Art Basel Paris
Emilio Isgrò e Giuseppe Tornatore

Il lungo giro della memoria: Isgrò e Tornatore da Gibellina a Palermo

Un titolo ambizioso. “L’arte al servizio della comunità. Quando la creatività diventa bene comune: l’arte che genera legami e trasformazioni”.

Sabato 14 marzo 2026, a Palazzo Riso, sede del Museo regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo diretto da Evelina De Castro, si è svolto il primo di quattro incontri dal titolo ambizioso, ma pienamente giustificato dalla statura dei protagonisti: Emilio Isgrò e Giuseppe Tornatore.

Imperdonabile – anche se giustificata – la mia assenza. Non esserci mi ha lasciato un certo rammarico, perché so bene quale episodio è stato evocato per rompere il ghiaccio della conversazione: il loro primo incontro, avvenuto più di quarant’anni fa a Gibellina, nel clima fervido della rinascita culturale del Belìce.

Per sentirmi meno in colpa per quella assenza, provo a rendere più nitido quel loro primo incontro.

In quegli anni ero impegnato nell’organizzazione di una grande mostra dedicata a Renato Guttuso a Palermo, promossa dalla Provincia. Il progetto mi vedeva coinvolto direttamente nel coordinamento organizzativo, in stretto rapporto con il Maestro e con il suo gallerista milanese Pier Paolo Ruggerini.

Proprio nel contesto di quel lavoro ebbi modo di conoscere più da vicino il giovane bagherese Peppuccio Tornatore, che mi aveva colpito per un documentario sul carretto siciliano. Pensai che potesse essere interessante presentarlo a Guttuso: da quell’incontro nacque poi il documentario Diario di Guttuso, successivamente trasmesso dalla RAI.

Ma in realtà la mia collaborazione con Tornatore era iniziata poco prima, nel 1981, grazie al senatore Ludovico Corrao, sindaco di Gibellina. Corrao mi chiese se conoscessi qualcuno capace di documentare uno spettacolo ideato da Emilio Isgrò: San Rocco legge la lista dei miracoli e degli orrori, con la regia dell’autore e di Accursio Di Leo. Non ebbi esitazioni: gli parlai di quel giovane regista di Bagheria con il cinema nel sangue, Giuseppe Tornatore. All’epoca Tornatore non era ancora il regista che il mondo avrebbe conosciuto. Era un ragazzo animato da una passione instancabile per il cinema, curioso e determinato. Accettò subito la proposta e firmò la regia televisiva dello spettacolo. 

Isgrò, già allora una delle voci più originali dell’arte contemporanea, era profondamente legato alla vicenda di Gibellina. Dopo il Terremoto del Belice del 1968, la città era diventata il centro di un esperimento culturale straordinario: trasformare una tragedia in un grande laboratorio creativo, chiamando artisti, architetti, scrittori e musicisti a ripensare il rapporto tra arte, memoria e comunità. In questo clima nacque lo spettacolo ideato da Isgrò.

Non era soltanto una rappresentazione teatrale, ma un vero rito civile: una processione laica e poetica che attraversava le rovine della vecchia città e le strade della nuova, mescolando memoria e speranza, sacro e quotidiano.

La notte del 15 agosto 1982, quando lo spettacolo si svolse, il giovane Tornatore si trovò immerso in un contesto artistico e umano straordinario. L’incontro con Isgrò e con il mondo creativo che ruotava attorno a Gibellina rappresentò per lui un’esperienza formativa importante. Fu lì, in fondo, che i percorsi dei due cominciarono a incrociarsi.

Molti anni dopo, mentre a Palermo dialogano davanti al pubblico Emilio Isgrò e Giuseppe Tornatore, viene naturale pensare che il filo che unisce le loro storie abbia iniziato a tessersi proprio allora, tra le rovine e le speranze di Gibellina. Là dove un grande artista immaginava nuove forme per raccontare la memoria e un giovane cineasta imparava a trasformare la realtà in racconto.

In fondo, certe storie non finiscono: fanno lunghi giri nella memoria e poi, quasi all’improvviso, tornano a incontrarsi.

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