Ivan Toth Depeña, Lapse, 2016. Image courtesy of the artist. From “An Artist’s Augmented Reality App Reveals Virtual Art across Miami, and Incites Imagination”, Demie Kim, Artsy, 31 luglio 2016

IMMAGINI OPERATIVE: il numero speciale di TBD Ultramagazine che riflette sull’attuale ricodificazione dell’immagine

È già disponibile il nuovo numero speciale di TBD Ultramagazine, iniziativa nata, nel 2019, durante CAMPO – Corso di studi e pratiche curatoriali della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, di Torino. TBD, acronimo di “To Be Defined”, è un progetto sia editoriale che curatoriale, composto dalla realizzazione di un magazine online e, parallelamente, dalla collaborazione con artisti, invitandoli a concepire un’opera correlata ai contenuti affrontati nella rispettiva rivista. Queste due fasi, poi, trovano conclusione nella realizzazione di un volume cartaceo, quale registrazione e documentazione dell’intero procedimento.

Quello di ultima uscita, con il sostegno dalla Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT, è X.Post. Immagini Operative. Qui, l’anno 2020 è stimato come paradigma di molteplici caratteri dell’attualità storica e sociale, utile a delineare, tramite la speculazione sull’immagine, un’analisi che si estende all’arte, all’estetica e alla cultura visiva, sempre implicando un grado significativo di contaminazione con altri territori disciplinari: su tutti, con quello relativo alle nuove tecnologie.

X-POST. Immagini operative, logo by Marco Radaelli, courtesy TBD Ultramagazine

Come sottende la titolazione, in questo numero, è il ragionamento sulla categoria dell’immagine – oggigiorno oggetto di trasformazioni radicali – a funzionare da comune denominatore tematico di tutto il corpus. L’immagine, difatti, nel riformulare il proprio statuto, sta investendo – come accennato – una sempre maggiore pluralità di ambiti, profilandosi, su più livelli, come la vera cifra condivisa del nostro presente. Nello specifico, la definizione “Operational Images”, da cui questa edizione trae fondamento, richiama il pensiero dell’indimenticato Harun Farocki – regista, artista e accademico tedesco – il quale, in merito alle immagini create da macchine per sistemi automatizzati, ha osservato come queste “non rappresentano un oggetto ma piuttosto fanno parte di un processo”. Egli, in particolare, faceva riferimento alla loro recente ricodificazione, avvenuta con il passaggio da codice (statico) a software (mobile). Sulla base dell’assunto di Farocki, la pubblicazione, nella sua articolazione, argomenta come il dominio della cosiddetta immagine operativa si sia ampliato fino ad aree dello scibile e del quotidiano che, originariamente, ne erano esonerate, definendo uno scenario globale contrassegnato da un’inflazione visiva senza antecedenti, che si manifesta attraverso l’ubiquità offerta dal digitale, al punto da qualificare le immagini stesse al pari dell’unico gergo davvero internazionale, nonché come l’autentico vettore del senso estetico di una civiltà governata dal sovraesposto e dall’iper-visibile.

Frame da Il cineocchio (Kinoglaz), Dziga Vertov, 1924

A fare da guida nel mezzo di uno scenario tanto complesso vi sono i contributi teorici di Lucrezia Calabrò Visconti, Vincenzo Estremo, Marco Mancuso e Domenico Quaranta; studiosi e critici che, ciascuno dalla propria prospettiva di ricerca, hanno approfondito le questioni più urgenti legate alla corrente ipertrofia mediale. Inoltre, a completare lo spettro di punti di vista speculativi e attitudinali mirati a indagare la problematica è previsto il coinvolgimento degli artisti Paolo Ciregia e Luca Pozzi, i quali hanno sviluppato e convertito degli interventi precisi, appositamente per essere ospitati sulle pagine del magazine.