Caravaggio, Il Seppellimento di Santa Lucia, 1608 © Pubblico Dominio

Santa Lucia al MART(IRIO)

Una riflessione sul progetto di Sgarbi di condurre al Mart(irio) il Seppellimento di Santa Lucia, testimonianza unica e grandiosa del passaggio di Caravaggio da Siracusa.

Non ricordo chi l’abbia detto, ma sottoscrivo: la madre dei Caravaggio è sempre in cinta. Non passa anno senza una nuova attribuzione di una pala d’altare, di un piccolo trionfo floreale, qualche tempo fa a Milano sono saltati fuori addirittura dei possibili disegni. Solo in Sicilia i Caravaggio, anziché crescere, diminuiscono. Talora, come è accaduto a Palermo, ci pensano i ladri. Altre volte è sufficiente l’incuria, come quella che ha ridotto all’ombra di sé stessa – una parte di colpa, sia detto a scanso di equivoci, è della mano frettolosa dell’autore – la Natività povera di Messina, recentemente restaurata. Altre ancora ci pensano gli organizzatori di grandi eventi che, persino in tempi di lockdown, non si preoccupano d’altro che di spostare le opere qua e là. Magari con la scusa di guarirle mediante interventi di recupero e teche che sanno tanto di magia. Mi riferisco, lo avrete capito, al progetto di Sgarbi di condurre al Mart(irio) il Seppellimento di Santa Lucia, testimonianza unica e grandiosa del passaggio di Caravaggio da Siracusa, per uno dei suoi geniali accostamenti tra presente e passato: Santa Lucia in compagnia di Burri e Pasolini. Certo, a furia di movimentarlo, il sudario consunto del dipinto siciliano ai lavori di Burri somiglierà davvero; i malati – Seneca docet– non hanno bisogno di gite, ma di quiete e riposo. E tuttavia non mi sento di gettare la croce sulle spalle di Vittorio. La colpa non è soltanto sua. I primi a dare il cattivo esempio sono stati proprio i siracusani, che hanno tradotto il dipinto dal suo loco natio, la Chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, prima a palazzo Bellomo, poi alla Badia di Santa Lucia in piazza Duomo. Non si rendono conto lorsignori che il quadro, rubo la frase a Tomaso Montanari, non è una cassa di arance, da vendere al mercato? A giudicare dal tenore dei commenti sulla stampa locale e nazionale, proprio no. Buona parte delle argomentazioni contro il prestito riguarda infatti la sottrazione di una risorsa al territorio. Pare che senza Caravaggio non si abbia niente da offrire alle torme di turisti affamate di arte cui la città di Siracusa è abituata. Peccato che, con il distanziamento sociale e la chiusura delle frontiere, questo tipo di turismo non esista più. È anzi il momento che i templi della cultura si attrezzino ad accogliere un pubblico selezionato. Un pubblico – giusto per capirci – di viaggiatori e non di croceristi in libera uscita, che non possono allontanarsi dal molo per non perdere la nave. Un pubblico, forse, meno internazionale, ma di sicuro più maturo e consapevole, e perciò in grado di cercare, e riconoscere, il dipinto nel suo ambiente originale. Per carità, il messaggio di un’opera resiste alle peggiori vessazioni. Ciò tuttavia non toglie che, trapiantandola in serra, esso risulti drasticamente impoverito. Caravaggio Santa Lucia l’ha seppellita in quella chiesa, con la sua luce, i suoi punti di vista, i suoi contesti. Riuscirà la quarantena, costringendoci alla sosta, a fare nostri questi concetti elementari?