On The Breadline | Intervista a Elena Bellantoni

«Se è vero che non di solo pane vive l’uomo, cercherò di spingermi sulla “breadline” e dare voce e forma a questa linea che seguirò. Il mio “canto” personale prenderà il ritmo di una vecchia macchina da scrivere, sulla quale trascriverò il mio diario di bordo giorno per giorno. Le mie annotazioni faranno da eco alle note cantate, in quattro lingue diverse, dai cori. Il lavoro artistico nasce per me dall’incontro: in questo caso con il territorio – di cui seguirò segni e tracce – e con un coro formato da sole donne. Ho scelto di declinare solo al femminile questo progetto perché credo che oggi più che mai ci sia il bisogno di prendere la parola e dare voce. Credo che questo “gesto poetico” sia necessario, non solo per raccontare un lungo passato di lotte e proteste per parlare profondamente del nostro presente».

Con queste parole Elena Bellantoni si apprestava a partire a marzo di quest’anno per una serie di residenze – tra i Balcani, Turchia, Grecia e l’Italia Meridionale – ideate grazie a On The Breadline, uno dei progetti vincitori della IV Edizione dell’Italian Council (2018), bando promosso dalla Direzione Generale Arte e Architettura contemporanee e Periferie urbane del Ministero per i Beni e le Attività Culturali con il fine di promuovere l’arte contemporanea italiana nel mondo. L’itinerante progetto, sviluppatosi per circa un anno e a cura di Benedetta Carpi De Resmini e promosso da Wunderbar Cultural Projects, ha portato l’artista romana lungo la cosiddetta “via del pane” attraversando quattro città europee: Belgrado, Atene, Istanbul per concludersi a settembre a Palermo.

Il resoconto finale di questo lungo lavoro è oggi documentato attraverso un’opera video a quattro canali che entrerà a far parte della collezione permanente delle opere multimediali dell’Istituto Centrale per la Grafica e sarà presentato in primis al MAXXI il 4 dicembre e, successivamente, in una mostra personale che avrà luogo nel 2020. Sempre al MAXXI dal 4 all’ 8 dicembre sarà possibile assistere alla videogallery dedicata alla proiezione in anteprima del video Ho annegato il mare. Infine, in questa serata sarà presentato anche il catalogo On The Breadline, edito da Quodlibet, in cui sarà raccontato il viaggio attraverso la voce narrante dell’artista, della curatrice e dei due storici dell’arte Stefano Chiodi e Riccardo Venturi.

Per approfondire l’esperienza su On The Breadline ho intervista l’artista Elena Bellantoni.

Maila Buglioni: «Ciao Elena, ho seguito sui social e sul sito il tuo progetto itinerante “On The Breadline”, a oggi concluso. È stato un viaggio lungo, durato quasi un anno, che ti ha portato a confrontarti con differenti realtà, luoghi, popolazioni e tradizioni. Un itinerario in 4 tappe (Italia, Grecia, Serbia e Turchia) ideato con l’obiettivo di percorrere la, cosiddetta, “strada del pane”. In primo luogo ti chiedo: quali sono stati i risultati di quest’esperienza? E, facendo un bilancio, hai avuto maggiori riscontri positivi o negativi?»

Elena Bellantoni: «La Breadline è stato un progetto molto complesso in quanto ha alle sue spalle un intero anno di intenso lavoro. “La via del pane” si è fatta lentamente e la mia immaginazione ha preso forma nei luoghi che ho attraversato e con le persone che ho incontrato. È un progetto ad alto rischio di fallimento poiché in ognuno dei quattro paesi coinvolti ho dovuto creare una rete di supporto con ciascun Paese in cui ho sviluppato il progetto. Riuscire a decifrare ogni territorio nel giusto modo non è stato semplice ma è stata la spinta che mi ha portato a andare avanti nella mia ricerca e verificare se quello che avevo pensato e scritto l’anno prima potesse prendere forma e funzionare. L’arte per me è proprio questo: avere la possibilità di dire e di essere visionaria cercando una modalità e dispositivo giusto per restituire questa grande esperienza a cui mi sono dedicata in tutti questi mesi. Il bilancio è sicuramente più che positivo e, anzi, oltre le mie aspettative. Non pensavo che sarei riuscita a mantenere la stessa qualità produttiva in tutti i luoghi. È stata una grande avventura nata dall’incontro con tutti questi luoghi e persone che hanno lavorato con me. La Breadline è un lavoro collettivo costituito da: un coro di cento donne (uno per ogni paese ospitante) i quattro direttori, l’affiancamento musicale di Sandra Cotronei, la mia troupe di 4 persone, vari gruppi di lavoro locali che sono stati al mio fianco.»

