Renato Guttuso
Veduta panoramica di una sala del MUSEUM di Ezio Pagano a Bagheria.

Guttuso: quel sogno fatto in Sicilia

Van Gogh lo chiamavano “Il pazzo”, ma pazzi erano pure Picasso e Dalì. Infatti, non si può essere geni senza essere pazzi. Chissà se Guttuso senza il soffocamento di Togliatti, sarebbe stato pure uno di loro?

Renato Guttuso, dopo aver ereditato dai suoi genitori, suo malgrado, le origini di piccolo borghese, non disdegnò di frequentare gli aristocratici, spaziando dagli altari dei prelati con lo zucchetto rosso ai politici con lo scranno più alto, come pure dai salotti aristocratici dell’arte a quelli della mondanità e della cronaca rosa, impersonando sempre un ruolo di primo piano.

Renato, a soli 16 anni, s’innamora della duchessina Topazia Alliata di Salaparuta appena quattordicenne, prima nell’indifferenza del duca Enrico che, considerandolo un amore adolescenziale lo ritiene passeggero e che in seguito lo ostacola, essendo la duchessina promessa in sposa ad un conte inglese.

A questo punto Guttuso sposterà l’orizzonte dell’amore e del mestiere di pittore, e libero da legami lascerà la Sicilia.

Attirato da Togliatti verso il P.C.I., Guttuso seppe trarne notevoli benefici personali, rimanendone però intrappolato, perché dovette imparare a sostituire il pensiero alla materia. Creò così il suo nuovo modus vivendi

Inebriato dal successo precoce, appena trentenne, fu sfrenato in tutto, tant’è che gli amici lo soprannominarono Sfrenato Guttuso. Amò le donne al pari del vino che diceva essere tutto buono. 

Trovava la serenità nell’antico borgo medievale di Velate; si ricaricava di adrenalina a Roma nel Palazzo del Grillo che domina i Fori Imperiali; godeva infine dei piaceri della vita, con gli amici di sempre a Palermo e nelle campagne madonite. 

Quindi, Guttuso come van Gogh, Picasso e Dalì ha vissuto una vita sui generis, cosa che sapevano bene i suoi amici intellettuali, sempre pronti a tollerare le sue doppiezze e soprattutto le sue prevaricazioni che, come ho già avuto modo di scrivere, solo Sciascia non gli perdonò mai.

Per capire quanto Guttuso era diventato ingombrante, basterà leggere questa nota di Stefano Malatesta su “La Repubblica”: “… Per i pittori siciliani di una certa generazione, trovare una via autonoma all’arte significava prima di tutto liberarsi di Renato Guttuso, dei fichi d’india macchiati di viola, delle femmine nude scontornate pesantemente di nero, dei mercati visti come in un delirio di un affamato, di una pittura a volte stupenda, ma sempre più spesso di maniera, svolta all’insegna di un potente realismo popolare e isolano. Anche per la sua personalità e per il suo fascino, Guttuso si era fatto talmente ingombrante, che se un giovane di talento, dopo essere stato a Roma a trovarlo, rimaneva nei dintorni della salita del Grillo, invece di cercare altre esperienze, finiva anche lui intrappolato tra i fichi d’india…”.

Diversi episodi di questa nomenclatura hanno fatto di Guttuso un uomo non in pace con se stesso, tale che quando negli anni Sessanta illustrò “La Divina Commedia” si ritrasse all’Inferno, consapevole che il tempo della “Commedia dell’arte” era finito ed era giunta l’ora della “Divina Commedia”: una scena struggente che racconta la sua bramosia di sesso, mostrandosi ovviamente nudo, accanto alla fedele moglie, con la doppia faccia, ognuna rivolta nelle parti del desiderio, e fa di più, alle spalle raffigura la sua amata Martina, (Marta Marzotto) in atteggiamento erotico lesbico: una pagina emblematica del suo vissuto sui generis.

Ora che Guttuso non è più tra noi, solo un approfondimento storico, artistico e filosofico potrà stabilire il ruolo che gli spetta nel panorama della Storia dell’arte italiana del Novecento; ovviamente ci saranno condanne e assoluzioni, giusto per chiarire le sue contraddizioni. E questo perché da quando il Maestro ci ha lasciato, la Lectio Magistralis irradiata dagli Archivi Guttuso più che ispirarsi ai dettami del Maestro guarda alla storia del “marchese del Grillo” e quindi è lontana da essere un buono insegnamento.

Nell’immagine: Veduta panoramica di una sala del MUSEUM di Ezio Pagano a Bagheria. Alle pareti da sinistra verso destra: 1) Renato Guttuso “Medusa (da Caravaggio)”, 1985, olio su tela, diametro cm 90; 2) Renato Guttuso “Tavola fuori testo de: Il Dante di Guttuso”, 1963 tecnica mista su carta applicata su tela, cm 71×101; 3) Emilio Greco “Volto”, anni 80 scultura in gesso cm. 43x20x25; Salvatore Scarpitta “Natura morta”, 1940-43, olio su tela, cm 55×46; Giuseppe Migneco “Ritratto di Fede Savelli”, 1942, olio su tela, cm 49,6×40; Augusto Perez “Figura”, anni ’60, bronzo, cm 35x32x23,5.