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Topazia Alliata nel dipinto di Renato Guttuso della chiesa d’Aspra

L’amore non chiede il permesso

Ogni volta che l’arte viene chiamata a rispondere con l’ideologia, la storia viene dimenticata. Eppure basterebbe guardare indietro per capire che il sacro, da sempre, prende il volto di ciò che l’artista ama.

«La verità è detestata solo da idioti e da vili». Non so chi l’abbia detto per primo, ma so che questo pensiero mi rappresenta. Perché la verità non consola: mette a disagio chi preferisce rifugiarsi nella convenienza.

Prima di fare un cenno su una storia d’amore che mi sta a cuore, quella tra Renato Guttuso e Topazia Alliata, è necessario fare un passo indietro e rimettere alcuni fatti al loro posto. Soprattutto oggi, quando una parte del cosiddetto popolo di sinistra ha acceso una polemica per la somiglianza del volto di un angelo con quello di Giorgia Meloni, dopo il restauro realizzato da Bruno Valentinetti nella chiesa di San Lorenzo in Lucina, a Roma. Una polemica che, più che difendere l’arte, sembra aver dimenticato la storia.

Perché il “compagno” Renato Guttuso, pittore militante, simbolo di un’arte schierata, aveva già fatto qualcosa di simile quasi un secolo fa. Nel 1929, ad Aspra, dipinse uno dei due angeli nell’abside della chiesa con il volto della sua amata Topazia Alliata. Nessuno scandalo. Nessuna indignazione politica. Solo un artista che fece ciò che sentiva giusto: mescolare il sacro con la propria vita.

Ed è proprio lì che l’arte smette di essere uno strumento e torna a essere verità. Quando mescola il sacro con il vissuto, quando rinuncia alla neutralità e accetta il rischio dell’esposizione personale.
Topazia Alliata non fu soltanto una musa. Fu una presenza costante, un riferimento umano che attraversa l’opera di Guttuso anche quando non è immediatamente riconoscibile. Il suo volto ritorna come un’ossessione tenera e colpevole, come un punto fermo dentro una pittura che vuole essere necessaria, non decorativa.

Dare a un angelo il suo viso non è un vezzo né una provocazione: è un’affermazione precisa. Significa dire che anche l’amore privato, imperfetto, terreno, può abitare il sacro. Che la trascendenza, nell’arte, non nasce dall’astrazione ma dall’esperienza vissuta.

Ed è questo che oggi sembra non si voglia comprendere. L’arte non è un tribunale morale, né un manifesto di partito. Non lo è mai stata. L’arte autentica assorbe il tempo in cui nasce, ma non ne diventa prigioniera. Usa i volti che conosce, i corpi che ama, le contraddizioni che attraversa. Non chiede autorizzazioni ideologiche.

Guttuso questo lo sapeva bene. E quel gesto — dare a un angelo il volto della donna amata — lo dimostra con chiarezza: è un atto di verità prima ancora che di pittura.
Forse, prima di indignarsi, bisognerebbe ricordare che la storia dell’arte è piena di volti reali trasformati in figure sacre: amanti, mogli, cortigiane, amici. Perché l’arte non nasce dalla purezza astratta, ma dal peccato della vita vissuta.

E la vita, come l’amore e come la verità, non è mai neutrale.
“I funerali di Togliatti”, di Renato Guttuso, lo dimostrano meglio di qualunque polemica contemporanea.

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