M.B.: «Quindi questo progetto non fa altro che rispecchiare la tua pratica artistica che si fonda sempre su progetti corali come in “Ho annegato il mare” (2018) giusto?»

E.B.: «Sì, la mia pratica si basa sempre su un lavoro relazionale. La Breadline, in particolare, è un lavoro molto relazionale grazie al coinvolgimento delle persone che hanno partecipato al progetto anche se c’è stata una pratica diversa: qui il mio lavoro è stato principalmente quello di regia, di direzione artistica e di scrittura perché io non compaio mai nel video finale, io sono presente sono in delle performance in solitaria che ho sviluppato per ogni città. I soggetti principali sono le ragazze che cantano e performano»   

M.B.: «Il progetto s’incentra sulla via del pane, alimento sinonimo di povertà e delle numerose rivolte avvenute nei secoli precedenti in Italia come altrove, esemplare è quella del 1628 ricordata dal Manzoni nei Promessi Sposi o quella recentissima del 2011 in Tunisia denominata la “Rivolta dei Gelsomini”. Non a caso le mete che hai scelto – Atene, Belgrado, Istanbul e Palermo – sono esemplificative della Breadline, di questi scontri popolari. In queste città avrai sicuramente riscontrato costanti e differenze che contraddistinguono le singole città riguardo a tale tematica…»

E.B.: «Il pane è il soggetto su cui ho incentrato tutto il progetto partendo dal testo “Bread & Roses”, nato intorno agli anni ’10 del Novecento in Massachusetts durante uno sciopero di lavoratrici tessili, declamato dalla leader femministica socialista statunitense Rose Schneiderman. Il testo, che afferma “non vogliamo solo il pane ma vogliamo anche le rose”, viene ripreso prima da James Oppenheim che ne fa un poema e successivamente da Mimì Farina e poi da Joan Baetz (1974) che ha prodotto una canzone folk. Inoltre, in questi mesi di ricerca mi ha accompagnato il testo dello scrittore serbo croato Predrag Matvejević “Pane Nostro”, con post-prefazione di Erri De Luca, in cui egli narra le vicende del pane e la sua simbologia connessa al contesto religioso, alla tradizionale, al ricettario antico, alle civiltà della Mesopotamia, ai carcerati, alla povera gente perché il pane è un alimento umile, semplice nonché sinonimo di comunità. Tornando alla tua domanda, ciò che lega questi paesi è in primo luogo il Mar Mediterraneo. Inoltre, tutti, tranne Palermo, fecero parte dell’impero ottomano e, quindi, sono uniti da una radice tradizionale e culturale molto forte. Per di più, Italia e Grecia sono due nazioni molto unite per l’antico legame culturale, per il contesto di crisi socio-economica che oggi che le caratterizza e perché fanno entrambe parte della comunità europea mentre la Serbia e la Turchia vorrebbero farne presto parte. Palermo è sinonimo della tematica dei porti, degli sbarchi dei clandestini; Atene è simbolo della crisi economica e di tutto ciò che ruota attorno alla sussistenza di una nazione; Belgrado incarna l’orrore e la tragedia della guerra civile dei Balcani degli anni ’90 continuando ad essere la miccia di possibili future guerre come lo sono stati nel recente passato (1° e 2° guerra mondiale), Istanbul è un’altra città sinonimo di instabilità politico-sociale con il suo capo politico, Erdogan, che con violenza sta mettendo in crisi il suo popolo oltre che a quello curdo. La Breadline, quindi, segna una mappa, una linea di confine, attraverso il pane: essere sulla Breadline significa essere sulla soglia della povertà ed io cerco di tracciarla a mio modo attraverso seguendo le briciole del pane.»

