Gabriele Perretta, Stazione acida in Bianco & forse nero, Italia 2002

Sulla morte del dialog(o)ænte …

Sulla morte del dialog(o)ænte… di Gabriele Perretta, con un piccolo racconto di Walter Benjamin del 1912, scatta una singolare e sconcertante foto sull’amicizia e la sparizione del dialogo:«Non è di me in quanto tale che vorrei parlare ma di me come di un’esperienza fra le altre. Mi auguro che ogni lettore possa riconoscersi o considerarsi partecipe dello stesso problema fondamentale. Prendendo coscienza della pienezza della missione amicale, si vuole dare in consegna al fruitore che legge il segreto di un dialogo. “Sono soltanto un amico”, e gli amici non vivono di sé e per sé ma del messaggio che portano, e la fedeltà ad ogni costo è la loro divisa: sono dialoghi sul senso ultimo delle cose».

Storia silenziosa
Raccontata in occasione del compleanno di mia madre (1912)

di Walter Benjamin 

«Un direttissimo attraversava una regione piovosa. Uno studente era seduto in un vagone di terza classe; veniva dalla Svizzera, dove aveva passato un paio di giorni dispendiosi sotto la pioggia. 
Lasciava vagare i pensieri con una certa tenera indulgenza e cercava di suggestionare se stesso a una debole noia. Nello scompartimento giallo c’era un signore anziano e una signora sulla sessantina. Lo studente la fissò sfacciatamente per un minuto, si alzò e uscì con lentezza nel corridoio. Guardava attraverso i vetri degli scompartimenti e notò una studentessa della sua università della quale era innamorato, fino a quel momento in silenzio, come nella prima fase di simili circostanze faceva sempre. Quando la vide, non riuscì a trattenersi dal trovare la cosa naturale. Con la sensazione dell’uomo che ha agito correttamente, tornò a sedersi nel suo scompartimento. 

Verso le dieci di sera il treno arrivò nella città universitaria. Lo studente scese senza voltarsi. Poco dopo, quando vide davanti a sé la studentessa che si trascinava dietro una valigia nera, apprezzò la naturalezza della situazione. Il ricorso dei giorni passati in Svizzera sotto la pioggia svanì. 

Non si premurò di seguire attraverso la stazione la studentessa di cui era innamorato (“pur sempre – innamorato”, osservò tra sè e sè). Naturalmente si sarebbe fermata ad aspettare con la sua valigia alla fermata del tram. E in effetti era lì, con pochi altri viaggiatori. Cadeva una pioggia sottile. Arrivò in tram (non era la sua linea, notò), niente di più sgradevole tuttavia che aspettare sotto la pioggia. La studentessa salì davanti e il controllore le sistemò la grossa valigia. La massa scura di quella valigia aveva qualcosa di affascinante. Come si stagliava spettrale sulla piattaforma! Quando la vettura si mosse, lo studente salì sulla piattaforma anteriore. 

Erano gli unici due. La pioggia gli batteva sgradevolmente in faccia. Lei era in piedi vicino alla valigia, avvolta in uno spesso mantello da viaggio che la faceva sembrare brutta come un enorme plaid. 

La vettura procedeva veloce, saliva poca gente. Attraversava il quartiere più lontano, già quasi periferico. Sullo studente scendeva un’irritazione sottile come le nuvole bagnate. Lentamente l’irritazione diventò furore. Divampò l’odio per la Direzione, che aveva mandato il tram in una zona fuori mano. L’odio per quelle strade buie e le finestre con le lampade accese. Odio ardente, patetico per quella pioggia vile e inadeguata. Si avviluppò nel cappotto e decise di non dire nulla, nemmeno una parola. Non era certo lo schiavo di quella donna dall’impermeabile orrendo. Oh no!

La vettura procedeva molto in fretta. Un sentimento imperioso lo travolse e abbozzò una poesia. 

Poi non pensò più a niente, se non: vorrei proprio vedere fin dove arriva. 

Dopo due minuti la vettura si fermò. La signora scese e il controllore afferrò la valigia. Allora la furia gelosa del giovanotto si destò. Si impadronì della valigia senza una parola, scese e la seguì. L’aveva seguita per un centinaio di passi quando un gesto elastico della testa di lei gli fece venir voglia di rivolgerle un paio di frasi sull’ora e sul tempo, quasi in tono di scusa. 

