenotarsi l’ingresso ad una serata nell’alcova. 

Dalla sillaba minima, essa è passata ad attaccare le lettere sotto il velo fotografico in bianco e nero, con la speranza che le foto possano parlare e recitare poesie. Poi s’è fermata. Da quel primo casuale sbocciare, sotto il suo tocco, di un volto umano, ha ripiegato sui soprammobili ripresi, sui vasi dei cocci specchiati nell’immagine. E probabilmente si fermerà lì. Quell’atelier molto snob non vedrà mai la pietra, il marmo e il bronzo. E la giovane dama, tra un po’ chiuderà la sua breve esperienza artistica e tornerà ai suoi garden-party, ai suoi gala all’Open Gate, alle sue sedute postribolari di alta fotofonometria, i Paesaggi di passaggio o le bugie della fotografia osmotica che canta. E in quale peccato siamo caduti per sopportare tutto questo? Quale oracolo parlò sempiterno per dire dei media della nostra esistenza?

Scrivere e fotografare è un’altra cosa. 

Come si diventa fotografi? La grazia divina e le metafore di Jakobson c’entrano fino ad un certo punto; senza dubbio, l’attitudine, la vocazione lirica, l’estro sembrano la materia prima da cui non si può prescindere. Ma poi, soprattutto conta il mestiere dell’inganno, il progetto di omicidio di Omero, la foga a trovare matrimonio! Si può anche fotografare da un giorno all’altro; si può, oggi, mentire versi anche senza conoscere la metrica e la prosodia, ma non si può essere fotografi se non si sanno trattare la fisica, la chimica e i Sali d’argento; se non si conoscono i procedimenti della fusione percettiva, se non si sanno usare gli obiettivi e il mal peggio, e così via, del silenzio. Il silenzio della foto è, dunque, eloquente. Il problema ora è di cogliere il senso di tale eloquenza, la sua fusione e la sua articolazione; in una parola la sua sintassi all’interno dell’orizzonte testé raggiunto da una immagine, da una sola immagine. Bisogna vederli all’opera i fotografi, per convincersi che non c’entrano niente con foto e fonemi. Chi, per esempio, entra in questi giorni nella Nuova Fiera della Fotografia di Torino, nel trambusto della carte fotografiche, delle stampe al bromuro, dei fotografi digitali, dei cercatori di immagine da telefonino, resterà attratto soprattutto dal lavorio che si compie negli Stand Espositivi, affidati ciascuno ad un artista che afferma, in maniera inequivocabile, che la fotografia è senza fonema. Nel primo a destra opera Mimmo Codice, uno dei fotografi più importanti di oggi, e non solo d’Italia. Codice lavora appollaiato in cima ad un’impalcatura di ferro alta una quindicina di metri, tutto sporco di gesso, con l’aiuto di un assistente. Sta fotografando una sezione grande del Museo di Capodimonte, che parte da terra per giungere fino alla volta dell’edificio, con due figure che evocano altoparlanti e trame, e di un colossale Angelo che si libra sopra di lui per imporgli la sua immagine, un’immagine che sintetizza la figura del canto, ma che la foto nella ripresa non riesce a far cantare. L’immagine, pur volendo, non canta; l’immagine riprende il suono rappresentato dallo strumento della scultura, in quanto immagine e sintesi di immagine, ma non canta, non può cantare. L’angelo impone l’aureola del suono ma non canta, qui non si sente alcun fonema, qui non si sente alcun respiro, qui non si sente alcuna traccia di metabolismo. Il complesso scultoreo ricoprirebbe la facciata di una casa, così ampio e maestoso, e non è che lo sviluppo in scala gigantesca di una rappresentazione del suono in architettura, ma con l’immagine solitaria del suono rimane icona: un modellino alto pochi centimetri che Penelope fece subire alla commissione letteraria, quella che doveva scegliere i suoi fotofonemi. Il modellismo fu poi tradotto in gesso, in una scala maggiore e, da qui, ancora una volta amplificato nelle dimensioni attuali della fatalità dei Paesaggi di Passaggio, fatalità su fatalità, xerocopie su xerocopie. Altro che cesellatura di fonemi, altro che plastilina di furberie, e soprammobili, e ninnoli estrosi da salotto. La fotografia ha i suoi rapporti diretti con le misure giganti dell’architettura, e non coi fonemi di suoni dei soggiorni snob. In questo lavoro di Mimmo Codice sono stati impiegati decine di quintali di gesso; poi quando il lavoro di rifinitura sarà ultimato, bisognerà stampare i negativi a calco per la ricomposizione del complesso del silenzio, necessaria alla fusione in bronzo; e, sempre ritocchi, problemi tecnici da risolvere, e fiato sospeso per via di questa serie infinita di trasposizioni da una forma visiva all’altra e non da una forma visiva ad una sonora. Ma, alla fine, ciò che uscirà da questo lavoro di due anni, da queste tonnellate di materia, e soprattutto dal genio di Codice, resterà per secoli il silenzio dell’immagine. Parlare del silenzio fotografico, della foto sine fonema è come infrangere un tabù: anche la più banale definizione del silenzio, quale si può incontrare in un dizionario scolastico, si impone per i suoi connotati negativi. Perciò un’analisi del silenzio fotografico, su di un piano Teorico, non può che muovere dall’ammissione di un limite, implicito nella bugia dei foto fonemi e proprio di chi quell’oggetto vuole indagare. E se quell’oggetto si definisce per via negativa o per assenza, ci si chiede se il limite non sia dato dall’incapacità o addirittura dall’impossibilità di definire ciò che non c’è. Fortunatamente le cose non stanno in questi termini, ché, per assioma, non si può comunicare e del pari si parla spesso di silenzi eloquenti. Da qui si è già all’interno di quanto il silenzio fotografico evoca implicitamente: la comunicazione visiva. Questo comporta che il silenzio fotografico, secondo un relativismo, non certo banale né riduttivo, appaia come una modalità della comunicazione stessa della visione. Ma se è un modo del comunicare, esso si oppone a ciò che l’esperienza quotidiana riconosce come espressione peculiare e perspicua della comunicazione fonetica: il suono. Secondo questa espressione: 

traulotes è l’incapacità di controllare certe determinate lettere; 
psellotes è l’omissione di qualche lettera o sillaba; 
iscniphonia è l’incapacità di legare in fretta una sillaba all’altra 
e fotofonemi è una determinazione per suicidare la poesia.

