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Rosa Panaro

Rosa Panaro – Galleria Tiziana Di Caro

Tiziana Di Caro riporta sul palcoscenico l’artista Rosa Panaro (Casal di Principe, 1935 – Napoli, 2022) con la sua prima personale in galleria, visitabile fino al 21 marzo 2026.

Rosa Panaro, scultrice campana, è nota per una produzione diversificata, grazie all’impegno di materiali come il tufo, il cemento, l’amianto, la ceramica, le resine plastiche, fino ad approdare alla cartapesta, grande protagonista della mostra. La cartapesta, a differenza degli altri materiali usati dall’artista, esplicita la sua intenzione di essere partecipe in ogni fase: dall’ideazione alla realizzazione manuale. Inoltre, durante i processi di modellazione prima e di asciugatura poi, la materia non subisce modifiche, ma resta come l’artista l’ha plasmata. 

L’utilizzo della cartapesta è un ritorno a una manualità artigianale che trova ampio utilizzo nella tradizione napoletana, basti pensare ai presepi, alle maschere o alle macchine processuali, ma ancor di più alla scultura tardo barocca e ai panneggi, che abbelliscono le statue delle chiese di Napoli.

La mostra alla Galleria Tiziana Di Caro di Napoli si articola in tre stanze dove le opere selezionate sono state realizzate dall’artista tra gli anni Settanta e gli anni Duemila e vengono raggruppate in sezioni che fanno emergere i temi pregnanti della sua ricerca. Appena si oltrepassa la soglia d’ingresso, lo sguardo viene catturato da una grande farfalla in cartapesta – Farfalla (Le ali della libertà), 1996 – le cui ali ne enfatizzano la struttura “scheletrica”. Nonostante il soggetto non sia ricorrente nella sua produzione artistica, così come l’utilizzo di grandi formati, la sua installazione rientra in un tema cardine di Rosa Panaro, ossia i soggetti intesi come archetipi, che diventano allegorie di un valore più alto. La farfalla è simbolo di bellezza caduca, ma anche di trasformazione e di libertà. La sua apparente fragilità entra in conflitto con la sua grandezza ma, allo stesso tempo, in dialogo con la precarietà del materiale utilizzato. La sua bellezza invece, non trova libero sfogo perché ciò che resta delle sue ali sono piccoli sprazzi di colore. Potrebbe dunque alludere ad una libertà mancata o non completamente raggiunta, così come la sua bellezza. All’interno della stessa sala, troviamo anche un soggetto molto ricorrente nella produzione della scultrice campana, ossia la Salamandra, di cui nella sala troviamo opere di diversi periodi. L’anfibio è un animale pregno di allegorie e simbologie, difatti una leggenda narra che la salamandra fosse immune al fuoco, divenendo così simbolo di resistenza al male e che, con la sua tenacia, sia stata capace di rinnovarsi, grazie alla sua capacità biologica di rigenerare ciò che di lei era stato danneggiato. La capacità di rinnovarsi è un filo rosso che lega la pelle della salamandra e la farfalla, che accetta di essere bruco, prima di concedersi al cielo. È la stessa legge antica: attraversare la fiamma, mutare forma e tornare nuovi. Interessante, tra le diverse salamandre esposte all’interno della prima sala, quella posizionata sul lato sinistro rispetto all’ingresso, (Salamandra patafisica, 2000 circa) sulla quale emerge una carta napoletana del Tre di bastoni a decorarne la pelle. Quest’ultima, è una carta degli Arcani Minori dei tarocchi e allude a visioni di espansione, uno sguardo verso il futuro e fiducia in ciò che è iniziato. Il seme di Bastoni è simbolo di fuoco, lo stesso fuoco che non uccide la salamandra. L’ipotesi della ricerca di espansione potrebbe essere avvalorata anche dalla presenza, sul corpo della salamandra stessa, di una spirale, simbolo cosmico di energia vitale e di crescita, dato da un cambiamento. 

