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Dialoghi con la materia: cinque scultori alla Paula Seegy Gallery

Alla Paula Seegy Gallery di Milano la mostra Cinque artisti per cinque materiali, curata da Luigi Sansone, mette in dialogo le ricerche scultoree contemporanee. Al centro del progetto emerge la relazione tra artista e materia.

Nel cuore di Milano, a pochi passi da piazza Cordusio, la Paula Seegy Gallery ospita una mostra collettiva che pone al centro il rapporto tra scultura e materia. Il titolo, Cinque artisti per cinque materiali, chiarisce immediatamente l’impostazione del progetto: cinque autori contemporanei sono invitati a confrontarsi con altrettante sostanze fondamentali della pratica plastica: legno, rame, ferro, acciaio e vetro. I protagonisti della mostra sono Gabriella Benedini, Pietro Coletta, Salvatore Cuschera, Riccardo De Marchi e Izumi Ōki. Il progetto è curato da Luigi Sansone, studioso che da decenni segue con attenzione la scultura italiana contemporanea e che qui riunisce cinque percorsi differenti attorno a un tema comune: la relazione diretta tra artista e consistenza fisica.

Nel contesto del programma Milano MuseoCity, lo spazio accoglie inoltre un’opera di Giacomo Benevelli: Liason#100 (1980), un blocco in marmo di Carrara proveniente dall’archivio dell’artista. La presenza di questo lavoro introduce un riferimento alla scultura del Novecento e richiama la lunga tradizione della pratica plastica intesa come intervento diretto sulla materia.

In questa prospettiva l’operazione curatoriale di Sansone non si limita a un semplice accostamento di opere. I cinque artisti riuniti condividono infatti una riflessione sul rapporto con i materiali che, pur declinandosi in ricerche autonome, rimanda a una questione già posta dalle avanguardie storiche: cosa accade quando la scultura abbandona i materiali consacrati dalla tradizione e si confronta con le sostanze del mondo reale?

Già nel 1912, nel Manifesto tecnico della scultura futurista, Umberto Boccioni invitava a «distruggere la nobiltà tutta letteraria e tradizionale del marmo e del bronzo». Pochi anni dopo, nel manifesto Ricostruzione futurista dell’universo, Balla e Depero indicavano nuovi elementi per la pratica plastica — fili metallici, vetri colorati, lamine, specchi, molle — aprendo la scultura a materiali e procedimenti più vicini al mondo della tecnica che allo studio tradizionale dell’artista. In questa frattura l’arte iniziò a confrontarsi direttamente con la realtà materiale: un’eredità che Benedini, Coletta, Cuschera, De Marchi e Ōki raccolgono oggi secondo traiettorie autonome.

Nel lavoro di Gabriella Benedini il punto di partenza è spesso un materiale che porta con sé una storia precedente. Gli scafi dismessi conservano tracce di salsedine, pressione e usura. Le due Vele (2008–2024/2025), una scura, quasi carbonizzata nell’aspetto, l’altra chiara come calcina, rendono visibili le trasformazioni subite dal legno. Fili metallici percorrono i bordi introducendo una tensione lineare che attraversa la superficie. Accanto a esse, la monumentale Arpa marina (2000), ottenuta da uno scafo riutilizzato, e i lavori più raccolti Mousiké (2014) e Goniometro (2008) definiscono un nucleo coerente della sua ricerca. Al centro emerge l’idea di una trasformazione continua: ciò che cambia non è la sostanza ma la forma che essa assume nel tempo. Un’intuizione che attraversa la filosofia antica e che nel pensiero taoista trova nel legno una metafora della rigenerazione.

