Robert Gligorov

Robert Gligorov. Backbone Crossing Ratio

Il multiverso di Robert Gligorov in mostra al Palazzo del Popolo di Todi con “Backbone Crossing Ratio”. L’intervista di Cecilia Pavone in esclusiva per Segnonline

L’esplorazione dell’àpeiron, l’indeterminato, l’illimitato, l’ignoto secondo Anassimandro, permea la ricerca di Robert Gligorov (Kriva Palanka, Macedonia del Nord, 1960), artistapoliedrico e geniale di livello internazionale che da sempre sperimenta una pluralità di linguaggi, tra i quali la scultura e l’installazione, la videoarte, la musica, l’editoria. La poetica dell’artista macedone che vive e lavora a Milano, premiato come miglior artista europeo in occasione della Biennale di Skopije del 2022, sfugge ad ogni tentativo di definizione, non può essere incasellata in un determinato genere. Riflettendo sul rapporto uomo-natura-cosmo e sulle contraddizioni insite nel sistema mediatico, politico e sociale contemporaneo, Robert Gligorov sperimenta infatti ibridazioni tra corpo umano ed elementi naturali o tecnologici e crea installazioni, sculture, opere video e fotografiche straordinarie, letteralmente “fuori dall’ordinario”.  Sono opere perturbanti, dissacranti, destabilizzanti e allo stesso tempo spettacolari, scenografiche, magnetiche, che generano krisis, dunque metamorfosi. I lavori di Gligorov costituiscono la risultante di profonde speculazioni scientifiche e filosofiche, arrivando – attraverso la loro valenza trasformatrice – ad esprimere l’universalità dell’inconscio collettivo e della coscienza individuale. 

Robert Gligorov è attualmente protagonista di “Backbone Crossing Ratio”, mostra personale in corso a Todi, a Palazzo del Popolo. L’esposizione è realizzata in collaborazione con il Comune di Todi, con la Galleria Giampaolo Abbondio – storica galleria di riferimento in Italia per Gligorov – e con Edomila sas. Il progetto, inedito e site specific, è a cura di Giusy Caroppo, storica dell’arte e manager culturale dall’esperienza ventennale nel relazionare arte contemporanea, antico e spazio urbano, in progetti di rete come “Il Circuito del contemporaneo”. Nel 2023 ha curato, nella galleria a Todi del milanese Abbondio, la mostra collettiva “Amami”, riunendo artisti di rilievo tra i quali Nan Goldin, Andres Serrano, Zhang Huan e lo stesso Robert Gligorov. 

L’artista ha creato, per Backbone Crossing Ratio – espressione che indica, nell’ambito della fisica quantistica, il più piccolo nodo creato casualmente da un gruppo di scienziati in laboratorio – un’opera plurisensoriale ed immersiva. Il percorso espositivo si snoda a partire dalle pareti esterne del Palazzo del Popolo, dove Gligorov ha collocato delle pepite che riflettono i raggi solari, “metafora di una galassia dove le stelle nascono e muoiono”. All’interno del Palazzo, invece, nella Sala delle Pietre, si attraversa Qualaq un’imponente installazione formata da 30 tende, ciascuna di un colore differente, che sprigionano suoni e profumi diversi. È un viaggio iniziatico-esistenziale che conduce alla dimora di Nunc Nunc-Dalek, misteriosa divinità rappresentata da una grande scultura palindroma, simbolo di un eterno presente. In esclusiva per “Segno”, ecco l’intervista a Robert Gligorov. 

La tua ricerca riflette, spesso, una grande passione per l’astronomia, come nella mostra Termination Shock 03, tenuta al Pac di Milano nel 2011 ed ispirata alla zona, successiva alla ionosfera, oltre la quale c’è lo spazio siderale. Quest’anno hai realizzato l’esposizione “At a loose end” a Monza, che richiama concettualmente la teoria quantistica delle stringhe, non dimostrata scientificamente. Ora, nella mostra Backbone Crossing Ratio, in corso a Todi, hai tratto ispirazione dal più piccolo nodo generato casualmente in laboratorio, osservato sempre nel campo della fisica quantistica, in connessione con l’illogicità e l’indeterminatezza che caratterizza la mente umana. Come nasce questo interesse per l’astronomia e in particolare per la teoria quantistica? 