M.B.: «In questo lungo viaggio ogni tappa è stata scandita da momenti di presa visione del luogo e momenti di creazione artistica ovvero di performance accompagnate da cori della popolazione locale femminile. Cori che hanno preso spunto dal canto di protesta “Bread & Roses”, originato da una frase che Rose Schneiderman, leader femminista socialista statunitense, ha declamato nel 1912 durante un importante sciopero di lavoratrici e che hanno dato vita al video The Breadline. Inoltre, accanto a questi Cori hai prodotto in ogni città due o tre performance in location che ti hanno affascinato. A Belgrado, ad esempio, hai scelto l’antica rocca, ora parco pubblico, dove sono conservati mezzi armati, armi, bombe e missili utilizzati durante la guerra civile… Ecco, puoi farci un resoconto della tua produzione artistica effettuata durante la tua residenza nei Balcani?»

E.B.: «Per ogni città ho scelto di effettuare alcune performance per entrare in rapporto con il contesto cittadino e la sua storia scegliendo luoghi affatto scontati, non le solite location da cartolina che solitamente il turista medio cerca per farsi il selfie da postare sui social. La mia location scouting si è impostata su precise caratteristiche preferendo siti simbolo del concetto di UTOPIA. Riuscire ad avere i permessi per accedere nei luoghi scelti non è stato affatto semplice anche per via dell’instabilità politica di alcune regioni. A Belgrado, ad esempio, grazie a Zara Audiello di Beo Project, associazione che si avvale del patrocinio dell’Istituto Italiano di Cultura a Belgrado in collaborazione con gli artisti e architetti i Dragan Strunjas e Sandra Božić, sono riuscita a girare la performance a Novi Beograd, ovvero la Nuova Belgrado, voluta da Tito nei Block23 – una sorta di Corviale – che testimoniano il brutalismo architettonico ed il fallimento proprio di un’utopia. Di fronte al Museo del 25th of May – il museo dedicato alla gioventù titina, ai lavoratori nonché mausoleo di Tito – l’atto di lanciare la farina, diventa un gesto quasi di protesta, evocando le mani tese e bianche durante le manifestazioni contro la guerra quando a Belgrado non c’era pane e la gente protestava per l’embargo. Nel gioco di parole “Yu&Me” – titolo della performance – “Yu” è l’ex Yugoslavia, è come se cercassi un rapporto personale con la città mentre il “Me” che emerge è il mio corpo che metto in gioco. Durante l’azione divento lentamente bianca, fin quasi a cancellarmi: annullamento come simbolo di un atto silenzioso, in cui il bianco della farina diventa un colore che traccia il punto di crisi in cui emerge la mia breadline, che visivamente segno a terra. Mentre nell’antica Kalamegda, la rocca Turca – all’interno della quale c’è una collezione di carri armati, armi, bombe e missili risalenti alle varie guerre che hanno attraversato i Balcani – ho girato il lavoro performativo “Armed body/corpo armato”. In questo parco aperto al pubblico i bambini giocano mentre gli adulti scattano le foto. I carri armati sembrano diventare degli enormi giocattoli con cui le persone interagiscono. “Ho armato il mio corpo”, costruendo un percorso “ginnico” con lo spazio, che è diventato un prolungamento di questi oggetti. Attraversando questo parco giochi il mio corpo subisce una trasformazione personificando questi giocattoli di morte. Inoltre, Belgrado mi ha ispirato una terza performance: “Blu White Red” ove i colori della bandiera della ex-Yugoslavia vengono srotolati, come fossero un nastro infinito, all’interno del perimetro delle fondamenta del Museo della Rivoluzione nella zona di Novi Beograd, edificio mai costruito che doveva essere aperto pubblicamente nel 1981 e doveva presentare una collezione e un’esposizione permanente, una visione completa dei movimenti sindacali e della rivoluzione popolare all’interno della SFR Jugoslavia. Con la mia azione tento di ricostruire in modo “immaginario ed ironico” questo spazio mai realizzato indossando i panni di un super eroe mascherato – che veste i colori della ex Yugo –  e, come nelle staffette che venivano fatte in occasione dei festeggiamenti dei compleanni di Tito, ne ripercorro il perimetro delle fondamenta correndo. Attraverso questa ricostruzione è come se attraversassi in modo “onirico” la storia dell’ex Yugoslavia. L’azione finisce quando anche i nastri finiscono: il tentativo di edificazione ha reso visibile una struttura che non esiste ed il taglio dei nastri sancisce un inizio ma anche la fine di un’epoca.»