La seconda sala ha per matrice tematica tre questioni di rilevanza sociale, declinate in tre ambiti diversi: la crisi ambientale, la pace come responsabilità collettiva e la liberazione del corpo femminile. Sulla parete sinistra troviamo il Cormocatrame (2003), opera raffigurante un cormorano – un uccello marino – completamente annerito dal catrame, dalle cui ali emergono degli stralci di giornale; l’artista lo immobilizza nell’esatto istante in cui spalanca il suo becco in un atroce grido di dolore. L’opera intende dare voce alle emergenze ecologiche e denuncia le conseguenze disastrose dell’azione dell’uomo nei confronti dell’ambiente. La posizione del cormorano con le ali spiegate non può non ricordarci la figura del Cristo crocifisso, trasformando il martirio religioso in una denuncia etica contemporanea: entrambe vittime sacrificali dell’azione devastatrice dell’uomo. Inoltre, il suo becco spalancato ricorda la figura del cavallo presente in Guernica di Picasso. Le grida silenziose di un’umanità sofferente, poiché innocente. Il nero della morte è anche il nero del catrame. Ma come il fiore di Picasso nato dalla spada spezzata, così anche le piume del cormorano di Rosa Panaro diventano simbolo di speranza, insieme al melograno che l’animale tiene tra le zampe, simbolo della passione di Cristo in epoca rinascimentale. Di fronte al Cormocatrame, si trova La colomba della pace incazzata (1990), dove l’animale simbolo tradizionale di pace – la colomba, appunto – viene stravolta nel suo atteggiamento, in quanto reattiva: non più mansueta, ma ribelle davanti alla violenza. Una colomba incazzata potrebbe apparire come un ossimoro, qualcosa di molto lontano dalla consueta visione della pace, ma ciò a cui allude l’artista è sia la visione della rabbia come un’indignazione morale, ma anche che la pace è una conquista, che richiede una presa di posizione e quella di Rosa Panaro è quella di reclamarla, anziché celebrarla. Gli occhi sono un punto focale, i quali, nonostante siano presi da ritagli di giornale, appaiono comunicanti e trasmettono una leggera dose di malinconia.

Tra le due sculture in cartapesta, ritroviamo all’interno della stessa sala, una scultura raffigurante un melograno spaccato (Circolarità̀ della vita, dalla serie Melograni, 2000 circa) che lascia intravedere i suoi semi rossi. L’immagine del frutto è un simbolo millenario di fertilità, dunque legato alla donna e al suo corpo, la quale è natura. Il corpo della donna è un tema centrale all’interno della produzione artistica di Rosa Panaro sin dagli anni Settanta e se la donna è natura, quest’ultima, può assumere diverse forme – come noci, pesci, frutti di mare o melograni – ed essere sempre allusiva del corpo della donna, in particolar modo della sua liberazione dagli stereotipi imposti dalla società patriarcale. Tale liberazione si identifica con il corpo stesso dell’artista la quale plasma le materie e le forme attraverso l’intelletto e l’istinto. 

Arriviamo così all’ultima sala, in cui il corpo della Panaro plasma altri corpi di donne e, come in una visione ciclica, ritorniamo al concetto di archetipo della prima sala, dove Rosa Panaro ci mostra e ci racconta la rappresentazione della donna in diversi momenti storici e mitologici. L’adesione al movimento Femminista negli anni Settanta sarà una svolta cruciale per lei, diventando struttura portante del suo pensiero e del suo fare arte. Rifiutando stereotipi e ruoli imposti, offre al nostro sguardo tre donne, tra loro diverse per materiali e contesti: Lilith, Partenope e la Madonna. Il personaggio biblico di Lilith, di cui sono stati selezionati tre esemplari diversi per datazione e materiale, fu la prima donna creata da Dio, la quale non nacque dalla costola di Adamo ma, come quest’ultimo, dal fango. Lilith non si piega, non acconsente di giacere “sotto” Adamo, incarnando così la crisi del sistema patriarcale e religioso, la cui presa di coscienza e autodeterminazione raggiunge il suo massimo quando spicca il volo. 

Legata ad un’accezione “negativa” è anche la figura di Partenope (Partenope Vesuvio), donna-simbolo della città di Napoli, che allude ad una femminilità inquieta, indomabile e, allo stesso tempo, resiliente. Di diversa matrice è la figura della Madonna (Madonna con bambino,1987), simbolo di salvezza, verginità e cura, ma anche di potere. Sebbene le tre figure possano apparire apertamente distanti tra di loro, ciò che le lega è il filo del simbolismo: archetipi di donne che generano diversi modelli di femminilità. 

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