La riconnessione con la sfera sacrale dell’arte attraverso i linguaggi della pittura e della Street Art, il riutilizzo di materiali di recupero che rivivono nella contemporaneità, la rigenerazione artistica come strumento di riqualificazione urbana, la concezione dell’arte come ricerca dell’essenza delle cose e trasmissione di verità. E’ questo l’architrave tematico che sottende la poiesis di Gabriele Quarta, in arte Kabo (Monteroni – Lecce, 1996).
Kabo, che vanta un ampio background di pratica pittorica e di studio, oltre ad un chiaro talento espressivo, ha recentemente realizzato a Nardò (Le), un murales dedicato a Franco Battiato di notevole impatto emotivo, riscontrando grande successo tra i fruitori.
Laureato in Pittura all’Accademia di Brera con il massimo dei voti, Kabo ha lavorato a Milano con diverse gallerie d’arte per intraprendere, in seguito, la via della Street Art, ricevendoimportanti riconoscimenti e vincendo bandi significativi. In Salento ha fondato la “Putea”, un’associazione culturale ubicata nel suo studio di Monteroni, in provincia di Lecce – che una volta era la bottega di suo nonno, lavoratore del ferro – divenuta di recente un punto di riferimento nel territorio, sia per artisti che per studenti di arte. Nel 2023, poi, Kabo ha ideato una nuova corrente artistica denominata “biofilia urbana”, che intreccia l’arte urbana con gli elementi naturali del terrotirio, generando il connubio natura-arte. Lo scorso luglio è stato tra i protagonisti della rassegna estiva di arte contemporanea organizzata a Porto Cesareo e promossa dall’associazione culturale Santa Cesarea. Kabo ha esposto, alla Chiesetta della Madonna del Perpetuo Soccorso, la sua nuova installazione pittorica dal titolo “L’amore della Madre per il dolore del Figlio, nel nome del Padre”. L’opera è composta da tre dipinti inediti: un dittico di due dipinti a olio su lastre di ferro arrugginito che ritraggono il Cristo sulla croce e un lavoro in grafite su legno di recupero che raffigura un’intensa Madonna col bambino. L’installazione costituisce un’anteprima della prima mostra personale che l’artista sta preparando.
Gabriele Quarta, in arte Kabo: da dove deriva questo pseudonimo?
In realtà non ricordo, perché ero piccolino. E nel mio paese già si iniziava a dipingere con gli spray, visto che già c’era la cultura hip-hop. Avevo notato che, tra gli street artist, si usava lo “street name”. Era uno modo per “ribatezzarsi”. Quindi, nel prendere una decisione sull’autodefinizione, in un certo senso, mi è venuto in mente questo nome. Allora ero alle scuole medie. Mi sono detto: “Kabo, Kabo” con la “k” e ho iniziato a scrivere il mio nome così, semplicemente.
Per quanto riguarda il tuo percorso artistico, quando hai capito che l’arte sarebbe stata la tua strada?
C’è stato un momento preciso che ricordo benissimo…anche se credo di averlo sempre saputo, in realtà. Stavo per finire le medie, e dovevo scegliere l’indirizzo delle scuole superiori. Ho uno zio artista e artigiano. Anche lui ha difficoltà a lavorare con l’arte nel Salento, e questo è un tema importante. Mia zia Gina (sua moglie n.d.r.) mi disse: “Gabriele, ora devi scegliere, non è che vuoi fare come lo zio?”. Una preoccupazione che cela proprio la difficoltà pratica di essere un artista. Perché è ovvio che una zia desideri la stabilità economica per il nipote. Soprattutto visto che non provengo da una famiglia benestante. Ma io le risposi: “No zia, io voglio dipingere”. E scelsi di andare all’Istituto d’arte. Ma è una cosa che ho sempre saputo: da quando ero piccolo sapevo che nella mia vita volevo dipingere. Al di là delle varie dinamiche. Che sia sotto un ponte, su un attico, su una barca, in campagna…devo dipingere.
Dunque, già da piccolino sentivi questa vocazione…
Non ho mai sentito il peso della scelta. L’ho sempre saputo, e parlando, rapportandomi con le persone, nell’arco della mia vita, ho notato che molte di loro hanno vissuto la fase in cui dovevano scegliere, in cui c’era confusione su cosa fare e cosa non fare per trovare il loro percorso, la loro strada. Io sapevo e so che è il mio quello. Poi il come, il quando, si “cuce” da solo, strada facendo.
Quali sono stati – se ci sono stati – i pittori, i maestri, gli artisti che ti hanno ispirato o che hanno contribuito alla tua formazione?
Sono cresciuto con l’influenza di mio zio che è uno scultore e, più che a livello stilistico, ho sempre colto l’attitudine verso qualcosa, la cura verso le cose che si fanno. Anche la perseveranza, la difficoltà nell’affrontare le cose. Ricordo ancora quando decisi di andare all’Accademia di Brera a Milano: mio zio mi consigliò un libro di Knut Hamsun, “Fame”. A Milano mangiavo poco. Facevo tanti sacrifici. Mia madre mi ha sempre aiutato in base alle sue possibilità, facendo due lavori per permettermi di inseguire il mio sogno.
E tuo padre?
Mio padre venne a mancare proprio durante il primo anno di accademia. Aveva un tumore all’intestino. E io non avevo nemmeno un rapporto molto solido con lui. Mio zio mi regalò questo libro di Hamsun, “Fame”, proprio per darmi una mano nell’affrontare quella situazione, ed io lo leggevo, perché era la storia di questo scrittore che, comunque, doveva sempre scrivere, anche su un foglietto, su un tovagliolo. Poi vendeva ai giornali i suoi scritti. Ma non rinunciava mai alla sua dignità. Mio zio si chiama Luigi Martina, è il marito della sorella di mia madre ed è fratello di Maurizio Martina, anche lui pittore di Monteroni.
Comunque, Knut Hamsun, nel suo romanzo, parla proprio del non rinunciare alla propria dignità, nonostante una difficile condizione. E questo mi è servito tanto per capire che l’arte è un qualcosa che va su una linea differente rispetto all’ordinario. Quindi, anche se notavo che determinate persone andavano più avanti di me per la diversa posizione sociale, non mi sono mai sentito inferiore a loro. Né superiore. Mi sono sentito sempre al loro stesso livello, con le stesse opportunità.
Quindi, per rispondere alla tua domanda, non ho mai avuto, come ispirazione, dei pittori di riferimento o dei maestri. Li ho sempre trovati altrove rispetto all’arte. Nella musica, nella lettura, nella filosofia…certo, a livello artistico ho delle preferenze: ho sempre ammirato Caravaggio. Per la sua filosofia, per i temi che trattava e per come l’ha rappresentato, contestualizzando il tutto nell’epoca in cui si trovava.
E’ l’ombra della luce delle cose, no?
