È necessario celebrare Francesca Alinovi, critica d’arte visionaria e lungimirante, non solo perchè la cronaca nera ha fagocitato per circa 40 anni la sua figura, eclissando la sua attività critica e relegandola nell’angolo delle donne vittime di violenza, ma anche perchè la critica d’arte vive da decenni uno stato confusionale. Ha partecipato attivamente ai primi anni del dibattito artistico di Segno, con un’intervista di Loredana Parmesani dedicata all’Italian wave e alla mostra Nuova Immagine della Triennale di Milano, curata da Flavio Caroli, con David Salle, Julian Schnabel e Antony Gormley, sul nr. 17 della rivista del settembre 1980 e altri interventi sulle mostre dedicate ai Nuovi-Nuovi, come la storica mostra ORA! del dicembre 1981 presso lo Studio di Cesare Manzo a Pescara.
Nata a Parma nel 1948, Francesca si è formata nel neonato DAMS di Bologna che annoverava tra gli insegnati Umberto Eco e Renato Barilli. Si è laureata con Francesco Arcangeli con una Tesi di Laurea su Carlo Corsi e ha proseguito le sue ricerche con Barilli, oltrepassando la dimensione del quadro e esplorando tutte le estensioni dell’arte, a partire dal corpo dell’artista, che per lei fu centrale.
È stata figura di frontiera (una sua mostra postuma del 1984 si chiama proprio Arte di frontiera: New York Graffiti), perchè si è formata in uno snodo fondamentale e in un periodo di grande fermento e cambiamento. Da una parte l’Università iniziava a interessarsi alla teoria dello spettacolo, della musica e a prendere seriamente le scienze dello spettacolo e le arti applicate. Si usciva da un periodo di forti tensioni politiche e scontri armati e le arti deflagravano verso una sperimentazione all’ennesima potenza, protesa in tutte le direzioni.
Le possibilità del/la business man/woman degli 80’s erano le stesse delle artiste: infinite e protese in tutte le direzioni. Un mare di possibilità in cui si poteva giocare, sbagliare, mescolare i codici e i linguaggi senza preoccuparsi troppo delle conseguenze, come se la storia fosse entrata in stand-by per un po’ e anche il critico d’arte si potesse prendere meno sul serio.
Ecco che Francesca Alinovi colse, con la sua spiccata sensibilità intellettuale, questo cambiamento antropologico.
Prima le Settimane Internazionali della Performance, curate da Francesca insieme a Renato Barilli e Roberto Daolio, organizzate al Mambo di Bologna tra il ’77 e l’82, che hanno intercettato la centralità della performance art in quel preciso momento storico, invitando a Bologna tra gli altri Marina Abramović e Ulay, John Cage, Laurie Anderson, Vito Acconci, Vincenzo Agnetti, Luca Patella, Luigi Viola, Luigi Ontani, Fabio Mauri, Vettor Pisani, Demetrio Stratos. Di quest’ultimo Francesca si innamorò perdutamente, ma da questa breve storia in poi la sua vita sentimentale fu costellata di dolori, a partire dalla morte prematura di Demetrio Stratos. Francesca e Demetrio parlavano di andare a vivere insieme, come ha raccontato l’artista vicino alla critica d’arte Marcello Jori, quando Stratos si ammalò e fu ricoverato. Aveva una grave infiammazione all’apparato fonatorio e probabilmente i farmaci che assumeva per curarla gli avevano causato una anemia aplastica che lo portò alla morte in breve tempo, nel 1979. Francesca rimase profondamente turbata da questa morte e iniziò una discesa nelle tenebre della solitudine, che, come testimoniano i suoi diari, nei suoi momenti più intimi e segreti, non l’ha mai più abbandonata.
Francesca Alinovi e Demetrio Stratos sono morti entrambi prematuramente, a 34 anni lui e a 35 anni lei, ma hanno lasciato un segno indelebile nella storia recente: sembravano ultraterreni anche da vivi, lui per la voce proveniente da infiniti luoghi e regioni del mondo allo stesso tempo che spingeva fino ai limiti del possibile, lei per il pensiero agile e inafferrabile, proprio come la voce di Stratos. Due anime segnate da un comune destino. La loro grandezza è testimoniata dal fatto che il loro genio si sia potuto esprimere, anche se non abbastanza e non quanto ne avremmo avuto bisogno, in così poco tempo. Come due novelli Icaro, si sono avvicinati troppo al sole, fino a cadere.Negli anni successivi Francesca ha scoperto New York, compiendo un viaggio all’anno nella Grande Mela e avviando uno scambio tra Europa e America, in America ha portato i Nuovi-Nuovi, un gruppo di artisti italiani da lei riuniti, alla Holly Salomon Gallery di New York e in Italia ha portato la New Wave Americana, con artisti tra cui Ann Magnuson, Kenny Scharf e Keith Haring. Quest’ultimo affermò che la più importante intervista della sua vita la fece proprio con Francesca Alinovi.
