Giuseppe Borgia & Tothi Folisi, "La morte di Robert Walser nel Natale del 1956”, Spazio Y. Photo Courtesy Germano Serafini

La morte di Robert Walser nel Natale del 1956: l’intervista a Giuseppe Borgia & Tothi Folisi

Nell’atmosfera sospesa evocata dalle opere disseminate nella whitecube di Spazio Y avrà luogo sabato 25 gennaio dalle h19 il finissage della mostra “La morte di Robert Walser nel Natale del 1956” di Giuseppe Borgia & Tothi Folisi.

In contemporanea alla chiusura della mostra con il SUMMIT | Friendship | Solidarity | Alliances, organizzato da THE INDEPENDENT al MAXXI di Roma, Spazio Y presenta presso OFF1C1NA (studio e spazio di ricerca artistica), l’opera video “RW”, realizzata da Tothi Folisi e Giuseppe Borgia. Un lavoro che si collega alle suggestioni narrative dell’opera dello scrittore tedesco Robert Walser (Bienna, 1878 – Herisau, 1956) in quanto ripropone l’immagine in soggettiva di un passeggiatore solitario che, attraverso un’osservazione nomade, segna l’attraversamento di differenti spazi, passando dall’ambiente urbano a quello più propriamente bucolico dell’aperta campagna. Come una metafora della scrittura di Walser, la visione si abbandona ad un approccio non selettivo, presentando una dimensione che abbraccia ogni particolare del circostante. Il video è accompagnato da citazioni riprese dal testo di Marc Augè “Rovine e macerie” riflettendo sul senso del tempo, sul concetto di memoria e di attraversamento. Inoltre, il sottofondo musicale elaborato da Stray Ghost, giovane compositore inglese, sembra richiamare il ritmo scandito dei passi, nelle cui pause si può cogliere la sosta e il tempo di osservazione.

Per approfondire la ricerca su “La morte di Robert Walser nel Natale del 1956” ho intervistato gli artisti Giuseppe Borgia & Tothi Folisi.

Maila Buglioni: «La morte di Robert Walser nel Natale del 1956” è un progetto sui generis ideato grazie ad una vostra ricerca sulle opere e la vicenda biografica dello scrittore svizzero Robert Walser, rinvenuto morto in mezzo alla neve nel Natale del 1956. Come e quando nasce quest’interesse verso tale letterato?»

Tothi Folisi: «Personalmente ho sempre avuto un interesse particolare nei confronti degli scrittori, ho spesso cercato di indagarne il lavoro e inserirlo all’interno dei miei percorsi. Trovo che il linguaggio visivo spesso non riesca a restituire con la stessa forza quello che le parole di alcuni scrittori evocano con estrema naturalezza, in questo senso trovo che la scrittura di Robert Walser sia un ottimo esempio, ed è stato abbastanza naturale cercare di tradurre il suo messaggio.»

Giuseppe Borgia: «Il fatto di costruire un “racconto” sull’opera di Robert Walser, parte dal presupposto di tramutare visivamente quello che la sua poetica ci ha lasciato sul piano strettamente personale e di metterlo in relazione con la nostra modalità espressiva. È sulla base di questa suggestione abbiamo pensato di poter montare una trama, costituendo un campo d’indagine affidato a strumenti non verbali.»

M.B.: «La mostra presentata presso Spazio Y propone una serie di vostri interventi di vario genere – sia pittorici sia minimal – che evocano i frammenti della vicenda di Walser e della sua assurda morte risultando come una serie di tracce da reinterpretare che richiamano l’indagine portata avanti dallo scrittore nei suoi testi. Per lui, grande ed incessante camminatore, il “camminare” è divenuto sia il soggetto principale dei suoi scritti tra i quali “La Passeggiata” (edito nel 1909) sia la metafora della sua scrittura nomade, perpetuamente dissociata e abbandonata agli incontri più incongrui, casuali e sorprendenti. Partendo da questi concetti avete elaborato una mostra in cui “il camminare” è inteso in senso metaforico ovvero secondo un incedere apparentemente casuale da un’opera all’altra: dalla pittura astratta alla scrittura proposta nella serie di tele bianche che evocano i famosi microgrammi dello scrittore, dai colori bianco e nero, dal freddo cemento dei piccoli piedistalli al calore sprigionato dalla carta dei libri disposi sopra di essi. Vi riconoscete in questo paragone tra la vostra pratica artistica e quella letteraria di Walser?»

