Scrivo raramente di teatro ma ci sono delle occasioni magnifiche che muovono così profondamente il mio essere e che si sintonizzano in maniera così istantanea con ogni parte di me che condividere coi lettori lo slancio, la memoria e qualche frammento di ciò che ho vissuto diviene una condizione animica e poetica necessaria.
Una di queste è il nuovo allestimento de Le Supplici di Eschilo firmato da Moni Ovadia e Mario Incudine e tenutosi nei giorni 15 e 16 Agosto in occasione del Teatro Festival di Segesta.
Un cast di grande pregio che vede gli stessi Ovadia e Incudine, Federica Luna Vincenti, Eugenio Mastrandrea e Paride Benassai per uno spettacolo che fonde magistralmente tradizione classica e contemporanea, interamente cantato in siciliano con innesti di greco moderno e arabo.
A descrivercelo è lo stesso Incudine, tra l’altro interprete di un Eschilo quasi mercuriale e che sul finire dell’opera si dichiara siciliano: “È una grande cantata. (…) Ho immaginato le Supplici come le nostre devote siciliane che vanno in processione dai santi e dalle sante, come la Madonna Nera di Tindari o San Filippo d’Agira: quelle processioni piene di canti devozionali che portano in grembo la supplica per una grazia. In questo caso la grazia è l’accoglienza, l’ospitalità”.
E difatti i temi dell’accoglienza, dell’accettazione, del confine, della responsabilità, della carezza amorevole nei confronti del più fragile rendono lo spettacolo spaventosamente attuale nella sua sincera, dolorosa, acuta visione. Prosegue Ovadia, che definisce il Teatro di Segesta uno dei luoghi più incredibili dell’universo: “In Grecia l’accoglienza era necessaria, anche perché se tu non accoglievi ti mettevi contro la più grande istanza divina, Zeus: era Zeus il protettore dei supplici e delle supplici. Quindi ciò significa che non accogliere è negare il proprio cammino”.
Le Supplici di Ovadia/Incudine affermano sensibilmente la propria radice greca, ne mantengono tutta la bellezza, tutto il fascino mitico, il fatale incanto ma la immergono in un ductus fatto di suoni, lingue, visioni, profumi che si schiude dalla identificazione in un singolo luogo per divenire un sogno possibile di speranza dove a fare da protagoniste sono tutte le terre lambite dal Mare Nostrum. La sostanza che fa da amalgama a tutta l’opera è costituita dalle musiche di Mario Incudine, un iridescente tessuto sonoro che intreccia influenze greche, magrebine e siciliane. Straordinario il coro di cantanti-danzatrici, le Supplici per l’appunto, che paiono a volte danaidi, a volte dervisci, a volte menadi danzanti. E ovviamente concludiamo citando la possente interpretazione di Re Pelasgo di Moni Ovadia, protagonista di momenti di altissimo pathos che hanno profondamente commosso gli spettatori.