Come diceva Battiato…
Eh si, è la verità. E’ quello che mi ha sempre colpito dell’arte: la verità. Il dire la verità, il mostrare. Come si mostra la verità? Con una figura, che dura una frazione di secondo alla vista del fruitore. Nella musica la verità è scandita dal tempo, mentre per lo sguardo è un attimo, un secondo, una frazione di secondo. E tu, in quella frazione di secondo, devi suscitare delle emozioni nello spettatore. Magari per quella frazione di secondo ci lavori mesi, anni. Per una frazione di secondo. Per un’emozione. Per l’attimo. L’istante. Ed è quello che mi ha colpito di Caravaggio, anche di Beksiński, un altro pittore, polacco, che mi piace molto. Questo artista, dopo il coma aveva visioni dell’inferno. Aveva avuto anche una vita difficile. Dipingeva, ad olio, un immaginario infernale che diceva di aver visto in qualche modo. E, che se non dipingeva, non riusciva a dormire. Comunque, gli artisti che mi piacciono hanno in comune sempre questa estrema voglia di esprimere la loro verità.
A livello pratico, come hai iniziato a “fare l’artista”?
Ho iniziato prima di andare in Accademia, al liceo. Già allora volevo iniziare a lavorare con l’arte, quindi l’obiettivo era quello di potermi autosostentare con l’arte, senza fare altro. Era l’unico obiettivo. All’inizio in Salento, come nella maggior parte della penisola italiana, il graffitismo, il muralismo, non erano concepiti come arte, ma come vandalismo. Quindi, da quando ho iniziato, per tanti anni mi dovevo nascondere. Le autorizzazioni non le concedevano assolutamente, e gli unici lavori che potevo fare erano pagati semplicemente con la possibilità di poterli fare. La moneta non era tenuta in conto, ma proprio zero. E ricordo di un lavoro che feci a Lequile, uno dei primi. C’era un signore che doveva aprire una sala giochi e mi disse: “Qua c’è un muro, fammi un disegno”. Io andavo e venivo, mi facevo accompagnare, non avevo macchina, ero piccolino, quindi realizzai questa cosa che non aveva niente di artistico, ma il mio obiettivo era di arrivare a lavorare con l’arte. Non mi diede una lira, solo una birra pagata. Io nemmeno bevevo, quindi…Le prime commissioni non erano assolutamente tali. Ho iniziato così, molto latentemente. Disegnavo anche su foglio e, prima di andare a Milano, ricevetti una commissione da un signore che si chiama Luca. Aveva notato i miei disegni, che erano molto dark, molto bui, anche perché era il periodo in cui mio padre non stava tanto bene e avevo un livello di introspezione molto alto e molto oscuro. Poi stavo anche vivendo l’adolescenza…avevo i capelli a metà, mi ero rasato la testa a metà.
Non ho mai esagerato in niente se non con l’arte: dipingevo dalla mattina alla sera, avevo quest’ossessione. E questo signore di Milano vedeva i miei disegni, su facebook, mi contattò mi disse: “fammene uno super buio”. E glielo feci. Questo disegno era molto buio. Glielo mandai e lui mi chiese: “Quanto ti devo?”. Ed io gli risposi: “Quanto vuoi”. Proposi 200 euro, ero piccolo…E lui, invece, me ne mandò 500. Quella è stata la prima volta in cui ho riconosciuto di avere valore. Perchè ci sono delle persone che riconoscono. E quella è stata un’esperienza importante per me, perché, partendo dal pagamento con la birra, ero arrivato a prendere, con un disegno, 500 euro. E per un ragazzo – quale ero io allora, e non ero ancora partito per Milano – era un traguardo. Mi sono detto: “Bah, forse si può fare, forse c’è speranza per questa cosa qua”. Poi ho intrapreso il mio percorso lì, a Milano.
Com’è iniziato? E com’è andato?
Milano ha rappresentato per me un grande insegnamento di vita, proprio perché dalla negatività, se hai modo di affrontarla, ne trai gli insegnamenti che ti servono poi per tutta la vita. Andai all’Accademia di Belle Arti di Brera e fu una totale delusione. Scelsi Milano proprio perché non mi piaceva. Ero consapevole del fatto che ero giovane e potevo distrarmi. Volevo fare veramente dell’arte il mio lavoro, la mia vita e mi sono detto che avrei dovuto trovare un posto che non mi piacesse, così non sarei uscito di e sarei rimasto focalizzato sull’arte. Poi sapevo che a Milano si lavorava, quindi mi sono detto: “Vado a Brera”. E c’era il prestigio dell’Accademia di Brera. Deluso subito dal contesto, notavo che c’era molta saccenza, molta superficialità.
Brera ha un’impostazione, almeno negli anni in cui la frequentavo io. Aveva un’impostazione incentrata sull’arte concettuale, sull’Arte Povera, sempre le stesse cose. Il professore di arte contemporanea, alla prima lezione, fece un discorso sul fatto di come si debba vestire un artista. Io rimasi un attimo perplesso. Perché la mia idea era che più diventi bravo, più te ne freghi di tutto e la tua strada te la fai. Al di là dell’estetica, della tua estetica. Ma questo professore, giustamente, faceva un discorso improntato sul marketing in base al quale devi spiccare e anche se non sei estroverso lo devi essere. Questi principi che avevano a Brera non rientravano nei miei valori. Quindi mi sono detto: “Non è possibile che un artista – che dovrebbe rappresentare la verità e la sincerità fatta carne – debba fingere di essere quello che non è”. Altrimenti che opere fai? Infatti vedevo tanti altri compagni, anche di Lecce, che andavano anche loro a Brera e che da un anno all’altro cambiavano. Destrutturavano il loro stile, iniziavano a fare cose concettuali, si deformavano. Ma non vedevo un percorso come magari lo è stato per De Chirico. O per Picasso. Non vedevo un percorso come quello di un fiore che prima pianti e poi, piano piano, sboccia.
Era una cosa imposta, forzata…
Era un cosa forzata perché l’humus era quello. Io non l’ho mai fatto. Nonostante tutto sono andato sempre contro questo punto di vista. Lo rispetto ma non lo condivido: non è il mio, semplicemente. Però, nell’ammettere che non è il mio sono passati anni. Attorno a me vedevo che tutti andavano avanti, ma effettivamente non andavano avanti. Perché poi, finita l’accademia, nessuno realizzava niente: uno diventava un cameriere, uno faceva altro…alla fine dipendeva tutto dalla posizione sociale di partenza. Avevo notato questa cosa. Nel muralismo, invece, questa cosa non c’era. C’era ancora meritocrazia. Perché era una corrente nuova, rispetto agli ambienti strutturati dell’arte con il critico, la quotazione, quello e quell’altro. Tutti sistemi, troppi sistemi. Nel mondo ordinario dell’arte devi entrare in un sistema, ma poi devi entrarne in un altro e poi ancora in un altro. Alla fine non dipingi più, stai a fare cena praticamente. Avevo capito che questa era una trappola, e ci sono rimasto male. E’ stata proprio una cosa brutta.
E dopo quanto tempo te ne sei reso conto?