In quel momento vide che la giovane donna si era fermata davanti a un portone, sentì la chiave girare la serratura, vide l’oscurità di un corridoio ed ebbe appena il tempo di porgere la valigia alla studentessa con un impercettibile “buonasera”. La porta si richiuse. Sentì che veniva sprangata dall’interno. Le mani sprofondate nelle tasche del cappotto, si allontanò a passo deciso nell’oscurità piovosa mentre una parola gli riempiva la mente: “portabagagli”.»

Gabriele Perretta, Fuori-Stazione, Paesaggio grigio, 2002.

L’attesa giovanile si presenta sotto numerose forme. Un giovane altrimenti vivace, sveglio, molto intelligente, può avere soltanto brevi periodi di sguardo fisso, mentre un altro, con disturbi diversi, può presentare convulsioni prolungate. Che cosa davvero la stanchezza dell’attesa può significare per noi dipende perciò da chi abbiamo conosciuto con questa ansietà o da che cosa ne abbiamo sentito dire. Il tipo di attacchi, le cagioni, le ansie che si associano a queste crisi: tutto ciò influisce sulle nostre opinioni nel momento in cui tentiamo di dare una definizione di quella mediazione che si sposta tra timore e tremore. Una crisi d’ansia è un’avvisaglia che la testa sta mal funzionando. È un evento clinico. Questo malfunzionamento può sussistere transitoriamente e non ripetersi mai più, oppure essere il segno di una disabilità intima, durevole, che comporterà molti altri assalti. Poiché sono differenti le aree della mente in grado di produrre le crisi, queste ultime possono avere caratteristiche molto diverse in ogni piccino o adulto. Il termine afflizione viene usato in riferimento a un gruppo di disturbi caratterizzati tutti da crisi ripetute. La maggior parte dei giovani con angosce ha soltanto un tipo, o pochi tipi, di crisi.

A ogni modo, quando i giovani crescono e maturano le caratteristiche delle loro crisi possono mutare, magari distanziarsi, abbandonarsi, isolarsi, sciogliersi da qualsiasi amicizia. Le malattie isolano e guastano. In alcuni giovani, all’aumentare dell’età compaiono nuovi tipi di crisi, mentre in altri la molestia scompare e si dice allora che “ne sono fuori”. L’esito supremo dello stato di inquietudine dipende spesso dal tipo di pretesto che l’ha prodotta.

Ogni crisi ritrae un’improvvisa, sovrabbondante attivazione di cellule nervose nel cervello e la si può valutare come una specie di bufera. Al termine di una crisi, le cellule cerebrali (che sono chiamate neuroni) possono in un certo senso essere esaurite e funzionano quindi di meno, diventando più quiete: ciò spiega i lunghi periodi di caos e assopimento che seguono di solito un peggioramento fisico. L’unica cosa in comune che tutti i tipi di crisi spartiscono è il fatto di essere segni di una anomalia del cervello. Per favore non lasciatemi battere, ancora, i denti. 

Ad Angelo è stata diagnosticata l’angoscia alla e della nascita, ed è in cura da quand’era giovanissimo. All’inizio aveva attacchi di piccola entità che consistevano in contrazioni palpebrali continue. Poi le crisi cominciarono a durare talmente a lungo da rendere difficile determinarne il corso e la causa. All’età di tredici anni, durante le vacanze, ha avuto una crisi convulsiva mentre eravamo in auto. Era seduto sul sedile posteriore delle attese, il sedile di sempre, il sedile delle emarginazioni familiari, e all’improvviso è stato colto dall’attacco. Fu indubbiamente la situazione più spaventosa che abbia mai vissuto: iniziò a rabbrividire, i suoi occhi erano fissi e vetrosi, era diventato tutto amaranto e sembrava si stesse mordendo la lingua. Era spaventato a morte. Quando ne venne fuori, il suo commento fu: “Non riuscivo a smettere di tremare”, poi si mise a piangere ripetendo in continuazione: “per favore, non lasciatemi tremare ancora; mi sa che questa non è solo angoscia: io non sento solo l’angoscia!”. 