M.B.: «Il contatto con realtà differenti ti ha portato a conoscere e rapportarti con altre razze, tradizioni e culture scoprendo così come la parola “pane” abbia significati differenti in quanto diverse sono le storie che hanno contraddistinto una città o una nazione. Ad Atene, ad esempio, pane è sinonimo di Istruzione e libertà fino a divenire nel 1973 uno slogan-manifesto della pressante crisi economica sfociata nella rivolta studentesca contro le differenze sociali, l’abbattimento della dittatura in favore dell’instaurazione della repubblica. In questo contesto come e dove hai deciso di intervenire a livello performativo?»

E.B.: «Atterrare ad Atene per me è stata una sorta di ritorno in patria ovvero nella mia brulla Calabria, in un territorio mio. La Calabria è stata, d’altronde, colonia greca e ancora oggi l’Italia è legata alla Grecia sia per le sue origini sia per le problematiche socio-economiche. Ad Atene ho vissuto nel quartiere anarchico dove nel’73 si è scatenata la rivolta studentesca. Ho scelto di effettuare la mia performance della farina – “73:19” – davanti al Politecnico, edificio simbolo di questa protesta popolare. Qui, alle 6 del mattino con un gesto semplice, secco e silenzioso ho impolverato l’ingresso dell’Ateneo e mi sono interrogata su cosa ha lasciato quella rivolta del ‘73: un cancello chiuso che nessuno può forzare più, dopo l’irruzione dei carri armati del regime dei colonnelli che hanno fatto mattanza. Ho cercato di tracciare quell’arco temporale che ha portato fino ad oggi, passando – simbolicamente con un gesto ripetitivo – anche per la crisi iniziata nel 2008. La farina cancella ed evidenzia allo stesso tempo una figura fisica nello spazio pubblico, nelle piazze, nelle strade che diventa scomoda. La memoria resta attaccata come polvere di farina che non va via. Mentre in “Sokratis” ho scelto di indossare la maglia del capitano della Grecia Sokratis per un duello a tu per tu con l’Europa. In questa partita ho disegnato – seguendo le mie misure – la bandiera della Comunità Europea sul duro muro di cemento dove la palla sbatte contro per cercare di fare centro all’interno del cerchio da me realizzato. La performance è stata una sorta di lotta simbolica tra Sokratis e l’Europa cementificata, lapidaria nei confronti della nazione greca.»

M.B.: «Mentre ad Istanbul, la città più orientale di tutto il progetto, hai deciso di delineare una Breadline caratterizzata da commistioni e simbologie legate alla cultura araba. Incipit di questa tappa è il riferimento alla frase dello scrittore Burhan Sönmez “A Istanbul il pane e la libertà erano due desideri che richiedevano di essere l’uno schiavo dell’altro. Si sacrificava la libertà per il pane o si rinunciava al pane per la libertà”»

E.B.: «Istanbul ora sta vivendo una situazione instabile sia a livello politico che sociale. Qui ho cercato di tradurre a mio modo la Breadline attraverso il silenzioso gesto di imbiancarmi in un angolo nascosto della città ovvero sotto tra la torre ed il ponte di Galata dove prima c’erano delle case ottomane, adesso abbattute per costruirci un quartiere di lusso. In questa terra di nessuno ho prodotto “No Man’s Land”. Mentre la mia performance “Soap Opera” è stata girata a piazza Taksim davanti al Monumento alla Repubblica scolpito dallo scultore italiano Pietro Canonica. In questo luogo che ha accolto le proteste del 2013 contro il premier turco Erdogan, spente nella violenza, per la sua scelta di demolire il vicino Takism Gazi Park e costruirvi un centro commerciale, ho deciso di tentare di pulire, con acqua e sapone, l’enorme piazza per cancellare quel dramma.  Soap Opera è un termine legato al concetto televisivo americano di serial che tra la fine degli anni 70 ed inizio anni 80 imperversavano nelle nostre TV al posto dei nostrani sceneggiati. Un lemma che deriva dal tipo di prodotti pubblicizzati nelle prime produzioni statunitensi, detersivi e saponi di aziende che si rivolgevano al pubblico femminile quale destinatario principale della soap opera. Il sapone in questo caso pulisce, cancella e cerca di tirar via la sporcizia del luogo. La cadenza giornaliera e ripetitiva dedicata alle donne della soap opera si trasforma da svago televisivo ad azione politica.»