Forse l’astronauta e l’artista hanno qualcosa in comune; entrambi sono affascinati dall’ignoto. Il bambino sogna di fare l’astronauta perché sogna di raggiungere un luogo dei sogni; pieno di stelle, di luce e di giochi…ovviamente crescendo si rende conto che diventare un astronauta non è così alla portata di tutti; occorrono doti intellettive e fisiche e sicuramente l’esplorazione dello spazio mette a rischio la vita stessa. Lo spazio non è un luogo raccomandabile e credo che situazioni così accoglienti e protettive come la nostra casa, l’apparente fragile terra, siano unici ed è un grande dono dall’evoluzione e dalla natura stessa, questo spesso lo dimentichiamo.
Anche se in Italia la natalità tende al ribasso, il trend mondiale è in aumento; se oggi abbiamo superato la soglia degli 8miliardi di abitanti è nulla rispetto alle previsioni dei prossimi 20 anni…saremo oltre 20 miliardi di abitanti sul Pianeta.
Senza voler fare un discorso già sentito da tanti esperti, la sensibilizzazione ecologica, e non solo, è fondamentale per la sopravvivenza di questo pianeta azzurro… altrimenti la soluzione è cercare un’altra casa ospitante…ma, come dicevo prima, lo spazio è un luogo terribile: temperature al disotto dei 150/160 gradi, raggi cosmici, gamma, ultravioletti e pianeti inabitabili.  Potremmo giusto stare dentro delle cupole/bolle che potrebbero ospitarci come delle piante dentro una serra. Prima che un pianeta come Marte possa essere Terra “formattato” passerebbero troppi anni.
Lo spazio, il cosmo…non lo ambisco, anche se ho un’attrazione da sempre verso la fantascienza, le storie (anche se fasulle) sugli avvistamenti alieni, il soprannaturale e ho sempre avuto, sin da bambino, una sensazione, che ho tutt’ora, di essere un osservato speciale. In psicanalisi darebbero una spiegazione a tutto ciò abbastanza precisa.
Essere artista è l’impresa in cui mi sono “imbarcato” in modo del tutto involontario, spontaneo e inevitabile. Quindi artista /astronauta hanno un luogo, un’Ultima Thule da scoprire ma ancora prima da immaginare. Finchè questa illusione sarà così presente dentro di me sarò sempre un operatore dell’arte.
Perché la partenza è di solito un’idea e questa idea viene plasmata o definita dal percorso creativo. Il risultato non è certo, anzi si teme spesso il fallimento. Perché avere il controllo della qualità del fine ultimo dell’opera è un dono che hanno le persone che non hanno dubbi, ma se il dubbio si insinua devi trovare soluzioni al problema.
Il segreto in un’installazione o opera o altro…è “togliere”…tipo scolpire un blocco di marmo. Quando si inseriscono troppi elementi di disturbo o di apparente equilibrio è già un segnale negativo sull’efficacia dell’opera. 
L’artista /astronauta, se in buona compagnia in questo viaggio, può avere una critica e confronto costruttivo perché ritengo che l’arte come si intende nel nostro tempo è collettiva. Più occhi, più menti, più mani sono meglio di un paio.
Le idee come le intuizioni e scoperte scientifiche, a volte, se non nella maggior parte dei casi, si scoprono del tutto casualmente o per intuizione o calcolo matematico fortuito.
Mentre la matematica ha una fine, nel mondo quantistico e tutto quello che si sta rapidamente rivelando alla scienza, pare non abbia limiti. Da Planck ai computer quantistici di strada ne è stata fatta tanta. L’astrofico o fisico, prima di scoprire una cosa probabilmente l’ha immaginata.
Molte cose sono state anticipate dai libri di fantascienza degli anni ’50 o dal cinema che immaginava un futuro..poi il futuro è arrivato ed è completamente diverso da quella descrizione mitologica immaginata dai vari autori, ma il senso per chi ha colto l’intuizione di certi libri e film di fantascienza è stato quello di generare l’illusione che a sua volta ha generato un’identità del mondo che conosciamo; un mondo operativo di gregari, esecutori e operai della società e poi come definiti nella Bibbia ci sono i ceramisti; quelli che modellano un’ipotesi di design, cure mediche e intrattenimento.