Aristotele definì l’amicizia come onestà, scagionando così la sua esposizione nell’Etica Nicomachea. La forma privata dell’amicizia è quella pubblica della comunità, e viceversa. Nella tirannia l’amicizia, che deve essere fondata sulla libertà e sull’uguaglianza, ha poco spazio o niente del tutto: «Così alcuni bevono in compagnia, altri giocano ai dadi, altri ancora si dedicano insieme alla caccia o alla filosofia. E ogni volta condividono con gli altri ciò che apprezzano maggiormente nella vita». Fare tutto questo aiuta a non ammalarsi e soprattutto aiuta la nostra considerazione del privato che è pubblico e del pubblico che è privato. Il Liside di Platone è un dialogo sull’amicizia, la quale è da preferirsi a tutto l’oro e la malattia dell’oro di Dario. La conclusione della polemica dei sofisti è: “Cosa sia tuttavia un amico, non saremmo ancora riusciti a stabilirlo”. Il Lelio di Cicerone dichiara l’amicizia necessaria e inevitabile per tutti i cittadini e stabilisce la sua sostanza come “concordanza in tutte le cose divine e umane, congiunta a benevolenza e inclinazione”».

Decidemmo di abbreviare la vacanza. Angelo ebbe un’altra crisi circa un mese più tardi. Dopo aver guardato The lobster di Yorgos Lanthimos, andò a dormire alla solita ora. Si coricò, ma cadde dal letto ed ebbe quattro attacchi nell’arco di mezz’ora. Venne ricoverato in ospedale per essere tenuto in osservazione. Era totalmente esaurito dopo aver valicato quelle crisi e aver meditato su quelle distanze di amicizia, su quei desideri di condivisione.

Osservare Angelo in quei momenti mi spaventava molto, anche se mi rendevo conto di cosa stesse accadendo. Per fortuna, da due anni le sue crisi sono tenute sotto controllo. Non auguro a nessuno di vedere una persona cara in quello stato.

Gabriele Perretta, Sulla morte del dialogo Nero-Grigio Forse Bianco Italia, 2021

L’indugio:
1. Il marciapiede di una stazione ferroviaria, stava per arrivare un treno, ero lì, aspettavo un mio caro compagno che le circostanze della vita avevano portato non so dove. Molta gente con carrelli pieni di valigie, famiglie con bambini piccoli, ragazzi con zaini a tracolla, persone sole, ferme, davano l’immagine tipica dei molteplici sentimenti e delle formalità che si esprimono in particolari momenti.

Sui pochi sedili di freddo granito grigio, giornali aperti, sollevati, che nascondevano volti in attesa, intenti alla lettura. Gli amplificatori annunciavano continuamente arrivi, partenze, ritardi.

La gioia di un incontro, un arrivo indesiderato, un addio non voluto, un’avventura senza domani, potevano indicare ansietà.

Il binario, via di comunicazione obbligata, duro serpente di ferro, dove il mezzo poggia le sue ruote e trascina nell’uniforme confusione, godimenti, fiducie, oppressioni, amori segreti, si allungava in una pianura deserta, spoglia di piante, di terra selvatica, tra immagini equidistanti l’occhio vedeva ombre e stati onirici come se si toccassero all’infinito.

Ragionare, guardare attentamente, immaginare era volontario; un fazzoletto mosso da una mano alzata, una lacrima, un abbraccio, una stretta di mano, in quello spazio erano gesti d’affetto, contrassegno di vicinanza, ben presto trasformatisi in separazione.

Il convoglio stava per arrivare, in lontananza si vedeva una massa scura, si muoveva lentamente, si avvicinava.

Molte persone sarebbero arrivate, altre partite; la confusione aumentava, dai finestrini tante facce sorridevano, cercavano incontri. Il mio amico non si vedeva, forse non lo riconoscevo, c’era tanta gente, era passato molto tempo; l’aspetto cambia, si diventa adulti, sempre più adulti, quasi vecchi, si perde l’espressione leggera che la giovinezza concede e, addirittura, le malattie si fanno più evidenti.

Mi collocai davanti l’uscita, aspettai che tutto si rasserenasse, ma nulla. Il treno riprese il suo tragitto, poi la successiva sosta, gli stessi segni, le stesse tappe, gli stessi addii, le stesse ansie si sarebbero ripetuti come il perpetuarsi del giorno e della notte, l’estate e l’inverno, l’esistenza e la scomparsa. Il rituale s’era compiuto, ed io, con l’insoddisfazione di un incontro mancato, dovevo tornare a casa.

