Illustri pensatori definiscono la Sicilia una terra di contraddizioni. Sono convinto che Bagheria ne sia la capitale: sia per l’autorevolezza di chi le incarna, sia per la quantità e l’intensità con cui si manifestano.
Emblematiche, in questo senso, sono le contraddizioni di Renato Guttuso. Nelle sue opere – e forse ancor più nella sua biografia – si celano conflitti profondi che meriterebbero di essere analizzati senza pregiudizi, come ha fatto Franco Lo Piparo rileggendo La battaglia di Ponte dell’Ammiraglio (1951–1952). Mi riferisco, ovviamente, alla versione originale esposta alla Galleria degli Uffizi di Firenze, e non alla replica del 1955, realizzata per l’Istituto di Studi Comunisti “Palmiro Togliatti” e oggi conservata presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma.
Nella sua acuta analisi, Lo Piparo osserva: «Il carrettiere morto ammazzato non è né garibaldino-comunista né borbonico-fascista. È un borghese che si trova sul Ponte dell’Ammiraglio non per combattere, ma per fare commerci. È – l’interpretazione non può essere diversa – la società civile e mercantile, che ha difficoltà a riconoscersi nell’uno o nell’altro schieramento ideologico».
E ancora: «Una nascosta (inconscia?) messa in discussione dello schema manicheo dei buoni garibaldini rossi contro i cattivi borbonici neri». Infine, il passaggio più significativo: «Con quale volto dipinge il borghese vittima, innocente e neutrale, delle due ideologie contrapposte? Con il proprio: quello di Renato Guttuso».
Questa interpretazione ci consegna un dipinto che si pone a uguale distanza dai due fronti – né rosso né nero. Una visione che certamente non sarebbe stata apprezzata da Palmiro Togliatti, il quale, nell’intento di consegnare alla storia l’impresa garibaldina come fondamento della causa comunista, chiese a Guttuso di apportare modifiche sostanziali all’opera. Guttuso, pur legato al PCI, preferì non alterare la versione originale e ne dipinse una nuova versione, più in linea con le esigenze del partito.
Questi compromessi segnarono profondamente la coscienza dell’artista, generando una lacerazione interiore sempre più dolorosa. Ne sono prove alcuni episodi significativi: la querelle con Leonardo Sciascia, durante la quale Guttuso fu costretto a schierarsi contro l’amico Sciascia in nome della fedeltà al Partito, pagando il prezzo di un tradimento profondo.
Sua madre lo descriveva così: «Artista di gran merito, cittadino integro ed onesto, leale e generoso come suo padre, che questo solo patrimonio morale poté lasciargli!». Questo giudizio, quando parla di “patrimonio morale”, non è affatto improvvido. La madre scriveva queste parole prima che Renato, costretto dalle ingiustizie della vita, vivesse il suo primo grande dolore: la separazione dall’amata Topazia, dovuta alle differenze sociali. Da allora, ogni compromesso utile al riscatto sociale gli parve lecito, compreso il sodalizio con il PCI. Ma in quel momento, paradossalmente, Guttuso stava già distruggendo il patrimonio morale ereditato dal padre.
Ho compreso fino in fondo la profondità del conflitto tra Guttuso e la sua città il giorno in cui, invitandolo a prendere casa a Bagheria, mi rispose: «A Bagheria ci tornerò solo da morto, per essere seppellito accanto a mio padre».
Eppure, quando si trattò di decidere a chi destinare il proprio patrimonio artistico, tra le tre sedi più favorite – Roma, la città che gli aveva dato fama e potere, dove era stato membro del Comitato centrale del PCI e senatore della Repubblica, Varese, che rappresentava il cuore della moglie, la marchesa Mimise Dotti, e dove trascorreva le estati nella casina di caccia a Velate, Palermo, la città della sua nascita, dove aveva acquistato casa in via Ruggero Settimo, nel settecentesco Palazzo Galati di fronte al Teatro Massimo, e dove amava trascorrere le feste con gli amici di sempre – tra queste tre sedi, Guttuso ne scelse una quarta: Bagheria.
Mi piace pensare che scelse Bagheria per vegliare da vicino sul Museo a lui dedicato, con la speranza che il suo afflato potesse illuminare le menti degli amministratori locali, affinché la smettano di considerare il Museo nient’altro che uno stipendificio, un luogo prodigo di favoritismi.
C’è da augurarsi che prima o poi la sua veglia non debba avere a che fare con “teste di ciaca” (come direbbe il mio amico Maurizio Padovano), incapaci di comprendere che un museo senza direttore non può funzionare, al pari di una nave senza capitano.
Finora, però, il tempo non ha dato ragione a Guttuso. A beneficio di chi non conosce le dinamiche locali, è bene sapere che il Museo Guttuso è privo di direttore da oltre dieci anni: una struttura che vive di inerzia, di gestione opaca, di improvvisazione.
Così, ciò che avrebbe dovuto essere il cuore culturale della città è diventato soltanto uno “stipendificio”, dominato da favoritismi e logiche clientelari.
Bagheria ha il dovere di custodire quel patrimonio con rispetto, lucidità e responsabilità: non solo per Guttuso, che ormai riposa accanto a suo padre, ma per sé stessa, per la propria identità, per la propria dignità morale e culturale.
Se il vero problema è l’impossibilità di gestirlo per mancanza di risorse, perché, anziché sacrificare l’immagine di Guttuso, non si trasferiscono le sue opere in una struttura più idonea a Palermo?