Come saprai sono Macedone e forse il Macedone più iconico della storia è Alessandro Magno. Non sto qui a discutere quanto lui sia Macedone o meno, ma nell’immaginario è un orgoglio della Macedonia del Nord, tant’è vero che a Skopje (capitale) hanno realizzato, nella mentalità del soviet, due monumenti nella piazza principale; una di Alessandro a cavallo alta ben oltre 50mt e non molto lontano quella di suo padre Filippo II.
Un paese così povero che spende così tanto per queste opere, per darsi un’identità storica di un passato mitico o mitologico, può aver senso di appartenenza, ma credo ci siano problemi più imminenti e importanti per la Macedonia che ergere monumenti fasulli (tra l’altro).
In tutto l’Est del mondo Slavo c’è sempre idea delle ideologie criminose e che hanno portato a un passo dalla distruzione del pianeta stesso. Putin è un nostalgico del periodo della guerra fredda di un sistema del KGB (di cui lui era esponente essendo stato adottato, cresciuto, formato e indottrinato dal credo Comunista da cui non si è mai realmente distaccato)..e ne vediamo le conseguenze per la Russia e resto del mondo che deve spegnere questo incendio ideologico proprio alle porte di casa nostra. Il nodo è un simbolo potente e, come dicevo prima citando Alessandro Magno, dai libri viene riportato l’episodio del nodo di Gordio; una sorta di Uovo di Colombo molti secoli prima. Si parlava molto di questo nodo super intrecciato ad un carro che era diventata un’attrazione del paese. Il mito racconta che chi fosse riuscito a sciogliere questo incredibile intreccio sarebbe di diritto diventato Re. Lo stesso Alessandro all’apice della sua ascesa volle andare a Gordio per verificare di persona la sfida che il nome poneva, visto che aveva conquistato tutto il mondo conosciuto fino alle Indie e le sfide per lui erano il senso della sua vita.
Arrivato sul luogo, con il carro ed il nodo, si rese conto dell’impossibilità dell’impresa e gli storici riportano della sua trovata; ossia quella di estrarre la sua spada e tranciare le corde fino a sciogliere la matassa. È simile all’uovo di Colombo perché nessuno riusciva a posizionare in verticale un uovo ma Colombo ci riuscì, picchiettandone leggermente la base per farlo rimanere in equilibrio.
Oltre a questo episodio/racconto, mi sono accorto che nello sviluppo della mia opera che si materializzava negli anni nel mio catalogo opera, una costellazione di un mio potenziale creativo, l’intreccio, il nodo, il barocchismo delle forme, erano naturali per la mia abilità scultorea, artigianale o pittorica. Il perché uno ripeta un modulo o una combinazione lo si potrebbe maliziosamente definire stile, ma chi mi conosce bene sa che ho sempre evitato di farmi etichettare artista di un genere.
Non soltanto la fisica, l’astrofica, la scienza, la quantistica sono nei miei interessi ma anche la psicanalisi e tutti gli attori che hanno provato a spiegare la psiche umana sono di mio interesse.