Già dal primo anno, perché poi andai in una galleria di Milano ed il gallerista mi prese sotto la sua ala. Però poi voleva farmi fare altre cose che non riguardavano il mio modo di pensare. E in quell’occasione mi dissi: “No, non voglio, questo circuito non mi piace”. Io, poi, dipingo mettendo la mia anima nelle cose. Quindi non posso dare la mia anima in mano a gente che me la distrugge. Che poi vada contro il marketing, contro i sistemi, contro le opportunità che puoi avere…non me ne frega niente. Perché, appunto, come dicevo a mia zia, io voglio dipingere. Altrimenti avrei fatto l’impiegato. Poi l’altro discorso di Brera, che ho frequentato dal 2016 al 2022, è che c’erano alcuni professori bravi come Omar Galliani che mi ha notato subito, fin dal primo giorno. Tutti realizzavano tante opere, io ne avevo creata una e ci avevo impiegato un anno…
In questi cinque anni di frequentazione all’Accademia di Brera, avevi capito fin dall’inizio l’aria che tirava ed eri consapevole di come eri tu, comprendendo le tue potenzialità, cosa non facile per un ragazzo. Ma tu l’hai sentito, eri sveglio praticamente. Cosa ti ha portato a continuare gli studi per altri quattro anni?
L’esigenza di dimostrare che non era così com’era, che non poteva essere così. Io sentivo che là dentro mancava l’essenza dell’arte. Quindi mi sono detto: “Se lascio, poi, cosa faccio se non inizio ad affrontare queste cose nell’arte stessa?”. Così scrissi una tesi, la tesi del terzo anno, sul concetto della spiritualità nell’arte e su tutto ciò che d’invisibile c’è nell’arte. Infatti era una tesi molto provocatoria, tanto che, durante la discussione, misi sul pavimento un disegno molto complicato. Buttai dei ceci a terra e dissi ai docenti di inginocchiarsi per vederla. Perché questo? Perché l’artista soffre mentre crea e anche chi guarda dovrebbe immedesimarsi in quella sofferenza per capire. E perché a me non piaceva il fatto che guardassero con superficialità alle opere. Io ci impiegavo mesi per realizzare un lavoro e i professori dicevano: “Questo è troppo complicato, sei più un illustratore che un artista”. Io rispondevo che non era così, visto che ci metto pure impegno nelle cose. Questa gente, infatti, crea delle sovrastrutture, o meglio nasce già sulle sovrastrutture.
E le perpetua…
Si, le perpetua, le enfatizza, le insegna, per esempio dicendo a me che sono ignorante, che sono un terrone, che ho l’accento, e si imbottiscono di termini in cui non credono perché vanno di moda, perché Dubord è meglio di Caravaggio, perché è tutta una questione mentale…Non è così, c’è l’essenza nelle cose. Io vedevo solo parole, tante parole. Parole più grandi, descrizioni più grandi delle opere. E mi dicevo: “Quell’attimo – perché io lavoro su un’opera per tanti mesi – davanti a una descrizione gigante, quanto va”? Ha perso la sua essenza. Ha perso proprio il motivo di essere, di esistere. E vedevo che anche il mercato andava in quella direzione. Quindi mi sono rifugiato nel muralismo, perché è stato il mio primo approccio artistico. Certo, anche nell’ambito del muralismo ci sono i preconcetti. Ma mi dava lo spazio di essere. Di essere criticato, di essere apprezzato. Di esprimermi. Non ho bisogno di una galleria. Vado sul muro, faccio il mio lavoro, e poi chiunque guarda può giudicare, può apprezzare.
Comunque non è scontato che un muralista sia anche un bravo pittore. Ho visto dei muralisti che non hanno la tua mano. Tu sei un pittore!
Si, io sono un pittore e non mi piace definirmi come street artist o altro. perché tendo ad andare sempre all’essenza delle cose. E trovo che i termini, per quanto belli siano, debbano essere usati con parsimonia, quando ci vuole. Non sempre, ma quando ci vuole. Come il tocco-luce: tre punti e l’opera sembra illuminatissima. Sono tre punti luce come nel Caravaggio. Per le parole è la stessa cosa. Le parole sono un veicolo di magia. Le parole sono magiche. Ad esempio Battiato le usava come un pittore usa i colori. Soprattutto nella composizione. Per questo, ti dicevo, traggo ispirazione più dalle altre cose che non dal mio ambito. Perché noto l’approccio che aveva Battiato rispetto alla musica. Come nell’album “La voce del padrone”, un lavoro stratificato che più lo guardi, più lo ascolti, più vuoi averne di più e più ce n’hai di più.
Più senti cose diverse man mano che lo ascolti…
Si, ti apre dei mondi. Da un po’ di tempo sto ascoltando “Inneres Auge”, e proprio oggi, mentre venivo qua, mi è venuta un’idea ascoltando quella canzone. Per la questione verticale e quella orizzontale, che ti porta verso la materia. La linea verticale, invece, ti porta verso lo spirito. Ho immaginato un palo della luce, verticale e sotto tutto lo schifo. Perché c’è una linea verticale e poi c’è la luce alla fine.
Dopo la laurea all’Accademia di Brera perchè hai deciso di tornare al Sud, anche se già sapevi che Milano non era la città per te?
C’è sempre un motivo…Ho capito che il mio essere è così. Io devo avere una motivazione etica e filosofica per poter agire. Altrimenti non agisco. Stavo iniziando a lavorare a Milano, verso la fine. Aiutavo gli artisti muralisti di Milano sulle piattaforme. Ho imparato tanto, però non mi piaceva il circuito, e non accettavo il fatto che – nonostante volessi stare nella mia terra e lavorare con l’arte – dovessi rimanere a Milano, una trappola capitalistica che non ha niente da dire. Nell’ambito muralistico, soprattutto, le opere corrispondono a pubblicità, almeno in centro. Pubblicità, pubblicità, pubblicità. Marketing, sistemi corrotti di potere, cose brutte che mi penalizzavano l’anima, che mi distruggevano l’anima. Me la sentivo proprio distrutta. Quindi mi sono detto: “Scendo, apro un’associazione”. Così ho aperto un’associazione che si chiama “Putea” e che è il mio studio, e ho iniziato, insieme ad altri ragazzi, a realizzare degli eventi in cui chiamavo artisti forti del Nord che avevo conosciuto per portarli a dipingere in Salento, a Monteroni. Ho creato un po’ di comunità attorno al progetto, poi ho iniziato a lavoricchiare con i bandi. Cercavo i bandi sul muralismo, ho viaggiato un po’ facendo questi lavori. Ho aperto la partita Iva e ho iniziato a lavorare con questo. Poi ho avuto delle sventure a metà del mio percorso, circa quattro anni fa. Ci sono state delle persone che mi hanno boicottato il lavoro. Non censura ma persone accanto a me che mi hanno boicottato. Mi hanno preso tutti i contatti che avevo e me li hanno rivoltati contro, quindi tutto quello che avevo costruito fino a quel punto è stato distrutto in un attimo. Sono rimasto senza lavorare per un anno praticamente. Poi ho avuto la forza di ricostruirmi dal nulla. Veramente dal nulla. Comunque ringrazio di aver vissuto queste esperienze. Prima facevo dei bandi che riguardavano più la decorazione, ed io mi sentivo avvilito per questo perché, nonostante stessi lavorando l’arte, quello che facevo non mi piaceva. Avevo attorno persone che manipolavano la mia arte, il mio modo di essere. Ma, per me, questa è stata una cosa positiva col senno di poi. Perché ad oggi ho costruito un percorso basato sulla mia autorialità e ho detto tanti no: non partecipo più ai bandi che non rispecchiano la mia essenza.