M.B.: «Infine, a settembre sei tornata a Palermo, città che conosci bene per via del progetto “Ho annegato il mare” – incentrato sulla speculazione edilizia e sullo sfruttamento della costa e realizzato in occasione di Manifesta12 – che con la Breadline condivide l’intento di sensibilizzare il pubblico su questioni legate al territorio ma se ne discosta poiché quest’ultimo verte su tematiche connesse al pane e alla rivolta qui avvenuta nel 1944»

E.B.: «A Palermo ho girato la mia performance all’ex fiera del Mediterraneo dove tutti i palermitani negli anni Cinquanta andavano a curiosare tra le novità del mercato e ora caduta in uso diventando un non-luogo. Qui la natura, contrariamente alle altre location in cui ho realizzato i miei interventi, sta riprendendo i suoi spazi invadendo anche il cemento presente. A Palermo questo contrasto tra natura e cemento è molto forte e torna costantemente in tutta la città, come avevo già avuto modo di notare quando ho realizzato il progetto “Ho annegato il mare” in occasione di Manifesta12. Inoltre, la mia Breadline ho voluto segnalarla legandola al quartiere popolare di Danisinni caratterizzato dall’abbandono e da una forte comunità religiosa che sta cercando di intervenire attraverso l’arte aprendo un museo sociale di arte contemporanea ed un circo sociale: interventi che suonano come una rinascita del territorio nonostante l’abbandono e l’indifferenza dell’amministrazione locale. Inoltre, qui è presente anche una fattoria didattica con veri e propri animali che circolano liberamente ed è proprio nell’aia di questa location che ho scelto di girare la mia Breadline “Danisinni”. Qui sono voluta tornare alle origini della Breadline, alla farina e al grano da cui deriva: grano come elemento naturale che nasce da questa terra umile, dal generoso animo umano che qui regna. Mentre la performance “Gun’ses Roses” è stata girata di fronte al Tribunale dove è stato istruito il maxi processo di Falcone e Borsellino, che in realtà si è svolto nell’aula bunker, e consistita nel mio gesto domestico di pulire per terra attraverso una scopa composta da rose vere: un’azione violenta realizzata all’alba e conclusa solo quando questo mazzo di fiori mi è sfuggito di mano volando in aria per poi distruggersi completamente in mille petali che si sono adagiati sul cemento divenuto bianco. Un gesto fisico, violento che mi ha portato a riflettere su quante rose si sono spezzate a Palermo per via della mafia.»

M.B.: «Per quale motivo hai scelto la donna, e non un coro misto, per realizzare le tue performance?»

E.B.: «Ho scelto innanzitutto un coro nonostante la canzone a cui mi sono ispirata sia cantata da un singolo cantante perché il coro è sempre legato ad un’azione di protesta, di denuncia collettiva. In questo caso ho preferito usufruire di un coro di sole donne perché credo che oggi sia importante restituire voce alle donne in quanto nei nostri giorni sono state coloro che hanno iniziato a parlare ed attirare l’attenzione su questioni sociali cruciali e ambientali o come il movimento Me Too contro le violenze sulle donne. Inoltre, per via della sua indole la donna risulta oggi l’individuo più adatto per risolvere attraverso un pacifico dialogo le problematiche esistenti nel mondo piuttosto che utilizzare la violenza, le armi, la forza col fine di essere un esempio per le generazioni future, per i loro figli. Inoltre, molto forte è stato in Italia il movimento femminista insieme al partito radicale che negli anni settanta ha vinto battaglie come il divorzio e l’aborto, a partire dall’Italia la mia ricerca si è allargata anche ai movimenti nati in quegli stessi anni nelle altre nazioni che hanno preso parte della Breadline.»

M.B.: «Le donne con cui hai lavorato per realizzare le tue performance sono giovani ma in ogni tappa hai voluto che solo alcune di esse indossassero abiti tradizionali mentre il resto gruppo era vestito con anonime divise creando così un contrasto visivo che diviene simbolo e sinonimo di disuguaglianza, rivolta, etc. riportando l’attenzione sulle questioni fin qui narrate.»