Non so se sono riusciti a fare una mappatura dettagliata, ma è molto comodo e rassicurante prendere delle teorie e darle per vere.
Perché sono delle risposte. Forse affascinanti, forse ambiziose ma passandole per simil vere ci rasserenano.
Il nodo o il foglio bianco della nostra psiche che sin dal momento del concepimento o nascita, viene macchiato, lacerato, inciso, bruciato…tutti traumi che, nei primi mesi o anni della nostra vita, formeranno e formano quello che un giorno sarà un individuo adulto. Quando delle pulsioni, ossessioni o paranoie emergono puntualmente e bussano al nostro ES, è il bambino in noi che si sveglia, si lamenta, piange o ha paura e noi con la parte che si contrappone all’ES, il SUPERES dovremmo calmare, rassicurare, censurare. Se questa cosa non è fattibile il passaggio verso il disturbo della personalità o ancor peggio malattia, è probabile.
I nodi, come il foglio bianco sono formazioni indissolubili, inscioglibili, irreparabili che ci accompagneranno per sempre fino a che viviamo. Un foglio lacerato, è lacerato per sempre, la cicatrice rimarrà. I nodi sono latenti, sono lì..ma hanno forma, hanno volume, hanno corpo..e quel corpo è la nostra identità.
Il nodo è la nostra immagine, va accettato, non reciso alla maniera di Alessandro e forse – come i nodi “che vengono al pettine” – andrebbe sciolto con delle chiavi/parole che rendano il tutto più armonioso. L’arte come dice Nietzsche, vive in una dimensione onirica ed è totalmente sconnessa dalla realtà; nel sogno il nodo/dolore si scioglie e la vita diventa accettabile.
Che tutta la mia produzione artistica sia un affrontare o guardare in faccia i traumi che non ricordo ma che avrò subito nella mia infanzia? Che mi hanno segnato e che si palesano nei momenti meno prevedibili ed esorcizzano questo timore con una chiave ironica, grottesca che sdrammatizza la tragedia mia e dell’essere umano in lotta con se stesso, con i suoi fantasmi o peggio ancora contro i propri simili.
Il mondo d’oggi forse a differenza di quello antico ha la medicina dalla sua parte e questi palliativi ci fanno da supporto nelle crisi inevitabili a seconda del periodo della nostra vita o dalle sfide che siamo obbligati ad affrontare; come la morte di una persona cara, di un animale, l’abbandono di un luogo/casa, la delusione di un amore e forse l’incapacità di accettare una sorta di declino in cui tutto corre veloce, tutti sembrano sapere come fare e tu ti senti sempre più inadeguato..questi nodi di oggi potrebbero essere i ricordi, il conforto e la presenza delle cose e dei fatti che ti hanno portato fino a qua, a questo momento. La corda stessa può o potrebbe diventare una porta d’uscita.
Mi hanno raccontato di essere nato con il cordone ombelicale intorno al collo e che ho rischiato molto durante il travaglio… che sia un segno?