Durante il suo primo soggiorno newyorkese conobbe l’artista post-minimalista Richard Tuttle, e con lui partì per un viaggio in India, troppo presto rispetto alla morte di Stratos, ma comunque decisa ad andare avanti. Durante il viaggio lui si ammalò e per ragioni a noi sconosciute la lasciò, successivamente fece delle dichiarazioni forti che non si spiegano ma che celano qualcosa di oscuro, inestricabile e premonitore: “Francesca era dotata di un’intelligenza sorprendente, straordinaria, ma a un certo punto ho iniziato a sentire la mano di un destino malvagio che incombeva sulla sua vita e che ha iniziato a seguirla, quello che abbiamo fatto io alla sua vita e lei alla mia è qualcosa che sembra una forma di predestinazione, a un certo punto ho pensato che se non l’avessi lasciata forse sarei potuto arrivare a ucciderla” (Giulia Cavaliere, Quel che piace a me. Francesca Alinovi, Electa, 2024).
Se nella sfera pubblica Francesca ottiene sempre più successi, la sfera privata e in particolare sentimentale la tormentano, alimentando una scissione tra l’immagine pubblica, forte e volitiva e quella privata, fragile e malinconica, e dopo la seconda delusione amorosa inizia a convincersi di non essere destinata all’amore, nonostante lo desideri ardentemente.
Durante i soggiorni americani, la critica, dallo stile di scrittura ricercato e minimale, clinico nelle sue analisi ma appassionato e militante, si interessò anche al graffissimo, alla pop art, all’arte di strada, calandosi nel reale dei quartieri più difficili e rischiosi di New York, come il Bronx, i sobborghi e le gallerie lontane dai riflettori, con lo spirito temerario e anche un pò incosciente che la contraddistinse.
Anche il suo aspetto estetico partecipava a creare il mito, estetica post-punk minimale, capelli neri laccatissimi come delle antenne protese verso il cielo, pronte a captare i segnali dell’innovazione, perchè come Francesca stessa sosteneva, l’Arte si capta con i sensi, non con l’intelletto.
Svolse un lavoro di ricerca e innovazione, sempre in nome dello sconfinamento tra le discipline, anche nell’ambito del teatro di ricerca e della video arte, che stava vivendo un periodo molto florido, soprattutto nella Romagna Felix, con la Societas Raffaello Sanzio, a Milano, con Studio Azzurro, a Firenze con il Carrozzone – Magazzini Criminali, tutti gruppi che oltre a sperimentare con la tecnologia, hanno privilegiato la dimensione dell’immagine e del coinvolgimento di tutti i sensi per un’esperienza totale e multisensoriale.
Francesca comprende che la performance, nello snodo tra i ’70 e gli ’80 non coinvolge più soltanto il corpo nudo e crudo come fu nelle prime settimane della performance, e come facevano la Abramovic, Gina Pane, gli Azionisti Viennesi, ma si veste di strati, schermi, trucchi, illusioni e artifici, in perfetto stile ’80. Si “enfatizza” (Il suo manifesto dell’Enfatismo è stato pubblicato postumo su FlashArt nell’estate del 1983), l’evento performativo avviene contemporaneamente su diverse dimensioni, quella reale, quella virtuale, materiale e metafisica, immediata e medita.
Francesca, sempre assecondando il suo vitale bisogno di espansione e ricerca estetica, e per ribadire che non esiste arte di serie B, attraversa ancora i campi del design, della moda e del fumetto. All’inizio degli anni ’80 scrive per Domus e crea una fervida relazione intellettuale con Alessandro Mendini e l’iconico Studio Alchimia, uno dei più eclettici del Made in Italy. Francesca è entusiasta della loro filosofia che elogia il decoro effimero e “inutile” e che ha marcato profondamente i nostri anni ’80. Allo stesso modo prese molto sul serio i fumetti di Crepax e Andrea Pazienza e ha invitato il suo pubblico a fare lo stesso.
Il suo ultimo amore, quello fatale, scoppiò con un suo studente universitario, Francesco Ciancabilla, che Francesca inserì nel gruppo degli “Enfatisti”. Con lui Francesca proseguì questa privata e forse inconsapevole discesa nelle tenebre. Fu un amore tossico sia perchè erano gli anni in cui non si comprendevano ancora del tutto i danni causati dalle droghe sintetiche, che circolavano pesantemente nell’ambiente artistico bolognese e di cui i due facevano uso, ma era tossico il loro stesso rapporto. Dalle carte giudiziarie emerge il ritratto di un ragazzo geloso, invidioso dei successi della donna, manipolatorio, e di una donna che cercava in tutti i modi di compiacerlo pur lamentando con gli amici episodi di rabbia e sperando che il rapporto potesse migliorare. Probabilmente il vuoto d’amore da colmare e il solco scavato dentro Francesca dalle storie precedenti era talmente profondo da farle accettare qualsiasi condizione pur di avere una persona accanto.
