La passione per l’arte è l’alleata migliore per travasare l’amore per la pittura ad altri; io racconto fatti e misfatti che la fanno rivivere. Colpa/merito dell’arte che, indipendentemente dalle soggettive preferenze estetiche, rimane tutta “bella” e importante, tale che qualcuno ha ipotizzato che la bellezza salverà il mondo.
D’altronde io come persona non potrei essere utile in altro modo: non sono appassionato di cinema, di teatro, di musica e nemmeno di danza, di sport e qualsiasi altra fonte di bellezza, fatta salva la pittura e la poesia che coltivo da sempre.
Parlando di Guttuso è utile sapere che ancora ragazzo, con solo venti lire in tasca e una valigia di cartone messa in sicurezza con lo spago, lasciò la sua rassicurante Bagheria per accettare l’invito del Soprintendente alle Belle Arti, Achille Bertini Calosso, che gli offriva un apprendistato presso la Galleria Nazionale di Perugia come restauratore. E anche se la sua aspirazione era fare fortuna come pittore, trovò lo stesso valida questa proposta, che considerò una scorciatoia per raggiungere l’obiettivo.
Dopo la delusione di essere stato lasciato dalla duchessa Topazia Alliata, era come se avesse scolpito le sue tavole della vita e, lì, avesse scritto che avrebbe fatto fortuna diventando un pittore ricco e famoso.
Guttuso, a dirla tutta, aveva una marcia in più e tanto coraggio, quindi andò a Perugia, dove si sistemò nella pensione della famiglia Piergiovanni, ma per poco, perché nonostante la calorosa accoglienza dei signori Piergiovanni trovò Perugia inospitale e il lavoro di restauratore freddo. Non sentendosi appagato rifece la valigia e andò a Roma, dove si legò d’amicizia con artisti come Afro e Mirko Basaldella, Corrado Cagli e Mario Mafai e dove non tarderà a farsi conoscere per il suo pensiero critico e la sua poderosa pennellata. Questo farà sì che il più autorevole pittore dell’epoca, Carlo Carrà, lo accogliesse con lusinghiere critiche in occasione della sua prima mostra a Milano, la città che lo vedrà nel 1935 in veste di sottotenente, senza per questo, trascurare la sua passione e far altre conoscenze: Birolli, Fontana, Manzù, Quasimodo e Sassu.
Non si conosce il motivo, ma le sue poesie ci dicono chiaramente che per Guttuso quello non fu un buon momento esistenziale: la depressione lo inseguiva e lui scappava, fin quando dopo la leva fece ritorno a Roma.
Qui si fermerà definitivamente perché vi si sente più protetto dagli amici che aveva lasciato e se ne farà degli altri: Moravia, Trombadori e Alicata. Intanto dipinge interessanti nature morte e alcune opere sociali come la Fuga dall’Etna con la quale vincerà il Premio Bergamo. In questo periodo l’Italia vivrà uno dei momenti più importanti per la pittura e anche per Guttuso sarà così. In questo clima favorevole conoscerà la compagna della sua vita, la marchese Mimise Dotti.
Avendo trascorso periodi difficili a Milano, capisce lo strazio di tanta gente e con la rabbia in corpo, che si trasforma in potenza per la sua pittura, dipinge il capolavoro della sua vita, Crocifissione. L’opera suscita scandalo per la nudità della Maddalena e il Vaticano ne proibisce ai religiosi la visione; ovviamente, come era prevedibile, questa forma di censura renderà noto al grande pubblico l’autore che consoliderà la sua fama.
Ora il percorso pittorico di Guttuso è chiaro, la sua strada non è più in salita: conoscerà Picasso, cambierà uno studio dopo l’altro per migliorarlo e, a partire dagli anni Cinquanta, inizierà ad esporre all’Estero mietendo successi.
Arrivano le Biennali e le sale personali, i grandi quadri e i veri collezionisti, come pure le acquisizioni nei grandi musei. Guttuso ce l’ha fatta! è un pittore consacrato, come scritto in “quelle tavole”, non è più il proletario che ha dovuto rinunciare all’amore con Topazia per la differenza sociale ed economica; ora è il Guttuso che può tutto: la madre lo voleva dottore e l’Università di Palermo gli dà la laurea honoris causa; voleva qualcosa di più esclusivo e il Partito Comunista lo farà eleggere Senatore; i Comuni d’Italia fanno a gara per celebrarlo con grandi mostre e lui per tutta risposta dice: “Queste mostre che fanno i Comuni sono tutte mangerie”.
Aveva iniziato il suo viaticum da pittore nell’umido atelier di Lucio Fontana a Milano, per poi finire nel sontuoso Palazzo del Marchese del Grillo a Roma. Era amato e ossequiato da tutti e quelli che non lo amavano lo temevano perché il suo potere era enorme.
Solo la morte deciderà per lui il 18 gennaio del 1987, strappandolo alla vita nel pieno delle sue facoltà creative e per questo, per lui, non ci sarà una produzione tarda, nell’accezione negativa del termine. A questo proposito, Guttuso dirà che le sue ultime opere sono la summa della sua esperienza.
Da questo racconto rimangono fuori gli ultimi cento giorni di vita, perché ancora top secret.
Ovviamente morì da “Imperatore”, con tre riti funebri a Roma e due al suo paese, quando l’aereo del Presidente della Repubblica lo trasferì nella sua Bagheria, per essere tumulato nell’arca monumentale progettata dallo scultore dei Papi, Giacomo Manzù, all’interno della monumentale settecentesca Villa Cattolica, sede del museo a lui dedicato.