Il corpo, con le sue metamorfosi e ibridazioni con elementi naturali o tecnologici, costituisce da sempre un elemento fondamentale della tua opera, permeata da riflessioni esistenziali, tematiche filosofiche e scientifiche, ma anche questioni sociali. Come cambia, a tuo avviso, la percezione del corpo nell’ “era dell’accesso”, così definita da Jeremy Rifkin, in questa “iperrealtà” in cui siamo immersi che, nel pensiero di Baudrillard, indica la profonda virtualizzazione degli esseri in un mondo di perfezione tecnica ma svuotato di senso? 

Devo dire che la realtà come sempre supera di gran lunga la fantasia. La cultura al potere o l’arte come partito ideologico creerebbero una società paradossale, ibrida e autodistruttiva, Se il futurismo è stato in parte l’ideologia del fascismo, abbiamo visto i risultati..quindi la cultura e l’arte si..ma non possono guidare il mondo. La bellezza salverà il mondo a detta di Dostoevskij andrebbe interpretata e tradotta al nostro tempo; credo non intendesse dire che il bel dipinto o la scultura salveranno il Pianeta ma un’ideale nobile per il quale si combatte genera la vera bellezza.
Come ti accennavo prima la realtà si manifesta, si trasforma molto lentamente. A volte non percepiamo la mutazione/l’invecchiamento nostro e di chi è accanto a noi perchè è un processo graduale. Non vorrei parlare ora del tempo ma tornerei alla tua domanda sull’identità e l’aspetto che l’individuo tende a scolpire o disegnare come artisti e artigiani del proprio corpo. La Body art non ha stimolato questo processo anche se un artista lavorava con innesti, lacerazioni, torture e altre espressioni estreme. La Body art si deve intendere come manifesto politico, l’urlo contro sistemi che prendono maggior mente piede e controllano le nostre vite in modo alienante. E’ un gesto punk, un gesto di ribellione, come i punk inglesi, gli Hippie, le contestazioni della Sorbona a Parigi a Roma, negli Stati Uniti..che hanno ridisegnato un nuovo assetto politico/culturale e dato una maggiore parità di genere all’essere; tipo il femminismo.
Però nessuno aveva previsto (come dicevo nella risposta alla prima domanda) come si sarebbero disegnati gli umani nell’era della digitalizzazione. E’ vero che essere attraenti è una chiave per migliorare l’evoluzione, perché si dà l’idea di essere migliori e quindi più sani, più competitivi e vincenti nella società che ci mette difronte a sfide sempre più difficili. La Body art o Post human sembrerebbero naive come estremizzazione sul corpo. Oggi l’audience di chi esercita una manipolazione, elaborazione sul proprio aspetto è in aumento.
La maggior parte dei giovani sono fotografi, registi, estetisti e attori su un palcoscenico autoreferenziale, in cui il referente e committente è l’attore stesso.
Credo che le generazioni nostre e future moriranno prive di difetti causati dal tempo in cui l’aspetto e con la sostituzione di organi malati/consumati/deteriorati oppure non graditi. Mi domando se questo processo, per quanto grottesco, inciderà insieme alla digitalizzazione a creare un nuovo individuo; con chip impiantati nel corpo e nel cervello, che prima della nascita possa vedere modificato DNA, che la facilitazione dell’evoluzione per mano dell’uomo porterà ad un collasso dell’evoluzione stessa. La cosa che posso dire, da artista, è che pochi interventi a livello estetico sono di successo, quelli non riusciti sono quelli visibili.
Grazie alla scienza gli interventi sul nostro corpo ci sono da sempre e questo è già un intervento sulla manipolazione o evoluzione; il fatto estetico così intensivo mi fa piacere perché siamo in un mondo che lo permette ma dall’altro lato mi domando perché? Perché questo bisogno di perfezione che nella maggior parte dei casi si trasforma in orrore? Forse è un passaggio obbligato di sperimentazione sulla nostra pelle e una volta colto il senso ne avremo maggiore controllo. L’arte si fa da parte perché l’arte è sempre sfuggita dai luoghi comuni, dalle certezze, dal già detto. L’arte è e sarà sempre una provocazione sull’ignoranza e il provincialismo dell’individuo.
Ogniuno di noi è un individuo unico, inimitabile e originale. Con questa modalità del ridisegnarci i connotati inevitabilmente diventerà una società di cloni uno la copia dell’altro.
In un dibattito tra economisti e sociologi possiamo inserire anche il teorico della società liquida Bauman perché tra la nuova economy legata al DNA, al suo perfezionamento si inseriscono comunque i poteri sociali che sono isole autonome che creeranno sempre maggiore competizione. Tutto il sistema va visto da lontano, da spettatore per tentare di definirlo; sempre che un’analisi sia fonte di una cura.

I veli colorati dell’installazione QALAQ, che si stagliano in un’atmosfera profumata e dai suoni mutevoli, sono assimilati ad un “percorso iniziatico” verso la Verità. Quest’opera può avere affinità con il concetto di “velo di Maya” così come descritto nel pensiero di Schopenhauer, un velo tra fenomeno e noumeno, tra apparenza ed essenza, che l’individuo ha il compito di squarciare?

