Segno Abruzzo e dintorni 2026
Global Folkrore

Cartografie del possibile: Global Folklore alle Gallerie Riunite

Dal 12 maggio al 24 luglio 2026, Gallerie Riunite presenta Global Folklore, una mostra che riunisce i lavori di Rovers Malaj, Eliel David Martínez e Francesco Onda. Tre sguardi differenti che, tra memoria, geografia e immaginazione, restituiscono una riflessione poetica sull’identità contemporanea e sul modo in cui i luoghi continuano ad abitare le immagini, anche quando il mondo sembra scorrere sempre più veloce.

Ci sono mostre che nascono da un tema e altre che nascono da un incontro. Global Folklore, alle Gallerie Riunite, appartiene a questa seconda categoria. Prima ancora di essere un progetto espositivo, è il risultato di una pratica di ascolto, di ricerca e di dialogo che Annamaria De Fanis, Rosa Francesca Masturzo e Piero Renna conducono da anni con rara generosità e inesauribile curiosità. Lo si percepisce entrando nello spazio, nell’atmosfera che vi si respira, nella naturalezza con cui le opere sembrano trovare un terreno comune pur conservando la propria irriducibile differenza. A condividere questo percorso sono tre artisti formatisi all’Accademia di Belle Arti di Venezia sotto la guida dello stesso maestro di pittura, ma approdati a esiti profondamente personali. Le immagini sospese di Rovers Malaj, velate da cromie tenui, rosate e attraversate da una dimensione quasi onirica; le visioni fluide di Eliel David Martínez, dove le memorie del Messico si intrecciano con la luce e i colori della laguna; e gli istanti catturati da Francesco Onda, frammenti di movimento che sembrano sottratti al flusso continuo del tempo.

Abitiamo un tempo liquido. Le mappe si sovrappongono, i confini si sfumano, il vicino e il lontano collassano nello stesso schermo luminoso. Per alcuni decenni si è creduto che il locale e il globale potessero trovare una forma di equilibrio. La nozione di “glocal” prometteva una convivenza armoniosa tra il radicamento nei luoghi e le grandi spinte economiche e culturali della globalizzazione. Oggi quella promessa appare sempre più fragile. Più che una reale conciliazione tra differenze e appartenenze, essa sembra aver spesso mascherato rapporti di forza e processi di omologazione. Gli stessi oggetti, gli stessi simboli, gli stessi desideri si replicano da una parte all’altra della Terra. Seguendo la filosofia di McDonald’s, abbiamo imparato a riconoscere ovunque gli stessi sapori, gli stessi spazi, le stesse esperienze. Per sentirci a casa dappertutto, abbiamo finito per abitare sempre meno i luoghi che attraversiamo. È qui che emerge la frattura fondamentale del nostro tempo: da un lato le forze globali che tendono alla standardizzazione, dall’altro il bisogno di appartenenza, memoria e identità. Una tensione che attraversa ogni esistenza contemporanea e che l’artista vive in modo particolarmente intenso. L’artista si trova così sulla soglia tra due mondi. È una condizione che ricorda quella descritta da Heidegger: essere gettati nel mondo e, allo stesso tempo, chiamati a prenderne posizione. Lo studio diventa allora uno spazio liminale. Raccolto e silenzioso, dal quale osservare il tumulto del reale. O, come osserva efficacemente Gabriele Salvaterra, autore del testo critico, l’artista «chiuso nel privato della stanza di lavoro con davanti a sé il flusso del mondo, egli trova nel quadro un elemento di possibilità incredibile, un canale internet analogico fatto di tessuto, carta, legno, pigmenti, che può connettere, adesso come cinquecento anni fa, verso tutti i significati e le culture del sincretismo globale, e questo a partire da un semplice esserci, parziale e relativo, in un unico punto del globo». Forse è proprio qui che risiede ancora la forza della pittura: non nel dominare il flusso del mondo, ma nell’abitarlo. Nel trasformare una condizione di scissione in uno spazio di visione.

Le opere in mostra non raccontano soltanto immagini o luoghi: raccontano anzitutto delle traiettorie. I percorsi biografici dei tre artisti portano infatti i segni di una contemporaneità caratterizzata dal movimento, dalla migrazione e dalla continua ridefinizione dell’appartenenza. Una condizione in cui, per riprendere Heidegger, l’essere nel mondo coincide sempre meno con il semplice occupare uno spazio e sempre più con la ricerca di un luogo da abitare autenticamente. Rovers Malaj, nato in Albania e cresciuto tra geografie differenti, incarna quella prossimità paradossale che lega e separa al tempo stesso le due sponde dell’Adriatico. Le sue immagini sembrano emergere da una terra di confine, sospesa tra memoria e distanza. Eliel David Martínez, di origini messicane, porta invece nel proprio lavoro l’esperienza concreta dell’attraversamento: il viaggio, il distacco. Nelle sue opere identità e appartenenza non appaiono mai come condizioni date, ma come forme in continua trasformazione. Francesco Onda, apparentemente il più radicato dei tre, vive e lavora a Venezia, città che da secoli sfugge a ogni idea di stabilità identitaria. Crocevia tra Oriente e Occidente, porto e soglia, Venezia è essa stessa metafora di un’esistenza costruita nell’incontro tra mondi differenti. Non è forse un caso che i tre artisti si siano formati proprio nella città lagunare. Venezia rappresenta una geografia del passaggio, un luogo in cui le coordinate si intrecciano e le direzioni si moltiplicano. Oggi, riuniti a Napoli, un’altra città affacciata sul mare e storicamente aperta agli scambi, queste traiettorie trovano un nuovo punto di convergenza. Come se Venezia e Napoli, unite da una stessa vocazione all’attraversamento, disegnassero una mappa liquida fatta di rotte, incontri e possibilità.

