Giulio Saverio Rossi

Giulio Saverio Rossi intervistato da Lorenzo Kamerlengo per The Hermit Purple, Luoghi remoti e arte contemporanea su Segnonline.

Parlami di un tuo maestro, o di una persona che è stata importante per la tua crescita.

Non ho avuto un maestro – nel senso di una persona che si segue per molti anni, presso cui ci si forma con cieca fiducia e da cui si eredita un discorso da portare avanti – ma ho sicuramente incontrato diverse personalità che mi hanno aiutato a crescere e, soprattutto, a capire che dipingere è una cosa possibile, anzi legittima. La dinamica maestro-allievo non è mai positiva, si finisce sempre per uccidere, simbolicamente e non, il proprio maestro, quindi meglio non avere crimini sulla coscienza.

Quali sono secondo te il tuo lavoro/mostra migliore ed il tuo lavoro/mostra peggiore? E perché?

Da un certo punto in poi ho smesso di realizzare qualsiasi idea mi passasse in testa e ho iniziato ad assumere una metodologia. I lavori che ho realizzato da lì in avanti possono funzionare meglio o peggio, ma hanno tutti lo stesso carattere di necessità. Appartengono ad un processo che è ancora nel pieno del suo divenire: se ne togli uno l’intera architettura che sto disegnando precipita. Diversi studiosi considerano Shakespeare un pessimo critico di se stesso ed è probabile che molti artisti siano, dal punto di vista della critica, mediocri critici di se stessi. Recentemente ho letto il carteggio di Domenico Gnoli, dalle carte si capisce che considerasse molto di più la sua abilità di illustratore rispetto a quella puramente pittorica, così come De Pisis sembra che vivesse la pittura come un fallimento della sua prova letteraria. Faccio questi esempi perché a mio avviso è difficile fare delle classifiche su se stessi.

Se ti ritrovassi su un’isola deserta, proseguiresti la tua ricerca artistica? Se sì, in che modo?

Un’opera risponde sempre ad un’altra e da un’immagine ne nascono infinite altre. Si tratta di variazioni sul tema. Ci troviamo in un nuovo manierismo, ma non nel senso negativo con cui il termine è stato storicamente usato, bensì nel senso in cui lo intende Schwabsky quando scrive «They are paintings, yes, but also allegories of painting». Su di un’isola deserta dovrei prima verificare nuovamente questo assunto, credo però che in un mondo idilliaco (come l’isola deserta) l’arte nella sua forma attuale non esisterebbe. L’arte è sempre una forma di raddoppio simbolico del mondo che si genera da una qualche contraddizione. Fuori dalla contraddizione c’è solo la decorazione, e forse sarebbe un modo migliore di vivere.

In che modo sta influendo l’isolamento di questo periodo su di te?

È un periodo di forte alienazione per tutti e personalmente sento di non avere più la carica nelle cose che faccio. Questa stessa intervista l’ho trascinata per giorni senza riuscire a chiuderla veramente. Sono entrato in una routine di tipo edificante in cui ogni telos è stato rimosso.

Non ho problemi con lo stare in solitudine e il rimanere a casa, anzi sono solitario e speculativo per natura, e sarebbe bello se in modo volontario ci fossimo tutti fermati per un certo tempo, ma non è questo il caso. Qui si tratta di un mondo che ci viene sottratto e di non sapere se e come lo ritroveremo dopo. Penso che questo periodo riaprirà drammaticamente la nostra stessa nozione di storia. Una pandemia, così come una guerra, sono “cose” o “eventi” che pensavamo di aver superato storicamente, di averle già affrontate una volta e per sempre, e che pensavamo potessero riemergere solo ai bordi, all’estremità del nostro campo visivo, relegate in zone altre del Mondo. Questa pandemia riapre la storia e distrugge l’illusione che una certa prospettiva occidentale aveva dato per assodata. Forse riaprirà anche l’idea di pittura storica… chissà.