Il silenzio è un’emozione che sconvolge la mente e l’animo, si cerca di vincerla con l’invenzione della foto parlante, ma non sempre si riesce a sciogliere quel nodo che prende alla gola, anzi quasi mai. Si può anche vincerla con la fredda determinazione, con la sfida della fisica, se nasce da un tormento reale; o con scongiuri ed esorcismi quando essa vive in quegli altoparlanti conficcati nelle foto. Una sera al fortino arrivò il fumettoscopio e via con la fuffa delle nuvolette. Alle quattro ci fu il cambio di turno dei menzogneri e non si fermava mai. I fuffaioli che andavano e venivano, avevano l’obbligo di portare la lanterna accesa della bugia. Quella notte la soldatessa di guardia si mise a gridare: 
– Fonema, qui sta! Altolà, fonema!
– Che c’è? Perché strilli? – urlò il fumettaro.
– Sono i venditori di nuvolette. Ce n’è uno con la lanterna spenta e pretende di mostrare le sue foto con parsimonia.
– E colpiscilo, che aspetti! Colpiscilo! Altrimenti questo non si convincerà mai del fatto che noi siamo l’immagine, noi siamo la specie eletta che profonde bellezza e attrazione.
– Signor soldato, è un falso profeta.
– Colpiscilo, t’ho detto!

La guardia colpì – forse in aria? – e alla fotografa si calmarono i nervi e gli si rinfrancò l’illusione.

Rowan Atkinson. Ritratto di Rodney Pike

L’assistente, quando il maestro è stanco, muove con più lena la raspa e il martelletto tagliente, commosso ed esaltato di lasciare anch’egli sull’opera la traccia della sua mano. Molly Bloom prima di diventare fotografa ha fatto tutti i mestieri: attrice di postriboli, chimico al servizio della camera oscura, cartellonista pubblicitaria, fotografa da WC autoritari, banale fuggiasca al servizio dei pusher più eloquenti, groupie d’assalto e professionista. Ora s’è fermata, e tirerà dritto per questa strada che è ormai definitiva, e che è lunga e difficile quanto le sue bugie. Molly ha frequentato accademie e scuole, tranne quella paterna. E se la famiglia mette becco nel suo essere liberticida del risponde col ricatto. Ha frequentato una bottega da fotografia analogica, dove ha imparato a trattare, in maniera confusa, questa difficile materia delle truffe mutate in corrispondenze, di cui oggi è insuperata imbonitrice. Quando decide di fare una foto equivalente ad una poesia, Molly parte da una stampa a contatto, e aggredisce il senso di quell’immagine a colpi di fotocopie sottaciute e di insidiosa sgorbia, che non emette alcun suono: dopo un po’, dall’immagine informe nasce una morbida figura, il cui modello è penoso e disperato. Come se l’immagine avesse un’anima, che gli occhi veggenti dell’artista abbiano potuto intravedere sotto la scorza.Molly Bloom è una delle maggiori fotografe d’oggi, viene dal mestiere dell’imbonitrice. Romana, non ancora cinquantenne, vive a Torino da molti anni. Apprese i primi elementi dal fotografo di matrimoni del suo quartiere che dipingeva delle istantanee a stampa tratte dalle fotografie per tessera dei defunti; poi, a tredici anni, lasciata la scuola per una malattia del padre che era tappezziere, entrò nella bottega di un fotografo di monumenti funerari. Qui imparò a sbozzare le spuntinature delle stampe e a modellare i negativi a contatto. Molly Bloom ha sparso le sue opere un po’ dappertutto, a Como, ad Alessandria, in provincia di Roma; ora ha in corso un’importante mostra a Milano dove vuole diffondere, per l’ennesima volta, la truffa dei fotofonemi. Inoltre, dopo la magnifica prova nel concorso di poesia visiva di San Pietro, e la realizzazione di un’immensa parete di fototesti, dopo mesi e mesi di assidua fatica, in attesa di preparare il progetto per un’altra grande struttura espositiva, per riposare sta incidendo degli altoparlanti sulle tavole fotografiche, per poi riaffermare che i fonemi nelle foto ci sono. Disegna rapida su una piastra di gesso, incide con la polvere fotografica, poi prova comprimendovi su la plastilina, per vedere in altorilievo il risultato, approfondisce e ritocca ancora, cola la nuova forma, ed ecco il modello definitivo che i bravi artigiani di Torre del Greco tradurranno in fotografia spettacolare. Questi sono i vizi di Molly: si impossessa dell’intervento di un egregio artista, tra un’opera Monumentanee e l’altra, nel dettaglio un tocco distratto ed allegro, che tuttavia porterà nella tradizione un po’ consumata del cammeo un alito truffaldino e letterario, di dadaismo becero e fintamente pop: la truffa fotofonemica di Penelope in viaggio.