È la serata delle cover a Sanremo. L’ingresso nel tempio della musica non avviene attraverso un semplice foyer, ma varcando una soglia di luce dove la facciata dell’Ariston si trasforma in una grande installazione luminosa firmata da Marco Lodola. Le sue icone di plexiglas e neon, elettriche e vibranti, non si limitano a presidiare l’esterno, ma colonizzano gli spazi interni del teatro, riverberando i loro profili luminosi lungo i corridoi e nelle sale, anticipando la natura profonda dell’evento: un’esposizione che fonde il pop con l’arte visiva. Qui, il palcoscenico si spoglia della sua natura di varietà per farsi spazio bianco, un taccuino critico su cui registrare le immagini fugaci di una serata delle cover che trasfigura il Festival in un dispositivo curatoriale. La scenografia – un’architettura di volumi puri, specchi e metallo spazzolato – trasforma il teatro in un perimetro espositivo per una grande collettiva d’arte contemporanea.
In questo contesto, il termine “cover” rivela la sua doppia anima semantica: non è solo la rilettura di uno spartito, ma l’atto di rivestire e presentare un contenuto attraverso una nuova superficie visiva. Come la “cover” di una rivista, l’esibizione funge da involucro iconografico che deve sedurre l’occhio prima ancora dell’orecchio. È una narrazione sulle immagini della musica che richiama, inevitabilmente, la struttura dei Quadri di un’esposizione di Musorgskij: se nella suite del compositore russo era il pianoforte a farsi guida tra le tele di Hartmann, qui è la voce a condurre il visitatore lungo una galleria di interpretazioni che sono traduzioni plastiche del suono. Ogni brano diventa un quadro in esposizione, una tela che riemerge dal deposito dell’immaginario collettivo per subire una nuova verniciatura di senso.
L’esposizione si apre con l’energia dirompente di Elettra Lamborghini e le Las Ketchup: Aserejé diventa un’installazione pop dove l’attitude è nel DNA del quartetto. I look sono coordinati e ironici: un tributo alla Spagna attraverso abiti a pois vistosi da flamenco – firmati Ofutopia per il trio e Mario Dice per l’artista – completati dall’accessorio iconico degli occhiali Marc Jacobs. Questa esplosione cromatica lascia il posto al ritratto urbano teso di Eddie Brock e Fabrizio Moro, un graffito materico che predilige il nero assoluto per Portami via. Mara Sattei e Mecna dipingono L’ultimo bacio con la delicatezza di un acquerello, lei avvolta in un’eleganza eterea in seta che fluttua tra grigi perlacei, prima che la galleria accolga la ieraticità marmorea di Patty Pravo e il candore statuario del ballerino Timofej Andrijashenko; la loro Ti lascio una canzone è un pezzo di storia dell’arte che si fa performance vivente.
La tensione cromatica sale con Levante e Gaia, che ridisegnano I maschi attraverso un gioco di simmetrie: entrambe scelgono pantaloni a zampa e top bustier, ma con anime opposte. Levante si affida al rigore pulito di Emporio Armani, con uno sguardo allungato dal make-up; Gaia risponde con un’estetica whimsy, gipsy e massimalista. Segue la drammaticità espressionista di Malika Ayane e Claudio Santamaria: avvolti nell’eleganza scultorea di Giorgio Armani, i due artisti si stagliano come figure d’ebano e seta in Mi sei scoppiato dentro il cuore. Il percorso vira verso il corto circuito punk-pop delle Bambole di Pezza e Cristina D’Avena in Occhi di gatto, un trionfo di tulle rock, seguito dal collage warholiano di Dargen D’Amico, Pupo e la tromba di Fabrizio Bosso, dove la serialità dei look riflette l’ottone lucido dello strumento.
Tommaso Paradiso, affiancato dagli Stadio, insegue bagliori impressionisti con L’ultima luna, restituendo la profondità materica di un’opera che è storia della musica bolognese, prima di lasciare il campo al restauro iperrealista di Michele Bravi e Fiorella Mannoia: una pennellata di luce caravaggesca dove il velluto di lui dialoga con l’autorità carismatica di lei. La body art cruda di Tredici Pietro con Galeffi e Fudasca si trasforma in evento epifanico con l’apparizione a sorpresa di Gianni Morandi: un passaggio generazionale su Vita dove i look sobri sovrappongono il presente alla memoria storica. La visione prospettica rinascimentale de Il mondo di Maria Antonietta, Colombre e Brunori Sas apre all’installazione testuale di Fulminacci e Francesca Fagnani con Parole Parole, in un bianco e nero di sfolgorante rigore sartoriale, seguita dalla danza cinetica di LDA, Aka 7even e Tullio De Piscopo in un trascinante Andamento lento.
Il viaggio prosegue con il mosaico digitale di Raf e i Kolors su The Riddle, dove la pelle e i metalli dei look sottolineano la ritmica sintetica, seguito dalla vignetta satirica di J-Ax che riunisce intorno a sé la Ligera County Fam composta da Cochi Ponzoni, Paolo Rossi, Ale e Franz e Paolo Jannacci in E la vita, la vita. Si giunge poi all’apice della serata: la rilettura di The Lady Is a Tramp firmata da Ditonellapiaga e Tony Pitony, una caricatura dadaista dai toni acidi e look ricercatamente glam-retro, una performance premiata come la migliore di questa collettiva. Subito dopo, Enrico Nigiotti e Alfa disegnano una mappa emotiva dai colori pastello con En e Xanax. La tela si tinge di blu notte elettrico per il blues metafisico di Serena Brancale, Gregory Porter e Delia su Bésame Mucho, virando verso la street art di Sayf con Alex Britti e Mario Biondi in Hit the Road Jack. Francesco Renga e Giusy Ferreri omaggiano il Bowie di Ragazzo solo, ragazza sola con una grazia spaziale color argento, introducendo la solennità bizantina di Arisa e del Coro del Teatro Regio di Parma: il suono si fa oro zecchino per Quello che le donne non dicono.
Nelle ultime sale della galleria, Samurai Jay, Belén Rodríguez e Roy Paci portano il calore di un murale mediterraneo con Baila Morena, lei in una mise audace che diventa elemento plastico, seguiti dalla statuaria classica di Sal Da Vinci e Michele Zarrillo su Cinque giorni. Fedez e Marco Masini, con il violoncello di Stjepan Hauser, edificano una cattedrale di marmo e cristallo per Meravigliosa Creatura, mentre Ermal Meta e Dardust creano una Golden Hour di puro minimalismo luminoso in bianco ottico. Il tratteggio intimo di Nayt e Joan Thiele su La canzone dell’amore perduto precede la scultura metallica di Luchè e Gianluca Grignani in Falco a metà. La chiusura è affidata al tormento baconiano di Chiello e Saverio Cigarini, dove il colore è steso per urto su Mi sono innamorato di te, e all’equilibrio formale dei bruni caldi di Leo Gassmann e Aiello per Era già tutto previsto.
In questa immensa collettiva, l’Ariston smette di essere un semplice contenitore per farsi cornice attiva: una struttura che non si limita a circoscrivere l’opera, ma la decontestualizza dal flusso del tempo. Come la cornice di un quadro museale, il teatro isola la performance dal rumore del mondo, conferendole una sacralità istantanea e rendendo ogni “pennellata” sonora un segno indelebile nell’immaginario collettivo. La mostra si chiude, ma il segno resta, sospeso tra la visione e la memoria persistente.