Che cosa aveva impedito la partenza e il desiderio di ricordare, con un vecchio amico epilettico, gli anni più belli, quando tutto sembrava più facile e l’entusiasmo rendeva importanti le cose semplici?

Dove cercarlo se non conoscevo l’indirizzo, la città dove abitava, il lavoro che faceva. Lui aveva trovato me, voleva vedermi, esprimersi, forse reclamare rinnovi amicali.

«Ci sono parole che passano di bocca in bocca attraverso i secoli senza che il loro contenuto concettuale assuma mai nella nostra mente contorni chiari e definiti». Una di queste definizioni – scatole che custodiscono una indeterminata linearità di fatti e di conoscenze – è quella che designa l’amicizia, un impulso sul quale le persone non hanno cessato di interrogarsi, da Platone a Montaigne, da Emerson a Nietzsche. Siegfried Kracauer (1889-1966) – “lo strano realista” (Adorno) vicino alla Scuola di Francoforte come filosofo, sociologo e indagatore dei fenomeni della cultura di massa – ha toccato il tema, fra l’altro nelle sue due prove narrative: Ginster e Georg. In questi saggi, Kracauer affronta apertamente l’argomento a partire dalle forme larvali e difficoltose dell’amicizia: il cameratismo, la colleganza, la conoscenza, l’amicizia intermedia, quella fra uomo e donna, fra adulti e fra giovani e adulti, fra tormentati e soggetti sereni, fra sofferenti e decadenti. La vera amicizia, attraverso tutte le sue fasi tematiche, è per Kracauer “dialogo fecondo” che diventa “con-vivere” dove gli individui, nella piena autonomia della personalità, esercitando reciprocamente un’azione maieutica, avanzano l’uno grazie all’altro nella loro esistenza”, fin dove è possibile la strada comune “prima delle cose ultime”. Insomma, sembra dire Kracauer, non solo si hanno gli amici che si meritano, ma si ha anche l’amicizia che si merita o che ci manca. Ricorda Kracauer: “Supponiamo dunque due persone che abbiano un rapporto abbastanza equilibrato e donino e ricevano entrambe in eguale misura, come si conviene ad un vero dialogo – supponiamo che due persone siffatte si mettano insieme in cammino per trovare la verità. Da tutte le ragioni che essi percorrono insieme emergono problemi a partire dai quali essi possono procedere in direzione delle questioni fondamentali, le uniche essenziali. Ogni punto si presta come punto di partenza, da ogni luogo strade che convergono a raggiera conducono al centro nascosto” (Das Gesprach [Il dialogo fecondo], in “Frankfurter Zeitung”, 30 marzo 1923). 

2. Tante ore passate insieme, le lunghe passeggiate, la passione politica, gli ideali, i trascorsi del ’77, le utopie, i passaggi dalla musica prog al punk e alla new-wave, le escursioni epistolari sui litigi tra Kracauer e Benjamin, le traduzioni dei saggi di Hans Jurgen Krahl, delle opere di Walter Benjamin, le lettere scritte a Daniel Cohn-Bendit, l’amicizia con Andrea Pazienza, l’organizzazione dei concerti degli Area, la fondazione dell’Istituto di Free-Jazz, le traduzioni di Paul Celan: voler cambiare il mondo, i sogni per una società più giusta, le serate al cinema, i gusti musicali e le parole rimaste sui pezzettini di carta morbida. “Mi sento bene prima di una crisi, poi ho mal di testa e mal di stomaco e devo sdraiarmi, dopo circa un’ora sto di nuovo bene. Due volte mi ha fatto male la medicina e c’è voluto un mese per riprendermi. I miei insegnanti sono gentili, se ho mal di testa mi mandano in infermeria dove sto sdraiato su un lettino fino a quando mi sento meglio. Mia madre ha parlato con delle lettere delle mie crisi, così riescono a capire quando sto per averne una in aula magna. I compagni dell’università sono gentili con me, la maggior parte di loro mi chiede qual è il mio problema. Posso fare quasi tutto”.