Si, leggi le mie risposte prima che io risponda.
Però c’è anche da dire che il punto non è soltanto il citazionismo perché altrimenti sarebbe una celebrazione di vari pensieri della cultura mondiale.. quindi non voglio fare un monumento o dedicare una mia indagine al pensiero di un filosofo ma guardo al mio tempo, al famoso foglio bianco e se voglio fare e se volessi fare; Cosa farei?
Inevitabile la citazione di Lenin: Che fare?
Hai uno spazio tridimensionale, la storia di quei luoghi, la tanta iconografia attorno a te, le cose esistevano prima che tu nascessi ed esisteranno nei secoli a venire, appari tu, artista e decidi, ti prendi la briga di fare un intervento. Quest’impresa, oltre che ammaestramento/controllo dei demoni personali, deve avere una motivazione, quindi Che fare? è una domanda lecita ma anche un rebus e una sfida.
Perché il tutto poi andrà in mostra e in un mondo di iperrealismo come lo hanno disegnato i pubblicitari, i registi, gli autori di libri, abbiamo creato una sensazione di avvicinarci sempre di più alla realtà, di cosa è la verità.
I filosofi hanno sempre avuto come obiettivo la verità, la conoscenza ed hanno indagato in modo esaudiente tutta una serie di domande che a loro volta hanno generato altre domande. L’artista dovrebbe stare attento alla seduzione della cultura, ai manipolatori del pensiero e della parola, agli imbonitori della cultura..perché questo potrebbe indebolire il valore e originalità dell’artista che a sua insaputa diventerebbe un megafono di pensiero forte altrui.
L’artista è sempre contro, è sempre alla ricerca dell’impensabile e del non prevedibile. L’arte dalla prigione del committente e dalla bidimensionalità o arte di regime, grazie all’avvento della fotografia si è trasformata in un pensiero autonomo. Quindi arte di concetto.
Quello che citavi sull’installazione Qalaq e Velo di Maya è vero, hai colto in pieno. Ma ci sono tanti altri aspetti che mi hanno sedotto nell’installazione e che ho scoperto lavorandoci. A volte un ricordo dell’infanzia, dove si sperimentava molto in varie situazioni ci ha intrattenuto e evoluto con il gioco in un qualcosa di stabile, di formativo.
Le tende per me rappresentano anche le gonne di mia nonna dove io mi nascondevo correndo, ci giocavo, la provocavo… finchè lei poneva un limite.
Giocare a nascondino con gli amici e i fratelli è nascondersi dietro le tende. La tenda come il nodo rappresenta una porta… una porta delle nostre fasi di crescita e che malgrado noi ci porta in altro, in altre dimensioni, altra luce… e siamo sempre noi che avanziamo come se nuotassimo a rana..sempre propensi verso il futuro.
Il nostro sipario, immaginato o reale, lo apriamo tante volte nella nostra vita, come quando uno pubblica un libro, apre una mostra, entriamo in un’altra dimensione. Sembrerebbe un gioco di scatole cinesi con un mondo nel mondo all’infinito.
Qalaq, parola araba è una parola palindroma come palindroma è l’installazione e si addice allo stato anche ansiogeno che può generare questa esperienza immersiva. In questo caso se ho avuto un’intenzione benigna è stata quella maliziosa di lavorare sulla nostra memoria; i nodi e in questo caso le tende, dove questo nuotare tra una tenda e l’altra tra un tono e colore diverso emergono immagini, voci o ricordi del nostro album di vita personale. Richiamare un’altra volta nel nostro presente le cose che hanno inciso nella nostra memoria, perché ricordandole è come se per qualche secondo le riportassimo in vita. L’ultima tenda (la trentesima) è rossa, come il sipario dei teatri, dove noi usciamo dal percorso e ci troviamo involontariamente nella vita o su un palco come persone che si guardano allo specchio. Persone protagoniste della propria vita o spettatori di un’immagine riflessa.
A volte non abbiamo l’intenzione di generare e creare, ma nutriamo un piacere sottile di ciò che l’arte o la storia ci propone da osservare e questo è il senso della scultura Nunc Nunc Dalek – Oggetto simbolo misterioso del tempo raffigurato in forma umana, visto che siamo composti di materia cosmica e invece di guardare ciò che il dito indica guardiamo il dito.

Nella tua poiesis, caratterizzata da una costante sperimentazione attraverso una pluralità di linguaggi e dalla provocazione dirompente – strumento di cambiamento della coscienza individuale e collettiva – una delle funzioni dell’arte contemporanea è la denuncia dei paradossi e delle contraddizioni sociali del presente. A tuo avviso l’arte, nell’epoca della modernità liquida, può essere ancora rivoluzionaria?