Molti bandi, poi, sono già dati…
Si si, anche lì c’è un sistema. Infatti quelli anonimi li prendevo sempre, quando mandavo le cose in anonimo vincevo sempre. Quando, invece, non li facevo in anonimo il discorso era diverso. Quindi ho iniziato a dire a me stesso: “Va bene, tocca a me. Sono testardo, devo lavorare nella mia terra con quello che mi piace”. Il primo passo che ho fatto è stato quello di dare fiducia a me stesso, cosa davvero difficile perché attorno non c’era niente. Realizzai la prima opera (di questo periodo n.d.r.) a Santeramo, durante un evento al quale mi avevano invitato alcuni ragazzi. In quella fase avevo paura, perché mi avevano boicottato. Avevo paura di fare le mie cose perché credevo che non andassero, che non potevo lavorare con l’arte, e avevo paura di iniziare a dipingere a pennello sui muri. Ma poi mi sono detto: “Non è un lavoro, ho un bel muro… male che vada sbaglio, non fa niente”. E ho creato una delle opere che mi piacciono di più in assoluto, in bianco e nero. Era la prima volta che usavo i pennelli sul muro, perché prima usavo gli spray, ed è andata benissimo.
Come hai fatto ad usare i pennelli sul muro?
Con gli acrilici. Si usano i pennelli grandi, rulli…In due giorni ho chiuso un graffito bellissimo. Le persone si avvicinavano, guardavano, lo apprezzavano, nonostante fosse un’opera “dark”. C’erano entrate dentro.
Premesso che in Puglia ci sono tanti bravi artisti, ma poi per essere un artista autentico devi avere la vocazione, devi essere.
Devi essere – è quello – devi essere. Perciò ti dico, attorno a me a volte vedo il deserto. E’ un paradosso perché noto tanti graffiti, visito tante mostre, vedo tante cose. Poi il mondo si muove però, sai, quando vai in verticale è come se il velo di Maya si strappasse, per citare Nietzsche.
Schopenhauer…
Ma Nietzsche ha parlato di quando il velo di Maya viene strappato. Strappare il velo di Maya e farlo a brandelli. E’ come avere un filtro che ti fa vedere realmente le cose, il vuoto. Meno male che provengo dal muralismo. Il muralismo mi ha dato tanto, perché è proprio un’attitudine. Vai in un posto, fai un disegno e sei sottoposto alle critiche o agli apprezzamenti di chiunque. E, se sei intelligente ed empatico, all’inizio ci rimani male. Poi inizi a capire che tutti ti possono insegnare qualcosa, soprattutto il passante disinteressato. Il passante non ha preconcetti su di te, non ti conosce. Il critico, invece, ti conosce, sa tutto di te, o i contatti che potresti avere.
Si, ma ora la vera critica non esiste più, soppiantata dalla curatela…
Infatti c’è piattume. Nel mio studio, a volte, ospito i ragazzi del liceo artistico, quelli che vogliono lavorare con l’arte. Una volta un ragazzo di 17 anni mi chiese: “Kabo, voglio lavorare con i graffiti, con l’arte, con la pittura. Come faccio?”. Ed io gli risposi: “Ruben, vieni nel mio studio. Ho organizzato degli incontri con altri artisti, fotografi…il confronto, quello ti serve. Il confronto con altre persone che vivono questa situazione. Da quello puoi trarre qualcosa che ti può servire. Non ci sono luoghi che ti sovvenzionano davvero. Te lo devi trovare tu. Devi fare rete con altre persone simili a te. Dentro, non fuori”. Ma, la cosa più rivoluzionaria, nel 2026, è che, se tu ci metti l’anima, le persone iniziano a notarlo. E, nel mio caso, stanno iniziando a farlo. Anche le persone che erano più chiuse stanno iniziando a vedere tutto questo. Lo so, lo sento. Lo sento, dunque vado dritto per la mia strada. Perché, laddove vedo finzione vedo persone che stanno perdendo tempo. Si stanno allontanando dal proprio essere. L’intelligenza artificiale simula la bellezza, ma poi è un grande pattern, una grande texture nel mondo che ci rende tutti uguali, e non emancipa le differenze. Non le emancipa. E’ piena omologazione. E nell’arte è la stessa cosa. Un artista può essere tale perché sa usare l’intelligenza artificiale per fare cose? In realtà c’è la delega, è l’esaltazione della delega. Come in Cattelan. Non ha senso, perché se voglio realizzare un dipinto con il ferro arrugginito, io, se non ho a che fare con il ferro, se non sbaglio con il ferro, se non inizio a sbagliare, a capire, a sperimentare, nel frattempo il mio messaggio cambia. Non è che vado dall’artigiano francese della situazione, che non conosce nessuno, e gli dico: “Fammi la statua in questo modo”, e poi la metto all’Hangar Bicocca.
Secondo me ci dev’essere l’artista deve avere la techne…
Si. Poi la puoi anche abbandonare, ma quel percorso lo devi fare. Non dimenticherò mai, a Brera, una mia amica che faceva scultura. Un giorno mi dice: “Guarda quest’opera che farò in ferro”. Mi fa vedere il progetto. E le dico, innocentemente: “E tu hai imparato a saldare? Bellissimo, grande!”. “No – risponde – questo lo faccio fare ad un fabbro”. Alla fine l’ho ripresa dicendole: “Ma come, che scultrice sei?”. E’ come se l’artigiano fosse il ghost writer dell’artista perché l’artista proviene dalla borghesia e vuole solo esaltare il suo ego. Basta, stop, finisce là.
L’artista deve stare a contatto con la materia…
L’artista che delega a una persona tutto lo sbattimento per realizzare una scultura, che ha i soldi per pagare il critico e tutto quello che riguarda l’organizzazione di una mostra, alla fine, il giorno dell’inaugurazione ha un coito con il suo ego. E’ fine a se stesso, è solo morte.
Quando crei, invece, la gente o meglio l’anima mundi, l’anima universale lo riconosce. Se tu stai a contatto con l’essenza, anche le persone senza gli strumenti per riconoscere, per capire l’arte contemporanea, lo sentono.
Ora dobbiamo fare un capitolo a parte su Battiato. A me vengono i brividi: quando l’ho conosciuto era seduto con le gambe accavallate e mi ha dato questo senso incredibile di calma, perché lui trasmetteva mentalmente quest’energia. Quando ho visto dal vivo il tuo murales ho notato, certo, che è bello. Ma ti giuro che, dopo una mezz’oretta, sono stata invasa da quella stessa calma che io ho sentito da parte di Battiato quando l’ho incontrato!
La conoscevi già…
Era lui. Tu hai colto lui, la sua energia, la sua essenza
E’ stato con me quando l’ho fatto. Pensa che mi è successa una cosa assurda durante la mia mostra a Porto Cesareo. Stavo là da solo e, tutto ad un tratto, entra una rondine e si appoggia sulla Madonna. E aveva il nido lassù.