E.B.: «Questa scelta è legata a motivi visivi: le tre donne in abiti tradizionali sono le soliste e quindi rappresentano un determinato ruolo in ambito musicale. Ho, inoltre, ritenuto opportuno fare una ricerca sugli abiti tradizionali di ogni paese scoprendo così che esistono delle assonanze tra abiti serbi, grechi e turchi dovute alla dominazione ottomana che ha fortemente influito sulla cultura tradizionale di queste nazioni. Ho ritenuto interessante osservare come la figura della donna è cambiata nel corso dei secoli grazie agli abiti da loro indossati: nel passato gli abiti erano composti da serie di stratificazioni risultando pesanti e sinonimo di una donna costretta a sottostare a regole da cui non poteva liberarsi. Mentre il resto del coro è costituito da donne che indossano abiti odierni – più leggeri e comodi, indicando l’avvenuta emancipazione dell’individuo femminile – ossia vere e proprie divise da lavoro che sottolineano l’omologazione a cui oggi assistiamo. Tuttavia, queste uniformi si differenziano da paese a paese per via dei colori scelti da me: a Belgrado sono blu elettrico (tinta ritorna anche nella bandiera serba), ad Atene sono celesti (sinonimo, per me, del colore del cielo greco narrato da Omero), ad Istanbul sono rossi (riprendendo la bandiera turca) e, infine, a Palermo sono rosa. Colori che se visti insieme risultano sempre in armonia visiva contrastando fortemente con le uniformi indossate perché quest’ultime rappresentano, invece, l’annullamento dell’identità, una standardizzazione evidenziata anche attraverso una serie di movimenti meccanici da me richiesti ed effettuati dalle ragazze del coro col fine di evocare un’architettura automatizzata sia nei corpi sia nei luoghi in cui la performance è stata girata. Inoltre, le donne sono tutte truccate con del trucco tipicamente pop/anni Ottanta ovvero gli anni d’oro in cui tutto era possibile ed in cui sembrava che tutto andasse bene. Infine, tutte indossano le scarpe All Stars, la cui fabbrica nasce negli anni 10 del Novecento in Massachusetts esattamente dove nasce “Bread & Roses”, che rispecchiano la mia adolescenza, che sono nuovamente di moda ed è la scarpa che ho trovato con facilità in tutti questi quattro paesi. Le All Stars divengono così sinonimo della globalizzazione legata al camminare riallacciandosi al concetto della protesta in quanto quest’ultima avviene proprio camminando, attraversando i luoghi. Il camminare ha inoltre un ritmo come la musica, un incedere attivo e corale verso un luogo, la strada.»

M.B.: «Ora a distanza di circa un anno dall’incipit di questo viaggio occorre tirate le somme sui risultati prodotti ma cosa ti ha lasciato questo lungo itinerario e cosa hai lasciato lungo di esso?»

E.B.: «Su cosa ho lasciato occorre chiederlo alle ragazze e a chi ho incontrato in questo lungo e complesso lavoro: con alcune sono nate amicizie, legami nuovi di lavoro che sicuramente porterò avanti nel tempo. Questi luoghi e queste persone mi hanno attraversato, tornare in Italia passando per Palermo, la porta del Mediterraneo, ha modificato il mio modo di guardare la realtà che ho di fronte. L’atto artistico per me ha un valore poetico/politico, il posizionamento nello spazio pubblico, cittadino, viene ben reclamato in bread&roses “noi combattiamo non solo per il pane, ma per il diritto alla musica, all’arte, noi vogliamo il pane ma anche le rose!.. per questo noi marciamo”.»

On The Breadline di Elena Bellantoni

sito: http://www.onthebreadline.it/

Wunderbar Cultural Project

sito:  www.wunderbarproject.it/

Maila Buglioni

Storico dell’arte e curatore. Dopo la Laurea Specialistica in Storia dell’arte Contemporanea presso Università La Sapienza di Roma frequenta lo stage di Operatrice Didattica presso il Servizio Educativo del MAXXI. Ha collaborato con Barbara Martusciello all’interno dei Book Corner Arti promossi da Art A Part of Cult(ure); a MEMORIE URBANE Street Art Festival a Gaeta e Terracina nel 2013 e con il progetto Galleria Cinica, Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi (PG). Ha fatto parte del collettivo curatoriale ARTNOISE e del relativo web-magazine. Ha collaborato con varie riviste specializzate del settore artistico. È ideatrice e curatrice del progetto espositivo APPIA ANTICA ART PROJECT. È Capo Redattore di Segnonline, coordinando l'attività dei collaboratori per la stesura e l’organizzazione degli articoli, oltre che referente per la selezione delle news, delle inaugurazioni e degli eventi d’arte. Mail maila@segnonline.it; maila@rivistasegno.eu