La mostra, attraverso 50 opere che coprono un arco temporale che va dalla seconda metà degli anni Quaranta ai primi anni Novanta, traccia un itinerario attraverso l’intera parabola creativa dell’artista.
Giulio Turcato – Un’arte oceanica è a cura di Silvia Pegoraro e Martina Caruso, ed è stata promossa dal Comune di Viareggio in collaborazione con l’Archivio Giulio Turcato di Roma e organizzata dall’Associazione Artelive aps.
La morte dell’artista avvenne il 24 gennaio 1995 e venne annunciata dal “New York Times” che lo celebrava come uno dei più importanti esponenti dell’avanguardia post bellica italiana. Sul quotidiano “La Voce” come racconta la curatrice Sandra Pegoraro nel catalogo, edito da Edizioni Grafiche Turato, Lorenza Trucchi grande storica dell’arte, descrisse così il suo amico: “Il pittore Giulio Turcato (…) possedeva una filosofia della vita e una concezione dell’arte che non mutarono mai, basate sulla libertà. La pittura era per lui un bisogno primario, incoercibile. (…) è stato un “anarchico gentile”, antiretorico ad oltranza, paradossale e lucidissimo. Oltre che un artista vero, fu un uomo di segreta ma autentica eleganza, del quale a lungo resterà la leggenda, tramandata da quanti lo conobbero”.
Dagli esordi influenzati da Paul Cézanne, Henri Matisse, Vassily Kandinskij e Giacomo Balla, Giulio Turcato elabora un vocabolario personale fatto di ritmo e dinamismo, tensione formale e pulsione lirica. La sua adesione ai movimenti Forma 1 (1947) e Fronte Nuovo delle Arti testimonia l’intento di conciliare la ricerca astratta con l’impegno civile. Parallelamente, esplora temi scientifici e cosmici, come nei Giardini di Miciurin o nelle Superfici lunari, serie nate da una riflessione sulla luce e sul colore “oltre lo spettro” visibile, in relazione ai primi viaggi nello spazio. Dagli anni ’60 in poi, la sua pittura diventa sempre più materica, spaziale, quasi scultorea, fino a sfociare in vere e proprie opere tridimensionali come le Oceaniche.


Lo stile di Giulio Turcato è principalmente quello dell’astrattismo informale, che abbandona le forme figurative e geometriche per esplorare l’interiorità e la materia. L’artista è in continuo cambiamento di sé stesso e del suo modo di fare arte, in un costante “nomadismo interiore” che lo porta a una perpetua ricerca del colore ancora inesistente e inesplorato, e della forma intangibile e indefinibile che mira a catturare l’invisibile e l’infinito attraverso materiali e tecniche sperimentali. Grazie a una gestualità fluida, capace di creare linee sinuose e campiture vibranti, le sue opere esplorano dimensioni cosmiche, paesaggi universali e il futuro dell’uomo, con un uso innovativo di materiali come sabbia, sacchi di juta, polvere di pomice e gommapiuma per creare effetti di luminosità e spazio.
La genesi delle Oceaniche risale a un viaggio in Kenya nel 1970, durante il quale l’artista fu colpito dalle forme essenziali e funzionali di scudi, canoe e piroghe delle popolazioni indigene. Da lì nasce una ricerca che durerà oltre due decenni, culminando nel monumentale gruppo donato a Viareggio: cinque sculture in peraluman e vetroresina alte circa sei metri, installate nel 1994.
La mostra presenta una selezione significativa di questa serie:
- 5 grandi tele sagomate (oltre tre metri), esposte alla Biennale di Venezia del 1972;
- 10 pannelli in legno dipinto realizzati tra il 1973 e il 1974;
- 5 opere inedite (tempera e collage su legno), mai esposte prima.
Come spesso accade nell’opera di Giulio Turcato, una singola suggestione si sviluppa in molteplici varianti, reinterpretate nel tempo attraverso materiali e tecniche diversi, in un costante processo di metamorfosi poetica e formale volta a dare corpo a paesaggi infiniti e onirici.