Battiato comunica così…
Ho i brividi, è una cosa assurda. E quel murales, quell’opera, mi ha insegnato tanto. Prima di farla, mentre la facevo e dopo.
Come hai realizzato il progetto?
Il progetto l’ho fatto prima in studio, e mentre lo creavo in studio ho avuto delle crisi. Poi, tutta la composizione è nata da un attimo all’altro. Ho scoperto successivamente perché avevo messo tutte quelle cose. Non le avevo fatte consapevolmente. La cosa assurda è che continuo tuttora a scoprire cose nuove. Ho ascoltato bene una canzone di Battiato, “La stagione dell’amore”, che “viene e va”. E ho capito perché avevo raffigurato nel murales due sezioni auree: una che da lui va verso il feto e una che dal feto va verso lui. Appunto, “Viene e va”.
Anche il dondolo, no?
Il dondolo…tutto viene e va, come se ci fosse un circuito invisibile in cui tutto torna e che ha un ordine incomprensibile. E, se ti chiedi il perché, non lo trovi, mentre se lo accogli c’è. E’ come la poesia, no?
Secondo me rispecchia l’armonia del creato…
Si si, è quello. Leggevo il racconto di Gurdjieff su unvecchio monaco che conosceva il nomignolo di quando era piccolo, usato solo da sua madre. Gurdjieff che era molto curioso e, invece di ascoltare quello che gli stava dicendo il monaco, cercava di capire come mai conoscesse il suo nomignolo. Il monaco gli rispose: “Guarda che quest’estrema curiosità che hai, che ti porta a chiederti sempre il perché, ti porta a sottrarti dall’accogliere le cose, l’inspiegabile, e a danzarci. Così te lo perdi. Ci sono delle cose che devi accogliere. Non c’è un motivo, non c’è bisogno che trovi il motivo. Ed io ho creato l’opera proprio in quello spirito. Perché io ho quello spirito. Sono stato in crisi quando ho realizzato il dipinto. Quando ho fatto il progetto mi è venuta una crisi di pianto terribile, perché volevo che Battiato lo apprezzasse, si rivedesse in quello che stavo facendo, quindi avevo la paura di fare qualcosa che lui non approvasse…ecco perchè non ho fatto un ritratto. Mi sono detto: “No, no, no, non posso fare la faccia, dev’essere un ritratto all’anima”. Quindi ho vissuto tutte le emozioni che potevo vivere intensamente, portandomi a realizzare quest’opera, accogliendo anche le opinioni degli altri. Se devo riassumerla in una parola questa è “accogliere”. Quella è stata la chiave: accogliere i segnali dell’universo, accogliere quello che mi dicevano le persone, accogliere le vibrazioni di un luogo. Se ti tieni pronto ad accogliere le cose, inizi a vederle. Quella è una via invisibile, che nessuno vede. Nell’arte è quello che cerco di fare.
Ho iniziato a meditare dopo aver fatto il percorso del murales. Ho sempre studiato la filosofia, l’esoterismo. Arrivato a Battiato non potevo non studiare Gurdjieff, per esempio. Era inevitabile. Quindi mi sono avvicinato alla meditazione. Sono sempre stato contrario alle droghe nell’arte. Perché avevo quest’idea, fin da piccolo, che i paradisi artificiali compromettano l’essenza. Ci puoi arrivare lo stesso, ma occorre pazienza per percorrere la via verticale. Devi conservare il tuo essere bambino, il fuoco.
Conservandolo spontaneamente. E’ un dono che molti non hanno…Come è nato questo progetto del murales di Battiato?
Allora, faccio una premessa. Qualsiasi altra persona pseudo-artista avrebbe inventato qualcosa riguardo al “come”, mentre l’accogliere mi porta a capire quanto sia stata preziosa la vera storia del progetto. E’ stata, di base, tutta una coincidenza. Avrei dovuto realizzare, a Nardò, un murales su una palazzina dedicato a Tora Marzo, una delle prime donne tamburelliste del Salento che viveva in quel comune salentino. Avevo fatto mesi di ricerca per trovare il terra d’ombra bruciato giusto per cogliere l’essenza di Tora e avevo creato anche il simbolo della donna con tamburello. Ho ancora tutti i progetti di quell’intervento. Infatti in putea, nel mio studio che avete recentemente visitato, c’è ancora la foto di Tora appesa alle pareti: quello è il progetto che avrei dovuto realizzare. Avevo impiegato mesi per compiere gli studi preparatori, come faccio di solito per i miei progetti. Poi è successo che il consigliere che si occupa di Street Art, Gianluca (il consigliere comunale di Nardò, n.d.r.), che è una persona stupenda, mi ha comunicato che l’intervento su Tora Marzo non si poteva più fare per complicazioni sopraggiunte.
Dopo mesi di lavoro la prima sensazione che ho provato non è stata di sconforto e comunque l’ho accolta. Mi sono detto: “Va bene, l’universo ha voluto così”, nonostante quello fosse l’unico lavoro che avessi al momento. Perché qui al Sud non è come al Nord: lavori poco. E, quando hai quel lavoro ci metti tutto te stesso. Nonostante tutto ho accolto con serenità questo cambiamento di programma. Nel frattempo, da un mesetto ascoltavo Battiato. Non avevo mai avuto il focus su di lui, in precedenza, per un motivo o per l’altro. Non ho mai avuto un momento per ascoltarlo bene. Ma durante quel mesetto lo stavo ascoltando. Mentre dipingevo, lo ascoltavo. Dipingevo un feto, quello che avete visto in putea, senza sapere dell’album “Fetus” e ascoltavo Battiato. Poi l’assessore di Nardò mi ha chiamato due giorni dopo e mi ha chiesto di realizzare il murales di Battiato su una nuova palazzina popolare. Io ho accettato. Guardando questa palazzina, il Sindaco di Nardò aveva infatti detto che sembrava un carcere, per questo volevano un murales. E l’ingegnere, fan di Battiato, ricordando che il maestro è venuto a Nardò, ha chiesto al Sindaco di rendergli omaggio. Poi mi hanno chiamato. Ma io avrei dovuto realizzare il murales di Tora Marzo. E’ stata una coincidenza assurda che mi ha portato a farlo e, mentre realizzavo il progetto, succedevano delle cose. Innanzitutto la crisi che ho avuto. L’ingegnere, poi, mi aveva mandato un audio in cui si complimentava con me per la “Bellissima la citazione di Fetus” che avevo fatto. Io gli risposi: “Ma cos’è Fetus?”. Cerco su internet e vedo questo feto nella copertina dell’album di Battiato. Mi rendo conto che si tratta della prima opera di Battiato, e lo ascolto. Poi scopro della rosa di “Fleurs 1” che aveva dipinto lui. E allora mi dico: “Questa la devo fare rossa”. Quello, infatti, è l’unico elemento colorato del murales.
E’ la sua essenza…
E’ la sua essenza, perché l’ha dipinta. E’ come se un pittore scrivesse una poesia. E’ una cosa stupenda perché stai abbracciando l’arte e te ne stai fregando del fatto che ti vedano come un cantante. Quella rosa è bellissima. Infatti è l’unico elemento colorato dell’opera. Quindi ho iniziato a collegare l’universo con l’altro suo album, nella sezione aurea, e l’ho fatto spontaneamente. Non è che ho pensato, alla milanese: “Adesso come posso colpire le persone? Ora faccio questo, poi quello, o brainstorming”. No. E tuttora sto scoprendo diverse cose sul quello che ho dipinto. Quindi sono andato a meditare al Frascone da solo, prima di fare questo lavoro.
