Castelbasso - Progetto Genesi
Renato Guttuso
Renato Guttuso col suo elaborato di fine corso alla Scuola del Nudo dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, 1932

Il genio creativo risiede nei testicoli

Nel racconto degli artisti del Novecento si rivela spesso la costruzione strategica. Attraverso il caso di “Arsura. Donna alla fonte”, si evidenzia il confine tra mito e realtà di Renato Guttuso e Topazia Alliata.

Nel corso di un’intervista, Salvador Dalí, nel tentativo di ridimensionare il ruolo delle artiste donne, arrivò ad affermare che il genio creativo risiederebbe nei testicoli. Francis Bacon, parlando di Jackson Pollock, liquidò la sua pittura come semplice decorazione. Renato Guttuso dichiarò apertamente di aborrire l’arte di Modigliani. 

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma difficilmente questi giudizi tranchant possono essere prese come espressione autentica e definitiva del pensiero critico di chi li pronunciò. Essi appartengono piuttosto a quella finzione retorica che molti artisti e intellettuali hanno costruito — più o meno consapevolmente — per rafforzare il proprio personaggio pubblico.

Non vi è nulla di sorprendente in questo. Raramente un intellettuale rinuncia a modellare il proprio racconto di sé, adattandolo alle convenienze del momento storico, politico o personale. L’identità pubblica diventa così una maschera, talvolta necessaria, talvolta strategica.

Nel caso di Renato Guttuso e Topazia Alliata, questa ambivalenza tra verità privata e rappresentazione pubblica può essere considerata quasi uno stile di vita. Non si tratta di liquidarli come ciarlatani — ipotesi che non condivido — ma di riconoscerli come interpreti consapevoli del loro tempo, capaci di recitare una parte perché tale era, spesso, la richiesta implicita rivolta agli artisti.

Un episodio emblematico riguarda proprio Guttuso. Quando non era ancora una figura pubblica, dichiarava: «So di avere molto lavorato invano e di non avere realizzato nulla di quel che sento di avere in me; ma ho fede in Dio, che mi darà la forza di esprimermi».
Con il passare degli anni, divenuto protagonista dell’intellettualità italiana e allineatosi — anche per opportunità — al marxismo-leninismo dominante negli ambienti culturali della sinistra, muterà radicalmente posizione, proclamandosi ateo.

Questa oscillazione non è un dettaglio marginale: segnala quanto il racconto autobiografico possa essere piegato alle esigenze di un ruolo pubblico. Proprio per questo motivo, continuo a ritenere che un racconto onesto, anche se privo di clamorosità, sia non solo legittimo ma necessario, soprattutto in una biografia postuma.

È alla luce di questa convinzione che ritengo doveroso attribuire, con il necessario rigore critico, il dipinto arbitrariamente denominato Arsura. Donna alla fonte al suo vero autore: Renato Guttuso, e non Topazia Alliata, come invece sostenuto, da altri, in tempi recenti.

Questa vicenda appartiene alla cronaca d’arte prima ancora che alla critica d’arte, come quelle storie che un tempo trovavano il loro habitat naturale nella via Margutta di Roma, dove artisti vissuti da bohémien crearono, tra gli anni Quaranta e Sessanta del Novecento, le condizioni per far germogliare l’Astrattismo e la Pop Art in Italia.

L’avventurosa storia di Arsura. Donna alla fonte precede tuttavia quel periodo e affonda le proprie radici nella Bagheria degli anni Venti e Trenta, tra le mura della sontuosa Villa Valguarnera. È qui che si svolge la favola d’amore tra Renato Guttuso e Topazia Alliata: una relazione autentica, ostacolata però dal duca Enrico, padre di Topazia, capace di aperture — come l’iscrizione della figlia alla Scuola del Nudo frequentata da Guttuso — ma anche di chiusure insanabili, come il rifiuto di legittimare l’unione tra un giovane pittore di estrazione piccolo-borghese e una nobile aristocratica.

Nel 1935, dopo quasi cinque anni di relazione, Guttuso, per reagire alla ferita di essere stato abbandonato da Topazia, canalizzò ogni energia nel proprio lavoro artistico e lasciò definitivamente Bagheria per il Nord. Tra la fine degli anni Trenta e i primi anni Quaranta era già un pittore affermato.

Topazia Alliata, dal canto suo, sposò Fosco Maraini e visse con lui un’esistenza intensa e avventurosa, conclusasi con il divorzio. Dalla loro unione nacquero Dacia, Yuki e Toni Maraini.

Separare il mito dalla realtà, il racconto pubblico dalla verità storica, non significa ridimensionare le figure coinvolte, ma restituire loro complessità. È in questo spazio — fragile ma necessario — che si colloca anche il caso di Arsura. Donna alla fonte: un’opera che richiede una lettura in filigrana, capace di attraversare i fatti al di là di qualsiasi carica emotiva.

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