Su uno dei suoi diari all’inizio dell’anno della sua morte scrisse: “Sfortunata in amore, vivo tutte le mie pene nelle pene d’amore. Pene penose che mi fanno stare in pena da sempre. Pene metafisiche che non riesco ad accettare e che combatto da sempre. Tutte le mie pene sono concentrate lì. Non ne conosco altre. Tutte le altre superabili, ma l’amore mi fa morire” (Giulia Cavaliere, Quel che piace a me. Francesca Alinovi, Electa, 2024).
Il 12 giugno 1983 venne trovata morta nel suo appartamento di Via del Riccio 7, uccisa con 47 piccole coltellate chirurgiche e non letali, profonde circa 3 cm, e solo una letale alla gola, con il corpo che giaceva composto, senza segni di una vera e propria lotta, come in un macabro rito. La porta priva di forzature, segno che l’omicida era un’ospite di Francesca. Un delitto efferato, ma privo del disordine tipico della violenza cieca, non c’era effrazione, né furto o colluttazione, quasi a simulare da parte della donna una passiva accettazione persino della morte. E ancora fa tremare e rende la vicenda più inquietante e misteriosa quella frase scritta in un inglese sgrammaticato sulla finestra del bagno quando venne trovato il corpo, solo una scritta: «Your not alone anyway». Frase che Veronica Santi ha ripreso ribaltandola come titolo del documentario del 2017 dedicato a Francesca I am not alone anyway, immaginandola come una frase di speranza della stessa Francesca, che adesso non è più condannata all’oblio e viene ricordata, anche se non quanto meriterebbe.
Fa pensare a una forma di autoconvincimento o amara consolazione se scritta da lei, oppure a una forma di crudele manipolazione se scritta dal suo assassino, che nello starle accanto le procurava un profondo senso di solitudine e malessere. Francesco Ciancabilla, il suo ex studente con cui intratteneva una relazione e che aveva incontrato il giorno dell’omicidio è stato condannato a 15 anni di reclusione, ma non si è mai dichiarato colpevole.
Al di là della cronaca nera, ciò che più colpisce è la tensione ultraterrena di questa donna che in ogni azione ha condensato uno slancio verso lo sconfinamento linguistico e che ha stretto in un grande abbraccio i suoi artisti, chiunque essi fossero e da qualsiasi luogo provenissero. Aveva una naturale propensione a oltrepassare qualsiasi definizione dell’esistente per riconfigurare il nuovo. Una donna priva di pregiudizi, estremamente curiosa, che assorbiva l’arte da tutti i pori.
Come scrisse Teresa Macrì su Il Manifesto qualche anno fa: “Il suo era un pensiero discordante, strutturato sui propri azzardi (artistici e privati) che oggi appare perfino eretico in un art system che ambisce a uniformarsi piuttosto che a differenziarsi, fino a consegnarsi nella rete del più mite consenso istituzionale. Era una soggettività sempre in grado di abbandonarsi all’empatia e al feeling. Impossibile oggi tessere la stessa empatia con curatori d’assalto, sempre più inclini a incasellarsi in ruoli istituzionali. Parliamo di un altro universo in cui l’ambizione è solo quella di disegnare un pensiero critico fuori dagli schemi.” La Alinovi rimane uno spirito guida: coraggioso, visionario, temerario, lungimirante, autentico, quasi un’aliena arrivata da un pianeta lontano.

Vito Ancona
Vito Ancona (Alcamo, 1995) dopo la maturità classica si è formato in Design della Moda tra il Politecnico di Milano e la Royal Academy of Fine Arts di Anversa e in Teatro e Arti Performative allo IUAV di Venezia. Nel 2023 ha partecipato al corso per Art Manager dell’European Institute of Innovation for Sustainability, diretto da Ludovico Pratesi. Ha preso parte, su invito di Alberto Garutti, all’esposizione virtuale Che fare? di RAM radioartemobile, a cura di Cecilia Cesorati. Ha dedicato un periodo di ricerca per la sua Tesi magistrale su Alberto Burri, condotta con Monica Centanni e Angela Vettese, all’interno della Fondazione Palazzo Albizzini Collezione Burri di Città di Castello. È stato performer per Bruce Nauman e Romeo Castellucci. Insegna storia dell’arte, affiancandovi una costante attività di critica d’arte. Dal 2025 fa parte di AICA, Associazione Internazionale critici d’arte. Ha scritto per “Il Verri”, “Engramma”, “BEUNNATURAL”, “Artribune”, “Juliet”, e realizzato interviste per “Segno” e “Ekphrasis”.