Quando ho visto la tua opera con la Madonna col bambino c’era tutta la profondità dell’amore della madre verso il figlio. Nell’elemento estetico tu ci metti l’essenza delle cose. Come fai ad esprimere tutta questa intensità emotiva?
E’ perchè per me l’arte è l’essenza, è il ponte. Ecco perché diffido degli artisti egocentrici che vogliono essere un ponte ma si vendono come se fossero loro stessi la destinazione.
Un ponte tra il mondo visibile e l’invisibile?
Si. Faccio sempre questo paragone tra il politico e l’artista. Entrambi sono illusionisti. Il politico crea un’illusione per prenderti in giro, mentre l’artista crea un’illusione per dirti la verità. Entrambe sono illusioni, sono artifici, ma un’artista lo fa per farti vedere la verità. Il politico, invece, per nasconderla. Quest’esempio è un faro. Perché vedo artisti con l’attitudine da politici che vogliono nascondere la verità. Ogni giorno c’è una lotta diversa attraverso i social, ora questo, ora quello. Vedo questi artisti affannati, che rincorrono gli avvenimenti di ogni giorno. E’ successa quella catastrofe? Faccio subito l’opera così la metto su internet e divento la bandiera di questa lotta. Allora, tu sei una persona, e una persona empatica può dare la propria sensibilità, il proprio essere, con profondità e sincerità, a poche, pochissime cose. Come fai ad abbracciare tante lotte contemporaneamente a livello artistico? Altrimenti stai facendo giornalismo alla Barbara D’Urso. Quello stai facendo, e non è arte quella. Ma si tratta di illustratori giornalistici. Perché hanno l’affanno. Io li vedo e sento che hanno l’affanno, quando, in realtà, tu puoi cogliere. Se cogli l’essenza delle cose guardi che per un tema, dietro a cento avvenimenti, c’è la stessa matrice. Se vuoi fare qualcosa riguardo questi cento avvenimenti fallo sulla matrice, non lo fare sui rametti, fallo sulla matrice, sulla radice, sul seme di quell’albero. E’ che non hai il tempo di arrivare al seme dell’albero, perché non te ne frega un c***o di quello che stai facendo, quella è la verità.
L’artista autentico è quello che coglie l’universalità del mondo degli archetipi, dell’inconscio collettivo…
Come diceva Jung…
Tutti abbiamo, chi più, chi meno, la sensibilità, quindi questa comunicazione è universale, e l’artista in questo sistema viene considerato come l’ultima ruota del carro. C’è gente che si serve degli artisti per portare avanti un certo tipi di sistema. Gente che occupa posizioni anche importanti e che non ha amore per l’arte, per l’artista, per la creazione. Anche rispetto. L’artista è protagonista perché è lui che ci mette in collegamento con l’invisibile.
Il ponte…
Il ponte è una cosa sacra. L’artista è sacro.
Ora invece è dissacrato.
Anche se il talento emerge sempre…
Anch’io, in passato, ero dell’opinione che il talento emerga sempre, sono sempre stato di quest’idea. Però, un giorno, dopo l’ennesimo boicottaggio che ho avuto, ho imparato e mi sono detto: “La ruota gira se la fai girare”, perché altrimenti non gira. La mia ricerca va in verticale. La questione orizzontale è importante per aprire dei ponti agli altri ragazzi…
Comunque anche Battiato ha fatto questo ragionamento sul successo…
Per quanto riguarda l’onorabilità, il prestigio di quello che stai facendo e che nessuno sta riconoscendo, anch’io quando parlo con i sindaci, con le pubbliche amministrazioni dico loro “Mi stai dando fiducia, ma non bastano le tue parole”. La fiducia è economica, perché la poesia è roba che io sto facendo nella mia intimità per la comunità, per la galleria. La poesia la sto facendo spontaneamente. Non si discute di quello. Quella è una cosa soggettiva che tu guardi, assorbi, fai. Ma io ho una ricerca, ho dei tempi, ho l’impegno, la cura per fare le cose, e deve essere pagata. Deve essere pagata.
Certo.
E’ come se non fosse elegante parlare di soldi nell’arte, quando in realtà è il fulcro. E’ importantissimo, perché io non provengo dalla borghesia, quindi, per realizzare le mie opere, per fare arte io devo campare, non posso fare il cameriere. Non lo posso fare.
In Italia, in qualunque ambito, l’artista non viene aiutato, perché se spesso all’estero ci sono i fondi per gli artisti, qui non c’è nemmeno minimo di welfare. E bisogna lottare per emergere. Con questa spada di Damocle sulla testa di non sapere come campare se si fa arte. Questo è pregiudicante…
Però quello è il fuoco, perché io sono consapevole del fatto che è difficile vivere di arte, soprattutto nel mio territorio. E per me è un incentivo per avere il fuoco negli occhi e per parlare dritto alle istituzioni, con tutti. E’ importante dire “no” – e ora sto vedendo i frutti dei miei no –, far notare la mancanza di rispetto per il mio lavoro, nonostante fosse l’unico che avessi. I miei no, detti per una questione morale ed etica, mi hanno portato a realizzare l’opera su Battiato.
Se io avessi accettato determinati compromessi non sarei arrivato a fare questo, quindi è un percorso invisibile, morale, che ti porta poi a solcare la tua strada. E’ difficile lavorarci, ma io lo dico ai ragazzi che vengono da me in putea: “Voi dovete difendervi da questo, dovete essere consapevoli dei circuiti che ci sono. Se vogliamo, noi gli spazi ce li prendiamo. Il coltello dalla parte del manico ce l’ha l’artista. Senza l’artista, infatti, non esisterebbe la galleria. Mentre, senza il critico la galleria o lo spazio espositivo esistono lo stesso.
L’artista, quello autentico, ha un ruolo basilare in tutte le società, perché riporta la collettività alla sua essenza.
La poesia ti arriva quando non hai soldi, quando hai poche possibilità. Io sono arrivato all’essenza delle mie cose con una palette super ristretta formata dall’ocra, dalla terra rossa bruciata, nero, bianco. Quelli sono i miei colori, sono arrivato a quei colori.
Come il color ruggine, molto presente nelle tue opere…
Si, mi sento legato ai colori della natura, alla terra. Ma anche ai supporti, che sono tutti ammuffiti: io prendo i pannelli di ferro, li lascio arrugginire e li guardo. Guardo il pannello arrugginito. E la mia idea di rivoluzione nell’arte è quella di far pagare ad un borgese 10 mila euro per un pannello arrugginito. E’ proprio il concetto di recupero vero, che non è c’entra con il piano ecologico. Sarei ipocrita a dire: “lo faccio per l’ecologia”. Non lo faccio per l’ecologia, non è partito per l’ecologia. Che poi sia ecologista si, ok, ma io guardo le cose e m’immagino le cose. Quelle buttate soprattutto.
