C’è qualcosa di profondamente esausto nella nuova pittura figurativa internazionale. Il sistema globale privilegia immagini compatibili con la velocità della circolazione su web: opere leggibili, psicologie semplificate, identità ridotte a stile visivo. Anche quando affronta temi politici o autobiografici, molta figurazione genera immagini già orientate al consumo — pittura come thumbnail, branding emotivo, valore simulato per fiere, viewing room e Instagram. La rappresentazione sostituisce complessità con riconoscibilità e si adegua all’economia dell’attenzione, costruendo immagini performative dal coinvolgimento cognitivo senza tensione percettiva.
In questo scenario il dipinto odierno articola traiettorie diverse in seno a una stessa condizione: immagine saturata tra archivio, informatica e sentimento. In Jamian Juliano-Villani la pittura coincide con collisione di immagini trovate e scarti ottici. In Jutta Koether il gesto immette attrito materiale nella trasparenza dell’immagine. Avery Singer spinge verso una modellizzazione olistica, mentre Jon Rafman interviene su un’immagine post-organica, tra deposito e soggettività mediata.
La mostra di Steven Shearer alla galleria David Zwirner di Londra, My Moody Muse, si colloca tra memoria, spazio mentale e superficie: part memory, part cyber-space, part picture-space. Shearer coltiva un’aura di mistero e le figure— tra cultura pop, underground, diacronia estetica e processi sintetici — restano aperte, prive di lettura univoca, sospese tra interpretazione e opacità.
In Comely Cad (2026) l’iconografia sembra corrosa: immagine computerizzata attraversata da erosione pittorica, dove l’essenza corrisponde alla precarietà. In Tokerman (2026) il corpo si disperde in sedimentazione segnica, dove rimembranza, sottoculture e frammenti iconici non si accordano in una narrazione. The Understudy (2026) condensa una figura come interferenza sensibile, tra emersione e cancellazione. Si enuncia così una dimensione di molting, logoramento e fragilità corporea che si snoda nella pratica recente: il corpo si trasforma e la sostanza figurativa oscilla tra sensualità e decomposizione.
La figurazione si converte in “portraits without sitters”, soggetti mancanti di modello dove il profilo emerge come effetto dell’immagine. Fin dagli anni Novanta Shearer si esprime su collezioni di immagini vernacolari, metal, pornografia soft, storia dell’arte e internet. La raccolta si manifesta come paesaggio post-umano in cui Botticelli, glam rock e sintassi ricreata coesistono eludendo ogni gerarchia. Il suo lavoro si impone nel quadro mondiale come sintomo di un presupposto più ampio.
Molta pittura attuale origina immagini vive solo in apparenza. Shearer costruisce immagini compromesse dalla sovraesposizione virtuale, in cui i personaggi conservano residui emozionali di un ambiente congestionato. L’intelligenza artificiale agisce come autrice di immagini pensate per la consunzione, mentre il dipinto rallenta l’algoritmo e introduce resistenza nella proliferazione. Le immagini rimandano ad altre immagini e la pittura scruta la realtà mediante la sua versione online, assemblando una forma ottimizzata per la diffusione e priva di schermatura.
Shearer si muove in direzione opposta: accumulo compositivo, instabilità psicologica, frizione sensoriale. In questo insieme la tela si configura come apparecchio integrato nella resa del pregio creativo. Galleria, linguaggio curatoriale e immagine elettronica convergono in un unico dominio di percepibilità in cui il dipinto si comporta come certificazione di vigore. La figura dell’artista diventa proprietà intrinseca al mercato della visibilità e l’opera area di validazione per immagini già circolanti. Shearer intercetta questo punto di sovraccarico e rivela continuità tra desiderio, repertorio ambito commerciale.
Come scrive Boris Groys, l’immagine oggi si definisce tramite estensione e permanenza in un ecosistema autoreferenziale che produce rilievo dalla ridondanza. Come osserva Fredric Jameson, “è più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”, criterio che investe la realizzazione delle immagini e la neutralizzazione della critica.
Shearer evidenzia un destino condiviso tra pittura e digitale: immagini consumate, ancora attive nella propagazione. La figurazione contemporanea si stabilizza come regime di ripetizione controllata, dove ogni variazione resta endogena allo stesso campo di identifcabilità. In questo contesto la distinzione tra produzione dell’opera e produzione del prestigio si dissolve. L’immagine non interrompe l’ordinamento, ne prolunga la coerenza operativa, traducendo contrasto formale in intensità circolabile. La pittura funziona come dispositivo di legittimazione culturale entro un’industria della risonanza che non ammette esterni.