T.F.: «Camminare significa anche avere la possibilità di contemplare senza bisogno di occuparci di controllare la nostra energia metabolica, in macchina andiamo troppo velocemente, in bici dobbiamo stare attenti a troppe cose, a piedi possiamo perderci nelle pause, possiamo osservare, come dice Franco Arminio in una sua poesia, ogni cosa come se fosse bella e se non lo è, possiamo guardare meglio. I microgrammi di Walser sono la prova che l’immediatezza è una forma di saggezza, l’equilibrio estetico dei suoi fogli, al di là dei contenuti che altri più preparati di noi hanno esaminato, è la testimonianza di una preparazione e maestria visiva elevata. Tragicamente e analogamente molti artisti vengono a volta relegati come outsider o naif e si fa a gara per estirparne il profilo psicologico più adatto e più strambo. Tutto questo per mancanza di attenzione, ma la poesia lirica più che un fatto di genere è una questione di tono. Nei microgrammi di Walser tutto è visibile ad un occhio attento, sia l’immediatezza di sentimento e di parola, il candore, sia la semplicità straniante. Gli elementi in mostra, compresi i piccoli vasi in cemento che reggono i testi, sono utili ad amplificare questo senso di straniamento e di contrasto fra universo e microcosmo. I testi invece sono un semplice invito alla lettura, una sorta di abbraccio a chi trova uno spazio del proprio tempo per vedere il nostro lavoro. Come diceva Robert Walser a proposito di camminate: “Ci devo assolutamente andare, per ravvivarmi e per mantenere il contatto con il mondo; se mi mancasse il sentimento del mondo; non potrei più scrivere nemmeno mezza lettera dell’alfabeto”.»

M.B.: «Entrando di persona nell’esposizione sono rimasta attratta in primis dalla selezione dei principali testi che riguardano lo scrittore soffermandomi un istante a pensare per poi volgere lo sguardo al suo piccolo ritratto. In seguito, mi sono addentrata prima nelle tinte della tela di Borgia e successivamente nella scrittura nonsense prodotta attraverso gesti ripetitivi (evocanti i famosi microgrammi di Walser) che hanno riportato la mia mente a Opalka e al suo tentativo di rappresentare il tempo, il suo incessante trascorrere, attraverso forme visibili e misurabili. Sensazioni sbagliate le mie?»

G.B.: «Per certi versi è possibile che la tua sensazione sia connessa al fatto che la mostra ha un soggetto fisico fatto di carne ed ossa, la fotografia esposta di Walser, inevitabilmente punto focale della mostra, e i suoi libri che forse più degli altri elementi fanno addentrare in questo tipo di rimandi. Tutto ci riporta ad un’atmosfera intima, privata, connessa al personale ma forse per trasposizione anche al passato e dunque all’incedere del tempo.»

T.F.: «Il paragone con Opalka è più che generoso, probabilmente uno dei miei artisti preferiti di sempre. Se un legame c’è forse lo si può trovare nell’assoluta severità e dedizione al proprio lavoro, alla grandezza di un disegno visto da fuori, e con fuori intendo fuori dal proprio tempo. Se la morte di Walser sembra l’epilogo tragico di un racconto, tanto diversi non sono i numeri dell’artista polacco.»

M.B.: «Osservando in toto la mostra l’osservatore può respirare l’atmosfera sospesa, in un tempo indefinibile, emanata dalle opere. Sembra, infatti, che nello spazio espositivo si respiri ancora l’aria di quel Natale del 1956 e che il tempo si sia fermato con la scomparsa di Walser. Un’atmosfera che può invitare o meno colui che osserva… Quali sono state le risposte del pubblico sia dell’arte sia esterno a questo mondo?»

T.F.: «Restituire una ricerca, formalizzarla, è sempre un gioco che va fatto con un margine di imprevedibilità e di leggerezza, è solo l’atto finale di un percorso e condividerlo è forse la parte più divertente. Parte del lavoro è stato fatto con Paolo Assenza che ha sposato il progetto e che ha messo molto delle sue capacità artigianali, e se le persone sono rimaste colpite positivamente il merito è sicuramente di tutti i ragazzi di Spazio Y che hanno collaborato. Abbiamo incontrato tante belle persone contente e ci siamo divertiti anche noi, mancava solo la neve, ma forse c’era anche quella. “Tutto è intrico e tutto è contraddetto”.»

“La morte di Robert Walser nel Natale del 1956” Giuseppe Borgia & Tothi Folisi dal 21 dicembre 2019 al 25 gennaio 2020 Spazio Y Via dei Quintili, 144 – 00175 – Roma orario: su appuntamento email: info@spazioy.com sito: https://spazioy.com/

Maila Buglioni

Storico dell’arte e curatore. Dopo la Laurea Specialistica in Storia dell’arte Contemporanea presso Università La Sapienza di Roma frequenta lo stage di Operatrice Didattica presso il Servizio Educativo del MAXXI. Ha collaborato con Barbara Martusciello all’interno dei Book Corner Arti promossi da Art A Part of Cult(ure); a MEMORIE URBANE Street Art Festival a Gaeta e Terracina nel 2013 e con il progetto Galleria Cinica, Palazzo Lucarini Contemporary di Trevi (PG). Ha fatto parte del collettivo curatoriale ARTNOISE e del relativo web-magazine. Ha collaborato con varie riviste specializzate del settore artistico. È ideatrice e curatrice del progetto espositivo APPIA ANTICA ART PROJECT. È Capo Redattore di Segnonline, coordinando l'attività dei collaboratori per la stesura e l’organizzazione degli articoli, oltre che referente per la selezione delle news, delle inaugurazioni e degli eventi d’arte. Mail maila@segnonline.it; maila@rivistasegno.eu