Ci univa un’amicizia fraterna e forse dipendente dall’al di là della malattia. Dal desiderio di voler superare la malattia. Senza mai tradire il dialogo era sempre aperto; il piacere della discussione, argomenti che generavano divergenze, era la normalità del dibattito: “Una volta che i due uomini si sono compresi reciprocamente nel loro significato di individui esistenti, il dialogo come tale acquista un’importanza enorme e la ricerca della verità diventa un confronto delle persone.[…] Se i due individui si configurassero come persone in sé concluse e non suscettibili di alcun mutamento, il momento in cui le persone si comprendono segnerebbe la fine del dialogo, che si risolverebbe in una contrapposizione rigida, e la ricerca della verità si esaurirebbe in una valutazione delle persone limitata al piano estetico” (Kracauer, 1923). 

Un giorno partì, venne a salutarmi, poche parole, senza un arrivederci, come se tutto fosse stabilito, come se il destino avesse dato degli ordini, senza un accenno di dispiacere, di ribellione, di ripensamento. Sentii la sua assenza, mi mancava tutto quello che facevamo insieme, il parlare entusiasmato, la frequenza del sentire, la voglia di sfiorare il cielo, le stelle e l’ingenuità del bene. Era lui, il mio amico, conoscitore di una parte di me, quella importante perché conteneva l’entusiasmo e la spensieratezza, i sogni che gli ideali portano, la morale dettata da una interiorità non ancora conoscitrice dell’indole umana.

L’amicizia, bilancio importante, arduo sentimento, complice disinteressata, sarebbe svanita, perduta, dissolta nel nulla senza ragione. Un valore perduto, raro da trovare. Gli eventi si accettano, si elaborano, si cerca di dar loro una giusta sistemazione. Un amico non è semplice conoscenza basata sulle modalità quotidiane, egli fa parte di noialtri, fa parte della nostra sfera affettiva, è legame particolare del nostro esistere.

Dopo tanto tempo, tanto silenzio, una breve lettera mi comunicava il suo ritorno; ero felice di rivederlo, avevamo tanto da ribadire, da menzionare. Da persone mature, diverse, cambiate dagli eventi, potevamo ripetere a memoria il testo di Kracauer del 1923: “Il culmine di questo colloquio, la generazione, è raggiunto quando le persone che si erano contrapposte polarizzandosi arrivano ad un tale livello di armonia del loro essere che, per così dire, matura un nuovo essere che comprende e custodisce in sé l’essere di entrambi, e quando poi da quest’ultimo, dal nuovo essere, sbocciano idee che prima nessuno dei due avrebbe potuto concepire in questo modo. Il fatto che le idee così concepite siano debitrici della loro esistenza all’unione di due persone situate a due poli opposti, costituisce ancora una volta una testimonianza incisiva del loro essere-in-relazione con la natura dell’uomo, con l’essere potenziato dei due individui uniti”.

Lo immaginavo con i capelli e la barba maculata, un paio di lenti con una leggera incastonatura e il suo solito semplice garbo. Il passo svelto, mi avrebbe visto da lontano, la mano alzata per dirmi sono qui, forse gli occhi umidi di emozione, un abbraccio.

Tanti anni vissuti, lo avrei, rincontrato, avremmo parlato, avrei finalmente saputo.

Lui non c’era, non era venuto. Lasciai la stazione, in cuore la mestizia che la delusione sa dare. Non sapevo cosa pensare, cosa fare, non avevo indizi che mi facessero capire dov’era.

Avrei continuato a chiedermi il perché di quella lettera, il desiderio o la necessità di vedermi.

Ero arrivato a casa, pensai di rivedere il breve contenuto del messaggio, forse avrei capito di più; mancava il mittente. All’improvviso un indizio che mi poteva aiutare: il timbro postale; sì, quel timbro rotondo sopra l’affrancatura doveva recare il luogo di provenienza; lo guardai attentamente e, come spesso capita, non era chiaro, l’inchiostro non aveva aderito uniformemente. Presi una lente d’ingrandimento e tentai di ricostruire quel nome, era importante, almeno una fiammella si poteva accendere, un briciolo di speranza per poterlo trovare, la data era chiara, ma non mi era utile. Rileggevo continuamente lo scritto nella speranza di trovare qualcosa.

Riconoscevo bene la grafia, le b rotonde, le z senza taglio al centro, semplice a prima vista.