E’ il concetto di far rinascere a nuova vita l’oggetto usato…
Dipende da come fai le cose. Io vedo un pannello arrugginito, lo metto su un muro bianco, ed è già bellissimo. Già così andrebbe in qualsiasi casa…
Perché ritieni così importante il riuso, al di là dell’Arte Povera?
Perché io per la società sono stato quel pannello buttato. E lo sono tuttora. Per chi guarda. Perché io vedo quei pannelli buttati e ci vedo già le cose e mi dico: “Io pure, quando ho iniziato, venivo visto come colui che fa gli scarabocchi”, è stato sempre così. Anche in ambito accademico mi bollavano come illustratore. Sempre al di fuori di tutto, come un pannello buttato. Quello è, e se non sono io a dare valore a quel pannello chi lo può dare? Solo io so come si sente quel pannello.
Come il dipinto delle mosche che ho progettato di recente, lo devo ancora assemblare. Ho fatto tutte le prove. Tutto è partito dal ritrovamento, a casa di un mio amico di una zanzariera che stava per essere buttata, con i bordi di legno vecchio e un buchetto, rovinato. Mi è venuta subito l’idea delle mosche. Ho dipinto, su una tela, tante mosche realistiche e l’idea è quella di metterla dietro alla zanzariera per far sembrare le mosche vere, e chiamare il dipinto: “La mosca sei tu”, tu che stai guardando. L’idea è questa: appena si entra nella stanza c’è il ronzio delle mosche che infastidisce tutti. I visitatori guardano l’opera e s’infastidiscono. Poi leggono il titolo “La mosca sei tu” e parte il monologo della mosca che racconterà allo spettatore la sua vita con gli umani: è una vita, un’anima che è sempre sbattuta fuori perché considerata fastidiosa. “Uccidiamo le mosche, uccidiamo le mosche”. Questo è l’atteggiamento degli umani contro di loro. E, dopo quel monologo, voglio rendere lo spettatore empatico verso la mosca. Poi il ronzio sparirà ed il visitatore penserà: “Caspita, ma le mosche…In quest’occasione sono io la mosca per loro. Sono io che dò loro fastidio, non sono loro che danno fastidio a me”. Io mi sento la mosca. Ecco perché il titolo del dipinto è “La mosca sei tu”. Non sono uno che fa installazioni o cose del genere. Ma penso che ogni mezzo che si aggiunge, se viene nel momento giusto per comunicare qualcosa, contribuirà a formare un’opera contemporanea. Non anacronistica ma contemporanea, dotata dei mezzi tecnologici contemporanei, con l’audio ad esempio. Ma sarà realizzata attraverso il linguaggio pittorico. Perché tutto parte dalla pittura. Ci sono mosche realistiche, che la gente scambia per vere quando viene in putea. Perché per me quello è il concetto, sempre. E’ un’opera realizzata dal punto di vista della mosca. Il soggetto è la mosca. E’ un discorso universale, in realtà, perché, nell’epoca della polarizzazione – o è bianco o e nero, o è così o così – come si fa a creare un dialogo con una persona che la pensa in modo differente da te se tu in primis in un dialogo non metti in dubbio la tua idea? Non lo fai perché hai paura che la tua idea non sia forte.
Secondo me l’artista non dovrebbe creare risposte ma dubbi. Quanto vedi quest’opera ti viene il dubbio, non hai la risposta. Ma sicuramente, tutte le persone che vedranno quest’opera se la ricorderanno, tornerà loro in mente. E lì ce l’hai fatta, perché hai fatto scaturire un dubbio nella quotidianità di una persona, hai messo un piccolo seme. E non è per fare show.
Si tratta di coltivare il pensiero critico. In particolare, nell’attuale “era dell’accesso”, così come ci vuole la presenza del filosofo, è necessaria anche l’opera dell’artista che mette in dubbio, che nutra il pensiero critico, per togliere la gente dall’omologazione che anestetizza.
E’ per questo che, a livello pratico, dopo aver fatto quel lavoro su Battiato, ho avuto le idee chiare su come proseguire. E, se si deve parlare delle mie cose, lo voglio far fare a chi ha la sensibilità di coglierle. E non voglio avere l’ansia dei social.
Fai bene.
Per esempio, di recente ho tenuto una mostra personale a Porto Cesareo. Prima avevo fatto diversi video sul murales dedicato a Battiato… Ma non mi sono messo a postare in continuazione. Perché ogni cosa ha il suo tempo.
Purtroppo nell’epoca contemporanea, definita da Baudrillard in base al concetto dell’ “iperreale” se non sei sui social, quasi non esisti. Ma poi tutto dipende dal filtro e dagli “anticorpi” che ciascuno di noi ha. Per fortuna tu hai il filtro della cultura ma sei comunque giovane, anche se la tua generazione non è come quella attuale, formata da ragazzi che fin da bambini, dai sei anni in poi, hanno già lo smartphone. Quindi fai bene a non stare troppo sui social.
Perché elimina la poesia. Quello (il mondo dei social n.d.r.) è un tritatutto. Se non hai la consapevolezza di quello che è, ti uccide. Ti uccide dentro. Ed io me ne accorgo. A volte faccio dei detox dal telefono. Lo spengo. Non solo internet, proprio il telefono. Per un mese, due mesi. Le persone che mi stanno a fianco lo sanno: una volta al giorno lo accendo e rispondo, però riconosco che se vuoi fare qualcosa, se vuoi comunicare qualcosa che vada al di fuori della contemporaneità, ovvero che non venga compromesso dalla contemporaneità, non puoi stare là dentro. Perché è una macchina perfetta, sotto quel punto di vista. In questo senso ho avuto gli anticorpi da Gustave Le Bon, con la sua opera “Psicologia delle folle”, che è un libro bellissimo, gli albori della propaganda e della manipolazione delle masse da parte delle dittature. A anche da Bernays, con la sua opera “Propaganda”. Sono arrivato a leggere anche il “Mein Kampf” di Hitler.
Ma queste letture ti insegnano a scoprire i meccanismi del sistema…
Si, perché la cultura è l’anticorpo. E’ quello, è inevitabile.
Il problema è che le nuove generazioni apprendono la cultura attraverso i nuovi media che sono intrinsecamente fuorvianti. Se, ad esempio, leggi un libro di Nietzsche sul telefonino è già diverso che leggerlo in formato cartaceo. Se prendi un appunto sul cellulare o sul pc, e non su un quaderno, cambia la testa. Come diceva Marshall Mc Luhan, “il mezzo è il messaggio”.
Poi, se intraprendi il viaggio esistenziale – e non lo fanno tutti perché è doloroso e anche se sono anziani non è detto che siano maturi – si possono raggiungere traguardi molto belli…
Perché vai in verticale, è diverso. Come dice Battiato nella canzone “Il Re del mondo”: “il giorno della fine non ti servirà l’inglese”. Puoi passare tutta la vita a seguire tutti i master che vuoi, a girare il mondo, a fare quello che ti pare, però, se non hai quel dialogo con te stesso e con la morte, la cosa più importante, è tutto inutile.
