ArtVerona 2026
Installation view, credits Chiara Compagnino. Courtesy GNAMC, Fondazione Puglisi Cosentino

Da Burri a Cattelan: la materia, il segno e l’enigma del presente

Un attraversamento delle tensioni del Novecento che rilegge il passaggio cruciale dalla sofferenza della materia alla dematerializzazione del concetto. Il dialogo tra i capolavori della GNAM e gli spazi catanesi traccia una mappatura inedita tra l’eredità storica delle avanguardie e le provocazioni del presente.

A Catania, la Fondazione Puglisi Cosentino ospita un percorso espositivo che è, in prima istanza, una riflessione sulla tenuta dell’immagine nell’arte italiana e internazionale.

La mostra Da Burri a Cattelan – Capolavori dalla GNAM si configura come un viaggio attraverso le frizioni del Novecento, mettendo in dialogo la ricerca della materia con la forza dell’enigma e il rigore della geometria.

Grazie ai prestiti della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, il pubblico si trova immerso in una narrazione che scardina la cronologia per favorire un’analisi semantica delle opere.

Il punto di partenza è il trauma della superficie operato da Alberto Burri. Qui la pittura cessa di essere rappresentazione per farsi corpo: i suoi Sacchi e le sue Combustioni non sono semplici esperimenti materici, ma ferite suturate che portano su di sé il peso di una storia recente e drammatica. Il lavoro di Burri agisce come uno spartiacque, separando definitivamente la mimesi tradizionale dalla realtà dell’oggetto.

A questa fisicità drammatica fa eco, in un cortocircuito temporale affascinante, la Metafisica di Giorgio de Chirico. Se Burri lavora sul presente della materia, De Chirico opera sull’assenza e sulla memoria. Le sue piazze silenziose e i suoi manichini immobili non sono solo citazioni del classico, ma architetture del mistero che caricano l’oggetto quotidiano di una tensione inquietante, anticipando di decenni quel senso di spiazzamento che ritroveremo nelle sale successive.

Il percorso si snoda poi attraverso il vigore civile di Renato Guttuso, la cui pittura carnale e politicizzata rappresenta il contrappunto necessario all’astrazione. In Guttuso, il colore si fa grido e cronaca, restituendo all’arte quel ruolo sociale che sembrava essersi smarrito nelle pieghe del formalismo.

Tuttavia, la mostra ci spinge presto verso territori più rarefatti. L’incontro con il minimalismo concettuale di Sol LeWitt rappresenta un momento di pulizia visiva assoluta: la sua indagine sulla struttura geometrica e sulla reiterazione del segno ci ricorda che l’arte può essere puro pensiero, un’equazione spaziale che non ha bisogno della mano dell’artista per esistere, ma solo della sua idea.

Questo rigore dialoga inaspettatamente con la dimensione mitica di Mimmo Paladino. L’esponente della Transavanguardia recupera il segno arcaico, trasformando la tela in un luogo di scavo archeologico della memoria. Le figure di Paladino, totemici testimoni di un tempo sospeso, sembrano emergere dallo stesso silenzio evocato da De Chirico, ma con una forza materica che guarda alle radici più antiche del Mediterraneo.

Il salto verso la contemporaneità globale è segnato dalla presenza di Anish Kapoor. Con lui, lo spazio diventa protagonista assoluto. Le sue opere sono soglie, buchi neri che risucchiano lo sguardo e annullano la percezione della distanza. Kapoor trasforma la materia in spirito, o forse il vuoto in materia, portando alle estreme conseguenze la sfida lanciata dalle avanguardie storiche. Infine, il percorso approda a Maurizio Cattelan, il trickster dell’arte contemporanea.

Se Burri operava sulla ferita della materia, Cattelan opera sulla ferita del simbolo. Il suo lavoro è un dispositivo di frizione che usa il paradosso per smascherare le ipocrisie del reale, chiudendo il cerchio di una mostra che inizia con la sofferenza del materiale e termina con l’ironia amara dell’immagine.

L’operazione condotta a Catania ha il merito di non essere una semplice esposizione di “tesori” museali, ma un saggio visivo sulla persistenza del senso nell’opera d’arte.

Portare Kapoor e Cattelan a confrontarsi con l’eredità di Burri e De Chirico in un contesto architettonico così stratificato significa non solo celebrare il passato, ma interrogare il presente su quali siano i nuovi confini del visibile.

L’arte, dalle cuciture di un sacco alla provocazione di un simulacro, resta l’unico strumento capace di dare forma all’enigma dell’esistenza umana.

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