È già il titolo a suggerire la postura dello sguardo. Immagina una gioia, la mostra di Raffaele Santillo ospitata da Ceravento a Pescara, non si impone come enunciato ma come invito. Un’esortazione gentile, che conduce dentro le opere dell’artista campano – originario di Caserta e da tempo attivo a Pordenone – lasciando spazio a quella che potremmo definire una “proiezione mentale”: il completare le scene rappresentate per trovare noi stessi a nostro agio di fronte agli oli su tela esposti.
C’è, nei circa venti lavori di recente produzione, un tempo sospeso. È il tempo che precede l’azione e lo svelamento, un tempo fatto di attesa e fiducia. Le figure dipinte da Santillo galleggiano nell’acqua, siedono su una panchina, camminano insieme, sostano davanti al mare fuori stagione, osservano la luna. Non accade nulla di straordinario, e proprio per questo accade qualcosa di vero. La pittura è leggera, i colori morbidi, le scene essenziali: tutto sembra calibrato per non eccedere, per non alzare la voce.
Eppure, a un primo sguardo, le opere di Santillo trattengono una sottile malinconia. È una vibrazione breve, che però viene subito spazzata via dalla volontà – quasi istintiva – di completare le scene rappresentate. Lo spettatore è chiamato a entrare nell’immagine, a colmare i vuoti, a sciogliere le attese. In questo gesto silenzioso si attiva la possibilità della gioia evocata dal titolo: una gioia quieta, condivisa, che non ha bisogno di essere spiegata.

Nell’opera Lettura, la ragazza in primo piano sembra frenare col piede un potenziale scivolamento fuori dal quadro. Il pavimento su cui giace un cane tranquillo è costruito attraverso un’assonometria “sbagliata”, volutamente incongrua, che introduce un inatteso dinamismo nella scena. È un piccolo slittamento percettivo che destabilizza e insieme vivifica l’immagine, come se la pittura stessa oscillasse tra equilibrio e caduta, tra permanenza e fuga.
I personaggi rappresentati da Santillo, delineati con un tratto quasi infantile, raramente hanno il volto definito. Potrebbe sembrare un gesto di sottrazione, se non addirittura di introversione. Ma è, piuttosto, un’apertura: l’ennesima possibilità concessa al fruitore. L’assenza dei lineamenti diventa spazio di identificazione, invito a immaginare il volto di chi si desidera, o forse il proprio. La figura si fa specchio, superficie disponibile.
In un momento storico in cui tutto sembra correre o gravare, queste tele aprono uno spazio altro: più lento, più caldo, più umano. Uno spazio in cui è ancora possibile stare bene, senza chiedere scusa. L’insieme delle immagini non intende dimostrare né affermare; accompagna, piuttosto, dentro un tempo fragile e prezioso: quello dell’attesa di una gioia condivisa, silenziosa, che si manifesta nei gesti semplici e nella possibilità, oggi rara, di stare insieme.
Il progetto espositivo, accompagnato dal testo critico di Daniele Capra, rafforza questa dimensione di ascolto e sospensione. Immagina una gioia non chiede allo spettatore di comprendere, ma di sostare. E, forse, di immaginare.


