La sala, gremita di spettatori, ha testimoniato l’interesse suscitato da un progetto che, come già approfondito nel mio precedente articolo (https://segnonline.it/origin-the-venetian-lagoon-di-yann-arthus-bertrand-meditazione-sulla-fragilita-del-paesaggio/), trascende il documentario tradizionale per farsi meditazione visiva sulla laguna veneziana. Tra panorami aerei che mostrano isole, canali e riflessi mutevoli e ritratti di pescatori, artigiani e custodi di saperi antichi, il film restituisce Venezia come organismo fragile e pulsante, sospeso tra memoria storica e incertezza del futuro. Origin alterna lirismo visivo e concretezza, trasformando il paesaggio lagunare in protagonista vivo e in dialogo con chi lo abita quotidianamente. La proiezione ha permesso di approfondire i temi centrali dell’opera: memoria, resilienza e rapporto tra uomo e natura. Origin, the Venetian Lagoon non è solo esperienza visiva, ma meditazione sul tempo, sulla storia e sull’intelligenza silenziosa dei gesti umani, invitando a percepire Venezia non come reliquia immobile, ma come organismo dinamico e resiliente.
In esclusiva, proponiamo l’intervista al regista, che racconta la genesi del film, la sua visione poetica e i significati che attraversano ogni inquadratura.
Domanda: Il suo lavoro è una riflessione sul tempo che passa, rivelata attraverso lo sguardo dall’alto che trasforma la laguna in un paesaggio di forme e geometrie nascoste. Inoltre, c’è la presenza-assenza dell’uomo: nelle sue immagini vediamo le opere realizzate dall’uomo, ma mai i volti umani.
Risposta: È raro trovare luoghi così affascinanti da fotografare come la laguna veneziana, e al tempo stesso ancora poco conosciuti. La sua vera bellezza emerge solo dall’alto: da terra, gran parte delle forme e delle geometrie rimane invisibile. Quando incontro un paesaggio così particolare, ne resto immediatamente attratto. Nella fotografia aerea sono affascinato dal grafismo: linee, forme e geometrie che la natura rivela solo dall’alto. Essere fotografo significa riconoscere subito la bellezza di un luogo, e oggi, grazie ai droni, posso finalmente mostrarla nella sua intensità, selezionando le immagini più potenti. Tutto si fonda sulla scelta: ogni immagine deve dialogare con le altre per costruire l’effetto finale. Accanto all’aspetto estetico, c’è anche un impegno civile: attraverso il mio lavoro voglio trasmettere un messaggio di salvaguardia dell’ambiente.
Il tempo è un tema centrale: le mie immagini cambiano con la luce, con le stagioni e anche grazie all’ingegno umano che ha saputo creare Venezia in un luogo apparentemente impossibile. È una riflessione sulla capacità dell’uomo di trasformare la natura senza annullarla, generando una città unica al mondo. La laguna è rimasta quasi immutata per millenni, eppure l’uomo, con straordinaria inventiva, ha costruito un’opera visionaria che continua a incantare il mondo. Tornando dal Kenya, me ne sono innamorato, e da 35 anni sognavo di raccontarla in un film.
D: Nel film colpisce il contrasto tra silenzio e musica. In alcune scene il silenzio assoluto e i suoni naturali vengono interrotti dalla musica di Vivaldi, che crea un’atmosfera emotivamente intensa. Avrebbe potuto lasciare solo i suoni naturali?
R: All’inizio avevo pensato di usare soltanto i suoni naturali – il vento, gli uccelli – e abbiamo fatto delle prove. Ma il risultato era troppo contemporaneo, privo di armonia. Abbiamo così scelto di inserire la musica, che crea un equilibrio tra l’immagine e l’emozione sonora. Tutta la colonna sonora è di Vivaldi e per me era importante rendergli omaggio. La musica non è un semplice accompagnamento, ma parte integrante della narrazione, un vero matrimonio tra visione ed emozione. Col senno di poi, forse avrei lasciato più spazio ai suoni naturali, ma il film è nato molto rapidamente – girato a maggio e montato a luglio – ed è stato un vero laboratorio creativo, un luogo di sperimentazione continua dove ogni elemento veniva provato, raffinato e messo in relazione con gli altri.


D: In effetti, il suo film sembra un laboratorio vivo, aperto anche al dialogo con le altre arti. Com’è nata e come ha funzionato la collaborazione con Carlo Ratti e la biennale Architettura?
R: Lo spirito era esattamente quello di un laboratorio creativo ed estetico, e Carlo Ratti lo ha colto subito. Quando ci siamo incontrati a Parigi, chiedendomi che film volessi fare, io dissi che non mi interessava raccontare l’architettura in senso tradizionale. avrei preferito dedicarmi ai costruttori delle grandi costruzioni: gli operai migranti che innalzano i grandi edifici, spesso provenienti dall’Africa o dal Pakistan, invisibili ma essenziali. Sono loro i veri protagonisti, troppo spesso dimenticati, gli eroi e noi gli architetti. Per motivi economici quel progetto non fu possibile. Così rilanciai un’idea che custodivo da decenni: raccontare la laguna di Venezia. Negli anni ’80 avevo già lavorato sul tema della luce e del cielo, e sapevo che la laguna meritava di diventare protagonista. Grazie al sostegno decisivo di Ratti, il film è stato realizzato ed è stato accolto con entusiasmo alla Biennale. Con Carlo siamo in piena sintonia, condividiamo una stessa energia: siamo entrambi sempre in movimento, curiosi, alla ricerca di nuove possibilità. È stato questo spirito a rendere possibile un progetto capace di intrecciare bellezza, arte e attenzione verso chi resta invisibile. Barbera addirittura mi propose persino di aprire la Biennale con un film sulla laguna, di due minuti, ma io non volevo accorciarlo né comprometterlo.
La laguna è la vera protagonista. È un luogo unico, che ci accoglie come ospiti e che sentiamo come casa. Ho voluto metterne in luce l’importanza, soprattutto oggi, quando molti visitatori la consumano senza rispetto, arrivando persino in jet privati, privi di attenzione ecologica. Il film è un omaggio alla laguna e alle persone che la abitano: un invito a guardarla non solo come sfondo di Venezia, ma come un ecosistema prezioso da custodire e anche un omaggio all’intelligenza del genio veneziano che ha saputo dialogare con la natura in maniera creativa.