Vedevo lui quando scriveva, in modo ordinato, chiaro; i suoi libri sempre in ordine, con la fodera di carta camoscio marrone e il titolo del testo scritto in stampatello. Le prime opere in italiano di Walter Benjamin, le traduzioni di Alfred Sohn-Rethel, l’edizione completa delle opere in tedesco dell’autore dell’Angelus Novus, tutti gli scritti di Beckett con il commento di Adorno, le edizioni della Nuova Italia della raccolta di articoli di Rudi Dutschke, la Torah e il Talmud!

Ogni mattina alle otto, l’appuntamento davanti al negozio del fornaio, lui un cornetto, io un semplice panino.

Tanti discorsi inerenti l’Università, commenti sui libri di letteratura che stavamo leggendo e il tempo, aiutandoci a crescere e maturare, nel movimento studentesco napoletano, rafforzavano la nostra amicizia. Distrarmi sul passato identificava con più razionalità il nostro rapporto e tutto appariva sincero, puro, senza meschine invidie. Nessuno ha mai sospettato di derubare le riflessioni dell’altro, i faticosi lavori di traduzione dei classici greci e latini. Il canone del dialogo rispettava la parola da noi condivisa. Lasciavo i miei ricordi e riprendevo ad analizzare quel timbro; lo guardavo, con tanta luce, ma era incomprensibile. Erano quasi chiare le ultime due lettere: ..go. Cosa avrei potuto individuare con sole due lettere finali? E poi quel ..go, come una negazione incondizionata, una premonizione. Poteva essere Strasburgo, Zurigo o qualsiasi altra città del nord europa. Pensai di consultare gli elenchi telefonici di alcuni capoluoghi, niente, nemmeno una omofonia. Il cognome era particolare, non comune. In fondo che cos’è un nome? Ha un senso approfondire una nozione apparentemente così intuitiva? Come può contribuire a una maggiore consapevolezza linguistica esaminare i modi in cui il linguaggio identifica le entità a cui pensiamo?

Non volevo desistere, doveva esserci un mezzo, una strada da seguire, ma quale? Mi sembrava tutto faticoso, infattibile. I giorni passavano, non riuscivo a staccarmi completamente, era un pensiero latente, tanti interrogativi, tanti perché, anche la curiosità di sapere.

Trascorse altro tempo, la convinzione che tutto fosse rimasto irrisolto lasciava il posto alla rassegnazione. Una mattina, un’altra lettera, ormai imprevista, il timbro era limpido, interpretabile, quel … go finale non era più un dilemma, la spiegazione era completa, sapevo da dove veniva. Aprii la busta, presi il foglio, era la sua scrittura, cominciai a leggere:

“Amico mio, scusami, non volevo disturbarti, ma a chi se non a te partecipare il desiderio di raccontare il seguito di un’amicizia mai interrotta nell’anima. Non mi è stato possibile, non per colpa mia. Pensavo di farcela, volevo vederti, parlarti, anche se le parole sono incapaci di pronunciare tutto il sentire. Volevo rifiorire qualche attimo che la memoria ha riposto ma non cancellato, che mi aiutasse a reggere il rimpianto di aver abbandonato il luogo delle mie radici e te, conoscitore unico dei miei pensieri, dei miei desideri, delle mie gioie, delle mie angosce. La sofferenza del mio corpo per una malattia che non concede attenuanti, mi avverte che la mia vita sta per concludersi. Come è nelle cose, tutto finisce e anch’io faccio parte di ciò che è provvisorio. È orribile il modo in cui mi sento quando ho le crisi: divento cieco per circa quarantacinque secondi, sento di avere gli occhi storti e di essere su un altro pianeta, spesso vedo tutto nero e ogni tanto ho forti mal di testa. Qualche volta, resto a letto pensando: “Perché proprio io?”. Tuttavia, potrebbe anche andare peggio. Qualche anno fa mi è stato diagnosticato un focolaio di crisi epilettiche nel lobo occipitale, allora, non era subentrata la malattia terminale di adesso! Ho fatto molti EEG e circa tre risonanze magnetiche e non è stato divertente scrivere queste poche righe. I miei occhi fanno movimenti rapidi, non riesco a vedere e mi spavento. All’inizio, avevo paura che non avrei più visto la luce del sole ma, grazie all’aiuto di dottori bravissimi e delle medicine (che non amo prendere!), riesco a convivere ancora per pochi giorni con il mio male e prego solo che un giorno le crisi possano cessare, proprio come sono iniziate. Dal primo giorno, le sensazioni che provo nei confronti dei mie attacchi sono molto forti, per l’effetto che hanno su di me dal punto di vista emotivo. Divento molto teso e nervoso perfino con chi mi assiste. Quando sono in questo stato non incolpo mai nessun altro, tanto meno Kracauer: lui è meraviglioso da rileggere. Le mie crisi mi imbarazzano di più quando avvengono in pubblico, come quando sono andato con mia figlia a trovare una parente di Strasburgo: facevamo acquisti in un centro commerciale e stavamo salendo con la scala mobile, ero l’ultimo della fila e stavo a circa metà rampa con una bibita in mano, quando dissi ad alta voce a mia figlia: “Sto per avere una crisi che si aggiunge al resto!”, lasciando cadere la bibita. Mia figlia non sapeva cosa fare, perché naturalmente non poteva scendere lungo la scala mobile che stava salendo! Mi disse solo di afferrare il corrimano e mi sorresse non appena fu in grado di farlo. Mi sentivo molto stanco e terminò così la nostra divertente visita ai negozi.