Devo constatare che l’avanguardia da un po’ di tempo è assente dal dibattito artistico per una serie di motivazioni; la tecnologia ha cambiato le modalità, il modo di usufruire le immagini, le informazioni e non in ultimo la A.I. che sembrerebbero decretare la morte dell’arte (se ne parla da tempo) o forse la fine di un modo di concepire l’arte.
L’avanguardia artistica, ma non solo, era lanciare un sasso, vedere se nel bosco c’era vita, c’era altro..e questo sasso provocava una reazione che a domino generava un movimento, una metastasi di un’idea che collassava con il suo compimento.
Gli artisti maturi sono critici e scettici sulle nuove modalità (che poi nuove non sono come portatrici di innovazione ma sono solo una variazione sul tema).
Come dire lo stesso concetto in modi diversi. Gli artisti più maturi fanno fatica ad accettare in modo mite queste espressioni o situazionismi nel sistema arte.
Rischiamo di diventare dei Don Chisciotte contro i mulini a vento. La strada è indicata. La capacità di adeguarsi è sicuramente una prerogativa del giovane che grazie alle esperienze di artisti di altri tempi hanno dato un know-how al suo senso come artista contemporaneo. Se pensi a Duchamp con il suo ready made ad oggi è cambiato molto poco; le opere hanno volti diversi ma ancora difettano dello stesso codice genetico.
L’arte non sarà rivoluzionaria nel senso vero del termine, ma gli attori in gioco saranno catapultati inevitabilmente in un meccanismo predestinato. Sarà impossibile riconoscerla come arte tradizionale (o quello che intendiamo arte) perché l’arte, alla fine, quello che voleva dimostrare lo ha fatto, ci è riuscita. Ha matchato il proprio senso con l’esistenza stessa dell’essere umano; ossia ha negato l’oggetto, ha dimostrato che tutto è arte e non in ultimo siamo tutti artisti e questo concept si sta divulgando a macchia d’olio nel mondo grazie alla tecnologia. Ci sarà un mondo con sempre meno lavoro e sempre più arte; non intesa come diceva Artschwager..ad una domanda che gli posero su che cosa fosse l’arte, lui rispose: “non so cosa sia l’arte ma posso dire che è un fantastico passatempo”.
Credo che lo scenario futuro sarà, sì omologazione, oggettivazione e usufruibilità diffusa dell’arte ma diventerà una cosa molto seria, perché nel mondo che dovremmo riuscire finalmente a disegnare (senza guerre e senza fame) ogni essere pensante consapevole del proprio singolo potenziale metterà in atto la sua arte.

Come cambia, a tuo avviso, la funzione dell’artista e dell’opera d’arte nell’era postmediale, dominata dall’ipertecnologizzazione che, come scrive Baudrillard nell’opera “Il delitto perfetto”, conduce all’eliminazione dell’illusione estetica, della distanza tra immagine e realtà? 

L’arte, la filosofia, la musica, la letteratura e altre forme di comunicazione hanno avuto un loro apice e declino inevitabilmente. Forse l’eccesso di proposta crea e genera crisi perché ci si specializza nei generi. Sembrerebbe che ognuno debba rimanere nel suo guscio e nel suo mondo.
La differenza che potrebbe distinguere l’arte dalle altre espressioni è che l’arte non nasce con l’intento di generare economia o numeri. Il mercato dell’arte non è l’arte, è una storicizzazione di un’opera, di un’artista e gesto di follia di chi crede di acquistare un bene dell’umanità, un’illusione del momento.
Quello che cerco di comunicare nella mia modalità è non esaltare o vendere il mio ego al mondo ma stimolare un dialogo con la materia che ho plasmato per l’occasione.
Le previsioni o le certezze di come le cose dovrebbero essere o saranno di solito si sono sempre dimostrate sbagliate..
Concludo con una frase del Talmud di Babilonia: “Chi salva una vita salva il mondo intero”.
Se con la mia arte ho convinto o stimolato l’immaginazione o la creatività di una sola persona la cosa mi nutre e dà senso al mio fare.