La pittura di Rovers Malaj nasce dall’osservazione di immagini trovate, frammenti di cronaca, eventi collettivi e situazioni sospese che l’artista sottrae alla loro funzione originaria per trasformarli in racconti aperti. Attraverso una tavolozza dominata dal rosa – colore ambiguo, seducente e destabilizzante – Malaj costruisce un universo in cui realtà e finzione si confondono continuamente. Le sue immagini sembrano provenire da un altrove indefinito: piccoli teatri dell’assurdo, episodi dal carattere quasi onirico che raccontano il bisogno contemporaneo di appartenenza e spettacolo. In Ho scommesso sul cavallo sbagliato (2026), una folla assiste a una competizione tanto familiare quanto indecifrabile. La scena sembra oscillare tra festa popolare, performance e rituale collettivo, mentre il rosa avvolge ogni cosa in una dimensione emotiva sospesa. Più che rappresentare un luogo preciso, l’opera mette in scena un immaginario globale fatto di simboli condivisi, ironie e contraddizioni.

Eliel David Martínez porta nella propria ricerca il patrimonio culturale del Messico, intrecciandolo con le suggestioni raccolte nel suo percorso migratorio e nella sua esperienza veneziana. Le sue opere si sviluppano come territori di attraversamento, in cui memoria e presente, tradizione e contaminazione convivono senza gerarchie. Forme vegetali, animali e figure umane emergono da superfici liquide e cangianti, dando vita a immagini che sembrano appartenere contemporaneamente a più mondi. In Eliel y David (2026), questa dimensione prende forma in una composizione vibrante, dove la figura oscilla continuamente tra riconoscibilità e astrazione. I colori, ora accesi ora terrosi, evocano una festa permanente, una celebrazione dell’incontro e della trasformazione. Come accade nelle sue pratiche conviviali, anche qui la pittura diventa uno spazio di relazione, un luogo in cui identità differenti possono convivere senza perdere la propria singolarità.

Francesco Onda rappresenta una sorta di punto di raccordo tra queste due sensibilità. La sua ricerca si concentra sulla costruzione dell’immagine come frammento temporale, come traccia di qualcosa che sta accadendo o che è appena accaduto. Attingendo tanto al cinema quanto all’osservazione del quotidiano, Onda cattura istanti fugaci e li trasforma in visioni sospese. I corpi abitano la scena ma raramente ne sono i protagonisti: ciò che interessa all’artista è la consistenza atmosferica del momento, la velocità del gesto che si dissolve nello spazio, il tempo che si fa immagine. In Noia che sfoca a mezzogiorno (2025), una situazione collettiva emerge da una materia pittorica rarefatta e monocroma. L’immagine sembra trattenere il respiro, sospesa tra presenza e dissolvenza. Come in un fermo immagine cinematografico, lo spettatore viene posto davanti a un evento di cui non conosce né l’inizio né la conclusione. È proprio questa indeterminatezza a rendere la scena familiare e insieme misteriosa, come se la pittura riuscisse a mostrare quel sottile intervallo in cui la realtà si trasforma in immaginario.

Pur attraverso linguaggi profondamente differenti, Malaj, Martínez e Onda condividono un’attenzione comune per le forme attraverso cui costruiamo appartenenze, memorie e identità. Global Folklore si configura come un dispositivo di visione più che come una semplice mostra: un luogo in cui la pittura diventa spazio di negoziazione tra appartenenze instabili, memorie mobili e immaginari condivisi. Le opere di Rovers Malaj, Eliel David Martínez e Francesco Onda non cercano una sintesi tra differenze, ma ne amplificano la tensione, trasformando lo scarto tra locale e globale in materia poetica. In questo campo aperto di relazioni, l’immagine non fissa il mondo ma lo attraversa, restituendone la natura intermittente e stratificata. Ne emerge una consapevolezza sottile ma decisiva: abitare il contemporaneo significa accettarne la frammentarietà, trovando nella pittura non un rifugio, ma una soglia, un punto in cui ciò che siamo e ciò che vediamo continuano a ridefinirsi reciprocamente.

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