Anche Pietro Coletta costruisce il proprio lavoro a partire da una relazione specifica con l’elemento fisico. La scelta del rame richiama un ampio orizzonte simbolico: dall’alchimia europea alle cosmologie dell’Africa subsahariana, dove questo metallo è tradizionalmente associato alla vitalità, alla guarigione e alla luce. Nelle sue sculture la fiamma ossidrica interviene direttamente sulla superficie, modificandone il colore durante il processo: il rame incandescente, a contatto con l’acqua, sviluppa sfumature violacee e aranciate impossibili da ottenere con altri procedimenti. Le sei sculture esposte, tra cui Dardo di Zeus (2016), Apparizione ancestrale Dogon (2020) e Soglia (2007), nascono dall’incontro di opposti: il nero del legno bruciato e il calore del rame, l’opacità del carbone e la luminosità metallica. Da questa tensione prende forma una dimensione di passaggio tra stati differenti della materia e, simbolicamente, dell’esistenza.

Il lavoro di Salvatore Cuschera si concentra invece sulle possibilità strutturali del ferro. Materiale duro e pesante che viene trasformato in configurazioni che suggeriscono movimento e instabilità. La competenza nella forgiatura e nella saldatura richiama la tradizione dell’artigiano: il metallo viene scaldato, piegato, inciso e patinato fino a generare assetti complessi. Fuori diagonale (2018) esprime con particolare chiarezza questo approccio: parallelepipedi saldati in posizioni oblique che, pur apparendo instabili, trovano un equilibrio strutturale. Accanto a quest’opera sono presentati quattro lavori del 2025: Kuros, Tensione al rettangolo, Onde di colori su Seven Sisters e Tavola del deserto, che testimoniano una ricerca in continua evoluzione. In quest’ultima, al centro di una forma ovale, compare una maschera antropomorfa stilizzata racchiusa da elementi che evocano le scale rituali dei Dogon: un’immagine arcaica associata al simbolismo dell’origine e ciclo della vita.

Nel caso di Riccardo De Marchi il rapporto con la componente fisica si traduce in un gesto elementare e reiterato: perforare il metallo. La ripetizione non è ossessione ma metodo. Ogni foro rappresenta una scelta, e la sequenza di migliaia di perforazioni costruisce una trama visiva che ricorda una scrittura. Le cinque lastre in acciaio inox a specchio presentate in mostra, tra cui Testo aperto (2013) e quattro opere Senza titolo realizzate tra il 2003 e il 2019, amplificano il dialogo tra pieni e vuoti grazie alla superficie riflettente, che moltiplica le aperture e include lo spettatore nello spazio percettivo dell’opera. L’immagine non si esaurisce sulla superficie: i fori aprono lo sguardo verso ciò che sta oltre, instaurando una relazione dinamica tra visione e materia.

Con Izumi Ōki il percorso si conclude con un materiale radicalmente diverso: il vetro. È l’unico elemento utilizzato, senza combinazioni con altri: una scelta rigorosa che concentra l’attenzione su trasparenza, rifrazione e spessore. Torre–cattedrale (2019), alta oltre 53 centimetri, presenta un insieme di volumi verticali in vetro verde-acqua che richiama il profilo stilizzato di una città, evocando le visioni architettoniche di Antonio Sant’Elia. Pensiero danzante e Onda architettonica (entrambe del 2018) sviluppano un ritmo compositivo fondato sulla variazione delle forme, mentre Cosmo (2009) e Ovest (2008) esplorano configurazioni apparentemente caotiche che rivelano, a uno sguardo più attento, un ordine interno.

La mostra non si limita dunque a presentare differenti tecniche scultoree. Il tema centrale riguarda la relazione prolungata tra artista e materiale. Cosa custodisce la materia oltre la sua dimensione fisica? È possibile parlare di una memoria delle cose? E la scultura può ancora configurarsi come forma di conoscenza, oltre che di produzione? In un’epoca caratterizzata dalla produzione automatizzata di immagini, la scelta di dedicare anni alla lavorazione diretta di ferro, acciaio o vetro assume un significato particolare: riafferma il valore del tempo, della manualità e dell’esperienza fisica. La mostra alla Paula Seegy Gallery offre l’occasione per riflettere su questa dimensione concreta della pratica artistica contemporanea.

Gabriella Benedini, Pietro Coletta, Salvatore Cuschera, Riccardo De Marchi e Izumi Ōki
Cinque artisti per cinque materiali
Paula Seegy Gallery, Milano
Dal 5 febbraio al 26 marzo 2026
A cura di Luigi Sansone

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