«Ogni giorno il mondo dell’arte cambia.» Così recita lo slogan di una nota testata d’arte. È una formula efficace, ma merita una precisazione: ciò che cambia ogni giorno non è l’arte, bensì il sistema dell’arte. Cambiano il mercato, le modalità espositive, la promozione, le quotazioni e persino il modo in cui un artista costruisce la propria notorietà. Un tempo un pittore dipendeva da un committente; oggi può farsi conoscere attraverso una galleria, una fiera o i social network. È cambiato il sistema, non l’arte.
L’arte appartiene a un’altra dimensione. Se oggi mi chiedessero che cos’è l’arte, risponderei ancora come vent’anni fa: considero la comunicazione la sua essenza.
Questa affermazione può sembrare in contrasto con quanto scrivevo allora, quando sostenevo che «l’arte cambia nel tempo e cambia anche il suo significato». In realtà la contraddizione è soltanto apparente e nasce dalla mancata distinzione tra l’essenza dell’arte e la storia dell’arte.
Ogni opera possiede un’essenza, che la rende riconoscibile nel tempo, e una storia, cioè il modo in cui viene raccontata. Si potrebbe obiettare che alcune opere sembrino prive di un intento comunicativo, nate unicamente come esercizio formale o ricerca estetica. Eppure anche la scelta di sottrarsi al racconto, di privilegiare la forma o di negare un significato esplicito comunica comunque una precisa concezione dell’arte e del rapporto tra artista e osservatore. Pensiamo a un’altra delle forme d’arte, la scrittura: dalle tavolette d’argilla siamo passati ai libri e oggi agli schermi dei computer. Sono cambiati gli strumenti, ma la funzione è rimasta la stessa: comunicare.
Lo stesso accade per l’arte visiva. Quando affermavo che essa cambia nel tempo, mi riferivo infatti alle sue forme espressive. Cambiano i materiali, gli strumenti e i linguaggi: la tavolozza e il pennello convivono oggi con il video, il digitale e perfino con l’intelligenza artificiale. Tutto questo appartiene alla storia dell’arte, non alla sua essenza.
Anche quando un’opera sembra rinunciare al racconto o alla figura, comunica comunque qualcosa: una provocazione, un’inquietudine, una protesta o persino il silenzio. Perfino sostenere che «l’arte non deve significare nulla» significa comunicare quella stessa idea. È impossibile sottrarsi alla comunicazione.
Per questo non cambia il significato dell’arte nella sua essenza; cambia, piuttosto, ciò che l’artista comunica.
Il problema nasce quando questa distinzione viene ignorata. Oggi molti ritengono che il valore di un’opera risieda soprattutto nel suo impatto visivo o nella sua capacità di sorprendere.
A mio giudizio è qui che si commette un errore fondamentale: si confonde l’arte con la decorazione.
La decorazione non è un disvalore. Anch’essa comunica il gusto di un’epoca e contribuisce a rendere più bello un ambiente. L’arte può certamente avere anche una funzione decorativa, ma non si esaurisce nell’ornamento. Racconta, interroga, denuncia, ricorda, emoziona. La decorazione può essere una conseguenza dell’arte, non la sua essenza: un valore aggiunto, non il suo fondamento.
Quando, invece, il valore di un’opera viene misurato soprattutto dalla notorietà dell’artista o dalla capacità del sistema di renderla desiderabile, il centro di gravità si sposta dall’opera al consenso che la circonda. Il rischio è che il mercato finisca per attribuire il valore, anziché limitarsi a riconoscerlo.
Per questo continuo a sostenere che l’arte non cambia nella sua natura. Cambiano le forme, i linguaggi e gli strumenti, ma finché un essere umano sentirà il bisogno di comunicare attraverso un’immagine, l’arte continuerà a essere quella di sempre, prima di tutto, comunicazione.
Un’ultima osservazione riguarda il ritratto di copertina, opera di Antonio Donghi. In genere il ritratto suscita un interesse collezionistico inferiore rispetto al paesaggio o alla scena di vita quotidiana. Fa eccezione, tuttavia, l’autoritratto eseguito da un grande maestro. In questo caso l’interesse dell’opera non appartiene soltanto al soggetto rappresentato o ai suoi familiari, ma a tutti gli appassionati della sua pittura, perché conoscere meglio l’uomo aiuta a comprendere più a fondo il magistero della sua arte. Così Luigi Bartolini, nel 1940, parlava di Antonio Donghi:
“Un uomo nasale che parla adagio, ma non troppo. Non sembra un artista. È un antitragico di aspetto. Né denigriamolo di più! Pel tanto bene che ho da dire di lui, basta quel che ho detto di male. Ora vediamo il bene: Donghi fa delle satire in pittura, senza saperlo. Il suo realismo è il vertice del realismo e vince ogni macchina fotografica. Desiderate un bel ritratto liscio, pulito, assomigliante, e che, di primo colpo vi sembri una fotografia ingrandita un metro per settanta? Andate da Donghi. Ma qui è l’illusione, qui sta il trucco, è qui, ossia nel secondo colpo o momento di riflessione che voi, osservatore intelligente di quadri, venite ad accorgervi di quanto sia, quantunque vi sembri vicina, eppure lontana dalla fotografia, la bella arte di Donghi. Da ogni suo quadro ad olio trasuda uno spiritino che, a volte, a me, se l’ho visto bene, è sembrato diabolico, diabolicissimo in quanto il vero diavolo il vero demone – per dirla con Socrate – è quello che sta nascosto. Ed è anche vero che se, in genere parlando, ogni caricatura ci urta per le sue giustappunto calcate, compresse, dilatate, deformate allo specchio ustorio, linee di immagini, la caricatura di Donghi urta, invece, meno di una caricatura dipinta da un Bruegel”.