Avrei voluto farti la mia domanda di rito: “A tuo avviso l’arte è rivoluzionaria?”. Ma tu hai già risposto…
Certo! E’ che ci stanno facendo dimenticare di questa cosa. Già Siqueiros, Rothko e Rivera, che erano pittori da cavalletto, avevano deciso di “andare sul muro” per parlare a tutti. E questa è una cosa importante: io sono crossover, dipingo sui muri e sulla tela, non sono inquadrabile. Perché prendo un po’ dalla strada e la metto in galleria, un po’ dalla galleria e la metto in strada…perché sono dei linguaggi che si incontrano al centro e possono fare la differenza. Anche nell’ambito del muralismo c’è tanta ipocrisia, c’è tanta grafica che viene confusa con un’opera pittorica. E la gente piano piano dovrebbe prendere coscienza di questa differenza, distinguendo tra un graffito pubblicitario e un’opera, perché comunque è un fenomeno che riguarda tutto il mondo e bisogna iniziare a capire la differenza tra una cosa e l’altra. Perché su questo non c’è chiarezza, soprattutto a livello economico. E’ sempre nell’economia che emerge la differenza tangibile. Se un comune, ad esempio, mi chiede un lavoro su una palazzina, un’opera autoriale ha un costo. Un’opera grafica sul muro, invece, ha un altro costo. Non per screditare il grafico, però si tratta di due cose diverse.
Se tu non fossi stato un pittore non avresti colto l’essenza di Battiato.
Certo.
Devi avere la mentalità da pittore, da artista…
E’ quello che fa la differenza, ed è ciò che di rivoluzionario vorrei portare personalmente. Da una parte nella galleria, dall’altra sui muri.
Dunque tu non escludi la galleria come luogo espositivo…
No, assolutamente, perché credo che, così come ci sono pochi artisti che lo fanno con l’anima, così ci sono pochi galleristi che lo fanno con l’anima. Ma ciò non vuol dire che non ci sian0.
E’ vero, ci sono…
Il percorso dell’invisibilità, a mio avviso, mi porterà a conoscerli, ci porterà a incontrarci, come ho incontrato te…E’ una cosa stupenda, quindi lascio fare all’universo, finchè ho questo approccio.
Senza cercare niente in modo forzato…
Si, come dice dj Gruff: “Più la cerchi, più la poesia se ne fotte”. Più ti chiedi il perché, più la risposta ti gira attorno. Più vuoi prendere, più vieni preso. Poi, l’empatia. Quando hai il “superpotere” dell’empatia, tutto il mondo ti dice che, in realtà, non è un superpotere ma un handicap. Fino a quando, poi, non capisci con le esperienze, il dolore, la sofferenza, con le battaglie interne, che la puoi calibrare. Semplicemente, inquadri la prima persona che hai davanti, capisci subito se ti puoi aprire o se invece te ne devi andare. E, se stai idealizzando qualcuno, cercare di esserne consapevole. L’arte è “rin-voluzionaria”.
Che significa?
Che bisogna guardarsi indietro. Per cogliere l’essenza delle altre rivoluzioni che ha fatto l’arte. Non quelle nuove.




E perché l’arte è “rin-voluzionaria”?
Perché mi dà l’idea di una cosa che ritorna indietro, per il prefisso “rin” che può significare “riavvolgere”. Secondo me bisogna semplicemente guardare all’essenza delle cose. La rivoluzione è dentro se stessi e attraverso la cultura, se sei un artista.
Se sei un artista occorre la cultura e, a mio avviso, non si tratta tanto della cultura sull’arte stessa. Ma riguardo la contemporaneità, la spiritualità: tutto ciò che vi è di trasversale e che ti comunica qualcosa. Perché tutto si ripete. Ora è come se ci dicano: “Ci sono tante rivoluzioni che puoi fare, quale scegli? Che schiaccio il bottone per questa”. Ora faccio questa, poi quest’altra. Ma la rivoluzione più importante è quella dentro di sè, soprattutto in arte. E’ la verità. Eì l’illusione per rendere la verità, non l’illusione per nasconderla. Nonostante io sappia che non posso arrivare al MoMa di New York. Ma non me ne frega un c***o del MoMa di NY.
Cosa intendi per verità?
Per verità intendo essere sinceri con se stessi, compiere un percorso interiore che poi va di pari passo con quello artistico. Perché il percorso interiore ti porta ad avere cura, in qualsiasi cosa che fai. E la cura, per avere cura, bisogna avere tempo. E per avere tempo bisogna scavare dentro di sé e togliere il superfluo. Ed avere anche il coraggio di buttarsi in quel percorso invisibile che ti porterà anche, magari, a lavorare con questo. C’è anche il lavoro, puoi anche campare se fai qualcosa di vero. Non avere paura. Ad esempio, vai in una galleria e ti affitti il vestito. Ma la tua verità è che quel vestito non te lo puoi permettere. Se, invece, ci vai con i tuoi vestiti, quella galleria, in automatico, ti riconoscerà per quello che sei, non ti caccerà fuori con il tuo vestito.
Quali sono i tuoi prossimi progetti?
I miei prossimi progetti sono: realizzare la mia mostra personale, finire le opere. La mia prima mostra personale a 30 anni. Sono fiero di questo, perché non ho ceduto alla frenesia di fare mostre per fare curriculum. Riconosco che questo è il momento. Poi ho dei progetti in alcuni comuni del Salento, dei murali molto intensi. E scrivere: da due anni a questa parte sto scrivendo ho una fiaba. E vivere questa invisibilità al meglio, studiare tanto lo spirito e leggere.
Ai ragazzi che si approcciano all’arte contemporanea che cosa consiglieresti, tu fai arte anche in relazione al territorio?
Consiglierei loro di spegnere il telefono e di sbattere contro la realtà, nel modo più veloce che possono. Conoscere le cose e farsi sempre le domande giuste. E pensare sempre alla persona che hai davanti, non a quello che fa o a chi è, ma alla sua anima, perché è quella la via invisibile che ti porta ad uscire dal labirinto, non quella della materia. La pittura corrisponde al paradosso di mostrare, di fare qualcosa di visibile per qualcosa di invisibile. Se tu fai qualcosa di visibile per qualcosa di materiale, non funziona. Poi, i ragazzi di oggi devono sapere che le persone di domani avranno occhio nel distinguere la verità dalla finzione. Questo è chiaro. Già una persona di base non acculturata riesce a distinguere una locandina fatta con l’intelligenza artificiale da una realizzata con i mezzi grafici tradizionali.
Infatti io non credo nel popolo-bue. La gente giudica, sente…
Si, bisogna capire che l’artista è quello che riesce a condurti. Alla cultura, alle domande…con il tuo linguaggio. Io adesso sto utilizzando un linguaggio universale degli archetipi, in modo che, se una persona è predisposta e vuole esplorare queste dimensioni, ha gli strumenti per poterlo fare nell’opera stessa. Non c’è bisogno di master, non c’è bisogno di niente. Se lo vuoi davvero, c’è una porta. Ma io non userò mai un linguaggio criptico per essere saccente. Perché una porta bisogna aprirla sempre a tutti. E’ questa la cosa più importante. Quelli che se la tirano a me non piacciono.