Non sono sempre presente a me stesso e non riesco a leggere il saggio di Kracauer così come ai vecchi tempi, quando lo scoprimmo. Sono seguito da un bravissimo dottore che è più di un semplice medico, per me è un amico e la cosa incredibile che è stato anche amico di Kracauer: l’ho conosciuto al centro specialistico, ha registrato una videocassetta in modo da farmi rendere conto di ciò che accade durante una crisi. Perchè tutte le crisi hanno un fondo  di corrispondenza mediale! Riesco a parlare e a sentire ma, il giorno in cui sono stato registrato su videocassetta, seguendo le parole sul cinema di Kracauer, ho avuto circa dieci crisi, così il dottore ha modificato la mia terapia. Non mi consola l’eventuale nuova dimensione, non la conosco. Sento il dubbio, la paura della fine, della morte. Volevo esistere, amare,dare e ricevere come è giusto che sia, ma sono costretto a lasciare. Lascio anche a te, come ho fatto tanti anni fa, senza l’opportunità di poterti riabbracciare, lascio la tua amicizia, i nostri lavori giovanili in comune, la raccolta di poesie, la sistemazione dell’archivio leopardiano e tutte le altre cose che ho portato sempre con me, come bene irrinunciabile: lascio la vita. Ti segnalo infine le ultime parole conclusive de Il dialogo fecondo: «Come animali intimoriti che si stringano insieme di fronte ad un grave pericolo, muti e irresoluti, così sono, molte volte gli uomini che si mettono in cammino insieme alla ricerca della verità. All’amore che tende all’alto si unisce tacitamente l’amore che trova il suo appagamento nell’abbracciare la persona, perché a chi ha visto naufragare la speranza di giungere alle cose ultime si addice l’umiltà. In questo amore affonda le radici quell’ironia sagace e vagamente malinconica con cui i due individui accompagnano gli alti e i bassi del loro dialogo, quel blando cinismo con cui si avventurano in basso, nelle regioni dove domina ciò che è solo – umano per dividere tutte le manifestazioni della loro esistenza. Ma l’espressione più alta di questo amore è il silenzio che talora suole stabilirsi quando il dialogo ha toccato il suo apice – il silenzio che in fondo dice tutto: l’unione di fronte alle cose ultime, il non-aver-ancora-trovato e l’ineliminabile irresolutezza – che significa tutto questo e ora non conosce più altro che l’abbraccio silenzioso che racchiude tutta la persona » (Kracauer, 1923). Mantieni sempre la buona fede, la nostra sincerità, componente essenziale di un legame puro; mantieni la dignità politica come bene supremo, conserva la nostra amicizia anche se io non ci sarò più, come pegno della nostra illimitata considerazione. Tuo Angelo.”

Il turbamento era dentro di me, senza accorgermene il mio viso si lavava, sentivo il salato sapore di un fluido, espressione tangibile di ogni emozione. Avevo perso per sempre il mio amico, bene immenso perché appartiene alla parte migliore di me, mi aveva lasciato il ricordo, mezzo indispensabile per continuare a vivere.